Grandi film stasera sulle tv gratuite: FRANKENSTEIN JUNIOR (mercoledì 4 gennaio 2012)

Frankenstein Junior, Iris, ore 21,10.
Dio mio, come si fa a non voler bene a questo film? Raffinato e ultrapopolare, squisito e ultraplebeo. Mel Brooks, qui al suo migliore lavoro di sempre, nel 1974 ci riversa dentro una intelligenza inaudita, affetto profondo per il vecchio cinema e un talento comico, abrasivo e disincantato che gli viene dalla sua appartenenza alla cultura yiddish. Il postmoderno incomincia (anche) da qui, da questo Franknestein Junior che è puro, iperconsapevole metacinema, voluto assemblaggio di citazioni cineletterarie, repertorio di stilemi e format narrativi del passato, di ogni passato. Nel riscrivere l’eterna storia di Frankenstein e del suo caro mostro, Brooks tiene d’occhio soprattutto i film anni Trenta di James Whale (reoista gay la cui ultima parte di vita è ricostruita nel bellissimo Demoni e dei), e l’omaggio filologico arriva al punto di usarne alcune scenografie. Bianco e nero, ovvio, sennò dove va a finire l’operazione nostalgia. Anno 1900. Frederick è il nipote del maledetto barone Frankenstein, e di lui e dei suoi foilli e titanici esperimenti non ha mai voluto sapere. Solo che se ne ritrova unico erede, finisce nel suo truce castello transilvanico-rumeno, ne ritrova gli appunti su come dare vita a una creatura assemblando pezzi anatomici, cervello compreso, e infondendogli con scariche elettriche l’energia vitale. Naturalmente dovrà darsi da fare e, in un laboratorio tutto scosse, fulmini, fumi e alambicchi, cercare di realizzare il sogno dello zio. Ci riuscirà. Ma qui siamo dalle parti della commedia, e anche della farsa, e tutto è virato sul ridere. Il goffo Frederick (un adorabile Gene Wilder), il suo aiutante strabico (Marty Feldman, indimenticabile), l’amante dello zio e altre figure e figurine, tutti insieme fragorosamente a comporre una esagitata corte al castello baronale. Il mostro nasce, ma creerà qualche casino in giro per il villaggio, si rivelerà un amante strepitoso (e allusioni e lazzi sulle misure abbondano), poi tutto si sistemerà con uno scambio di organi che farà la felicità di più persone. Si ride e straride, davanti a una messinscena di raffinatezza e consapevolezza stupefacenti, battute che incantano e che sembrano arrivare dal genio di Ernst Lubitsch. In controluce si intravede anche l’omaggio dell’ebreo newyorkese Mel Brooks all’ebraismo del centro ed est Europa, quello degli shetl, delle leggende yiddish, del Golem. E il viaggio del protagonista Frederick dall’America all’avita Romania è anche il ritorno simbolico, e non solo, di Brooks alle sue radici.

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