Film-capolavoro stasera sulle tv gratuite: IL GATTOPARDO di Luchino Visconti (domenica 1° gennaio 2012)

Il Gattopardo, la7, ore 21,35.
L’ho rivisto qualche mese fa all’Oberdan di Milano in copia restaurata, ed è sempre di una magnificenza come poche volte nel cinema italiano, film davvero definitivo, da storia del cinema. Non per niente lo venerano dappertutto e compare regolarmente in tutte le classifiche dei migliori film di sempre redatte in ogni angolo del mondo. Luchino Visconti lo girò nel 1963 dal romanzo bestseller di Giuseppe Tomasi di Lampedusa: capolavoro annunciato, e capolavoro fu. La Sicilia subito dopo la conquista piemontese e la caduta dei Borboni, mentre i poteri si disfano e si riorganizzano, e qualcuno cade, qualcuno ascende, molti cercano di adeguarsi. In primo piano le vicende della famiglia del Principe di Salina, l’ultimo dei Gattopardi, dinastia in preda a un sottile malessere, un bacillo che le si insinua dentro e la destabilizza. Intanto il nuovo avanza, e il nipote del Principe, Fabrizio, sposa la bellissima Angelica, plebea figlia di Sedara, ex fattore ora al vertice in quanto uomo del potere piemontese. Cambiare perché nulla cambi: il motto del Gattopardo entrerà nella coscienza (buona e cattiva) collettiva del nostro paese e resta a tutt’oggi la miglior definizione del trasformismo, una delle nostre malattie genetiche. A rivederlo ci si rende anche conto di come sia il nostro Via col vento, uno snodo cruciale della storia patria visto attraverso alcune vicende private che si fa spettacolo epico ad uso delle masse, un film visceralmente nostro, italiano, ineludibile, che ci rappresenta, specchio in cui non possiamo non rifletterci. Visconti al suo massimo, potente, maestoso, capace di immagini di abbacinante bellezza, solo con qualche rischio qua e là di calligrafismo. Burt Lancaster genialmente reinventato come principe di Sicilia, e dopo che l’hai visto non puoi più immaginare nessun altro in quella parte. Alain Delon e Claudia Cardinale bellissimi di una bellezza sovrumana e disumana, che fa male. La risata sguaiata di lei che rompe gli stanchi rituali di una famiglia in decadenza fa capire il rimescolamento della classi in atto e l’avanzata degli ex plebei più di ogni analisi sociale, ed è una scena che ti si stampa nella testa e non va più via. E poi, quella Sicilia interna, infuocata, polverosa, bloccata nei suoi antichi e quasi persi splendori. Come si fa a non amare questo immenso film? Da guardare anche per le comparsate, i caratteri minori, dove a interpretarli trovi però i Giuliano Gemma, i Pierre Clémenti, i Terence Hill, le Ottavia Piccolo, tutti giovani e a inizio carriera, tutti bellissimi, perché nessuno come Luchino sapeva vedere, cogliere e rendere eterna la fragranza precaria della giovinezza. Quel ballo finale poi, in quel palazzo di stucchi e ori e barocchismi a Palermo, su un gran valzerone ritrovato di Verdi, scenografie e costumi di impressionante precisione e cura e perfezione che sono una passerella di quello che era il grande artigianato cinematografico italiano, anzi del gusto italiano tout-court. Sì, è lungo, Il Gattopardo, è fuori misura, i dialoghi sono spesso dilatati, pensosi, sentenziosi, di un sapore letterario arcaico, ma vuoi mettere il piacere.

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