Film stasera sulle tv gratuite: AFRICA ADDIO di Gualtiero Jacopetti (lunedì 16 gennaio 2012)

Africa addio, Iris, ore 2,36.
Sono passati 46 anni da quando uscì, e Africa addio continua a essere un film maledetto, indicibile, colpito dall’interdetto. Film bollato come fascista e colonialista, e dunque rimosso, demonizzato, cancellato, vilipeso. Dico, si potrà pur parlarne o no senza passare per nostalgici della supremazia bianca? Sarà meglio ricordare che lo andarono a vedere in milioni, in Italia, e che ebbe un successo straordinario in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. Tutti sporchi razzisti? Sarà meglio non fare gli schifiltosi politically correct e guardarlo in faccia, questo film, guardarlo dritto negli occhi (ma che occhi avrà un film? che sguardo?), vedere e capire perché fosse diventato un caso e una calamita irresistibile per gli spettatori. Chiaro che Africa addio abbia intercettato un diffuso sentire, una inquietudine di quegli anni, e l’abbia abilmente virata in spettacolo e cinema. Africa addio è di Gualtiero Jacopetti, il giornalista-regista che con Mondo cane aveva inventato dal nulla un genere, il Mondo-movie o Jacopetti-movie, cioè il documentario (anche finto e ricostruito) sui lati più curiosi, bizzarri, macabri, estremi, spinti del pianeta su cui ci troviamo a vivere. Ma con questo film Jacopetti fa un salto di qualità e realizza il suo vertice, il suo capolavoro, passando dalla registrazione del bizzarro e del macabro alla narrazione politica, al grande affresco, anche sotto il segno di una dichiarata faziosità. Pensate, negli anni Sessanta in cui le potenze coloniali si ritirano dall’Africa (Gran Bretagna, Francia, Belgio) e lasciano il posto a stati e governi indipendenti, lui si mette in testa di raccontare questa immane svolta storica. Mentre i nascenti stati africani vengono salutati dal mondo e dalle opinioni pubbliche d’Occidente come un esempio fulgido di emancipazione, libertà e democrazia, Jacopetti sposa la tesi dei colonialisti irriducibili, di chi non se ne voleva andare via, dei teorici della supremazia dell’uomo bianco sui neri ritenuti incapaci di autocontrollo e autogoverno, e urla a tutti che no, il ritiro dell’Europa ha portato solo disastri in quelle terre. Che i neri, lasciati a sè, hanno dato il via a massacri, guerre tribali, rese dei conti interetniche, devastazioni ambientali e quant’altro. Scandalo, e le accuse di razzismo fioccarono, e non hanno mai smesso di fioccare fino a oggi. Ma bisognerà pur riconoscere, qui e adesso e al di fuori da ogni pregiudizio, che Jacopetti, nella sua visione delirante, è anche riuscito a intravedere il lato oscuro della decolonizzazione e dell’emancipazione africana, quello che le anime sensibili non hanno osato nemmeno pensare e pronunciare. Ha visto il germe di qualcosa che negli anni a venire, nei decenni a venire, sarebbe davvero esploso. Scusate, ma vogliamo parlare o tacere del genocidio rwandese, ottocentomila massacrati a colpo di machete nel giro di una settimana? O dell’interminabile guerra che devasta da anni le regioni estreme del Congo con due milioni di morti? O dei tanti folli tiranni che hanno terrorizzato il continente? Nessuno è innocente, nemmeno l’uomo africano. Gualtiero Jacopetti, pur nei suoi modi veterocolonialisti, nel suo manicheismo rozzo, questo almeno lo aveva intuito e ce lo aveva sbattuto in faccia, molti altri no. Certo, Jacopetti ci marcia e gioca sporco, ci suggerisce che l’Africa è irrimediabilmente violenta, che da sola non può farcela, che l’uomo africano è incapace di uscire dal suo tribalismo ecc. Il che non è accettabile, non è sostenibile. Però il film va coraggiosamente visto e rivisto, un giorno o l’altro. Si dovrà pur riaffrontarlo, questo Africa addio, oltretutto girato con tecnica e visione cinematografica ineccepibili e con momenti di puro, vertiginoso grande cinema. Già la mirabile sequenza iniziale, con la cerimonia militare dei bianchi che se ne vanno e con la bandiera e i segni del potere che passano ai neri, è qualcosa che non puoi dimenticare. Poi si passa ai processi ad alcuni Mau Mau, il movimento ribelle kenyota anti-inglese, accusati dell’orrendo sterminio di una famiglia di coloni, e ancora gli eccidi di missionari e suore, e la caccia indiscriminata agli animali nelle savane. Fino all’episodio che più ha fatto discutere e attirato sul film le peggiori accuse: il massacro dei musulmani (e arabi) di Zanzibar da parte dei neri, centinaia, migliaia di corpi samguinanti, maciullati, fatti a pezzi, ripresi dalla camera di Jacopetti e del suo collaboratore Franco Prosperi. Registrazione del reale o falso clamoroso? E se fosse tutto vero, com’è possibile che un regista, una troupe, riprendano impassibilmente senza intervenire? Si accusò anche Jacopetti e il suo operatore Cimatti di aver fatto rinviare l’esecuzione di un ragazzo per poter cambiare le lenti della macchina da presa e riprendere meglio la scena. Ci muoviamo in un’area tra lo snuff-movie e il cinema-simulazione, e i contorni sono incerti, tracciare della separazioni nette diventa arduo. Sì, è cinema ambiguo, certo scomodo, forse immorale questo Africa addio. Ma davvero bisogna continuare con la condanna al rogo? Io un po’ di tempo fa ho cercato di vederlo, e non ce l’ho fatta ad arrivare fino in fondo. Sulle scene del genocidio di Zanzibar mi sono arreso, e ho spento. Altro da dire su Africa addio non ho. Buona visione comunque, a chi ci voglia provare.

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