Recensione. NON AVER PAURA DEL BUIO tenta la strada dell’horror colto, ma poi si pente

Parte bene, questo horror uscito dalla factory di un maestro del genere come Guillermo Del Toro, con citazioni del cinema di Roger Corman e atmosfere alla Poe. Una sinistra casa gotica, un giardino minaccioso, cunicoli e sotterranei da paura. Qualcosa di terribile è accaduto, qualcosa potrebbe di nuovo accadere alla giovane coppia (con bambina a carico) che è andata ad abitarci. Ma dopo l’inizio promettente entrano in scena i soliti mostri e ‘Non aver paura del buio’ si appiattisce nel solito horror.
Non aver paura del buio
(Don’t be afraid of the dark)
di Troy Nixei. Con Katie Holmes, Guy Pearce, Bailee Madison, Jack Thompson.
Una bella e sinistra magione da qualche parte del New England, in neogotico Ottocento e in mezzo a un parco con i colori che cambiano dell’autunno, e interni cupi e magnifici di boiserie ovunque, porte massicce, tappeti, vetri dagli effetti fantasmagorici, e saloni, fughe di stanze, soffitte, cantine che si aprono su voragini e catacombe segrete, fontane avvizzite, e foglie e alberi che cercano di inglobare e divorare tutto. Lui (Guy Pearce, che abbiamo apena visto in tv come mantenuto traditore in Mildred Pierce) è architetto e ha comprato quella casa – costruita da un artista-illustratore naturalista finito pazzo – perché attraverso un restauro maniacale e filologico (“ho fatto arrivare quel legno da Londra”, dice agli estasiati ospiti) perché vuole riportarla all’originario splendore e finire in copertina su Architectural Magazine (o qualcosa del genere, diciamo una specie di AD). Lei (Katie Holmes signora Cruise) è Kim, la sua fidanzata promessa sposa, interior decorator, anche lei assai coinvolta nel restauro della villa. I due, non sapendo nulla dei pericoli del posto (mica come noi spettatori che abbiamo visto un prologo ottocentesco da spavento, con una domestica fatta fuori con un piolo dal padrone di casa), decidono sciaguratamente di andarci ad abitare, oltretutto con Sally, la figlioletta di lui e della ex moglie (una stronza che ha sbolognato la figlia al padre essendo occupatissima con non si sa che cosa). Bene, tutto è predisposto perché il peggio – come esige ogni film horror – accada. Abbiamo la casa misteriosa e inquietante, abbiamo la giovane coppia con infante a carico che si illude di trovare lì la quiete lontana dagli inferni metropolitani. Si sa che le ferree regole del genere esigono che nella casa si manifestino ben presto oscure presenze. Stavolta sono delle voci che chiamano la bambina dal profondo di un pozzo rimasto chiuso per una vita, anzi per più vite, et pour cause. Ma Sally apre quella piccola grata, e saranno guai. Le creaure escono, invadono la casa, cercando di impossessarsi degli umani che la abitano e vanno a caccia di ciò di cui sono massimamente golosi: denti infantili. Il plot è parecchio déjà-vu, conclusione compresa, ma trattandosi di un film di genere questo non solo è consentito ma perfino necessario. L’interessante è andare a vedere come questo film riesca a differenziarsi per piccoli ma decisi scarti dal canone consolidato dell’horror nella sottovariante della casa stregata. La differenza la fa Guillermo Del Toro, non molto amato dalla nostra critica del salottino perbene e invece considerato in America (oltre che in Messico, il paese suo, e in Spagna, dove ha lavorato parecchio) un maestro e un punto di riferimento del cinema di paura più colto, meno corrivo e affogato nel sangue. Dopo il successo commerciale, e non solo, sul mercato nordamericano del suo Il labirinto del fauno, Del Toro è diventato un marchio di garanzia e si è messo a co-produrre e progettare da quelle parti film dell’orrore diretto da lui stesso o affidati ad altri. Non aver paura del buio esce dalla sua factory, porta la sua impronta, è intriso delle sue ossessioni (Del Toro era rimasto impressionato da ragazzino dal film tv omonimo anni Settanta e l’ha voluto rifare, e si dovrà pur scrivere un giorno o l’altro di come certa fiction televisiva americana del passato remoto abbia influenzato generazioni di autori, compresi Spielberg, Carpenter e J.J. Abrams). Anche se il regista è un talentuoso ragazzo che viene dalle graphic novels, Troy Nixey, il film è puro Guillermo Del Toro, cui si deve anche la sceneggiatura. Lo si nota subito, con quel prologo che omaggia la tradizione letteraria gotico-americana alla Edgar Allan Poe e, figurativamente, l’horror dei film anni Cinquanta e Sessanta di Roger Corman, e con la raffinatezza della messinscena, le scenografie volutamente retrò e le atmosfere di minaccia pure quelle dal sapore classico (le scene in giardino, nei cunicoli e negli antri bui). Qualcosa tiene lontano Non aprire quella porta dalla bassa macelleria di tanto cinema di paura del nostro presente. C’è anche, di Del Toro, la passione per la natura e le tavole botaniche, per un design vegetale che da quell’immaginario e da quel repertorio iconografico deriva. Il labirinto del Fauno era strapieno di viluppi di tronchi, arabeschi di rami, foglie, fiori che puntualmente ritroviamo anche qui. Solo che Don’t be afraid of the dark non mantiene le promesse narrative e stilistiche della sua prima parte, man mano si appiattisce, si fa sempre più convenzionale e prevedibile, finchè il canone del genere prende inesorabilmente il sopravvento su ogni tentativo di riscriverlo o quantomeno di darne un’interpretazione meno sdata. Quando entrano in scena i piccoli mostri tutto si affloscia e il film diventa qualsiasi, un prodotto tra i tanti e come tanti. Peccato. Del Toro forse ha smarrito l’anima, o forse ha imparato troppo bene le regole del marketing che impongono di non rischiare mai troppo e di collocarsi al centro della corrente. Eppure, nonostante la sua deludente seconda parte, Non aver paura del buio resta un prodotto che una visione se la merita. Mica male Katie Holmes, magrissima, spiritata, con occhiaie profonde che ricordano quelle di un’altra giovane donna alle prese con presenze demoniache (anzi, con la presenza demoniaca), la Mia Farrow di Rosemary’s Baby.

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