Recensione. BENVENUTI AL NORD è una delusione (si ride, ma non è irresistibile come il film precedente)

Dopo l’immane successo di Benvenuti al Sud, arriva l’inevitabile (anche atteso) sequel. Stavolta è il campano Mattia a salire tra le brume del Nord, a Milano. E’ ancora scontro di caratteri e stereotipi e rispettivi pregiudizi. Si ride, certo. Però il film non fila via dritto come il primo, si ingorga con troppe trame e sottotrame, e ha la pretesa di farci il discorso e la morale sul mito dell’efficienza e della produttività.
Benvenuti al Nord di Luca Miniero. Con Claudio Bisio, Alessandro Siani, Angela Finocchiaro, Valentina Lodovini, Paolo Rossi, Giacomo Rizzo, Nando Paone, Nunzia Schiano.

Delusione. Questo Benvenuti al Nord è lontano dalla perfetta riuscita del film di cui è inevitabile sequel, Benvenuti al Sud, 30 milioni di euro di incasso inaspettati, una gran macchina comica che andava dritta al suo bersaglio come una lippa (chi è lombardo, capirà). Là il bersaglio grosso era smontare i pregiudizi del Nord rispetto al Sud, pregiudizi secondo un lombardissimo Bisio che approda per punizione in un ufficetto postale del borgo semimarino di Castellabbate, in zona Costiera-Salerno. Partiva con tanto di giubbotto antiproiettile, il postelegrafonico Alberto Colombo/Bisio, pensando che laggiù tutto fosse camorra (e spazzatura mai rimossa a ingolfare le strade), invece scoprirà la dolcezza del vivere mediterraneo. Il miglior film che si potesse pensare per il 2011, anno del 150esimo compleanno di un’unità italiana mai troppo amata, né a Nord né a Sud. Un inno però ridanciano e leggero e senza pedanteria all’indivisibilità di questo benedetto paese odiato-amato da chi lo abita, e sempre sull’orlo di una crisi di autodenigrazione e autoflagellazione (e molte altre crisi, compresa la spaccatura geopolitica). Si è riso molto, con Benvenuti a Sud, una bella sorpresa. Dunque alta era l’aspettativa per il sequel, realizzato nel giro di pochi mesi – che per la nostra industria cinematografica sono niente – per sfruttare prontamente la scia dell’apripista. Il cast è lo stesso: Claudio Bisio uomo del Nord, Alessandro Siani uomo del Sud, Angela Finocchiaro moglie con tentazioni lumbard di Bisio, Valentina Lodovini adesso pure lei sposata a Siani, più il coro campano che aveva accolto il milanese calato a Castellabbate. Si aggiunge una presenza di un certo peso, Paolo Rossi, et voilà, il cast è fatto, pronto a replicare successo e incassi. Eppure stavolta la ricetta non funziona, e c’è da capire il perché, visto che sulla carta tutto sembrava semplice. In fondo, bastava solo ripetere il prototipo, ma a parti invertite, e in direzione opposta. Così in effetti Benvenuti al Nord sembra essere. Sembra, perché poi le cose vanno in altro modo. Stavolta è il campano Mattia a essere trasferito malgré lui in un ufficio postale di Milano presieduto da Alberto Colombo/Bisio, ormai salito ai piani medio-alti. Non ne ha nessuna voglia, languido se non pigro com’è, ma la moglie Maria vuole comprare casa e lo spinge-costringe ad accettare ed emigrare. Naturalmente il buon Mattia se ne va lassù lasciandosi dietro il sole e i tempi rilassati del borgo natio, aspettandosi nebbia e freddo, anche nei rapporti umani. L’impatto con la super efficiente Milano sarà devastante, ma poi, visto che ci si abitua a tutto, riuscirà a superare la barriera d’ingresso e scoprirà che lì sotto la Madunina in fondo non si sta tanto male. Solo che questo schema narrativo, peraltro obbligato per il sequel di Benvenuti al Sud, non è così lineare come dovrebbe, è troppo pieno di sottotrame, deviazioni, ingorghi, sfilacciamenti e annacquamenti. La costruzione impeccabile e senza sbavature, senza una scena di troppo, senza un rallentamento di Benvenuti al Sud qui si è persa. Vien da pensare perfidamente che quella riuscita fosse dovuta soprattutto al fatto che il film ripercorresse senza il minimo scarto l’originale francese Giù al Nord di e con il talentuosissimo Dany Boon, di cui era la versione e l’ottimo adattamento italiano. Versione, va detto, di fedeltà assoluta, perfino impressionante. Basta guardarsi in parallelo il film di Dany Boon e Benvenuti al Sud per rendersi conto di come questo fosse il remake shot for shot di quello, senza il minimo sgarro. Stesso plot, stesso andamento, stessi caratteri. Lo strano è che Dany Boon, che pure con Giù al Nord ha realizzato il maggior incasso in Francia di tutti i tempi, non abbia finora girato un sequel, mentre lo si è fatto immediatamente per la versione italiana. Che difatti, non avendo il modello francese da riprodurre e dovendo stavolta inventare tutto da zero, fallisce e resta molto al di sotto dell’altro film. Eppure alla sceneggiatura ci sono il regista Luca Miniero, che ci sa fare, e Fabio Bonifacci, che passa per essere e forse davvero è il miglior sceneggiatore italiano di commedia sui 40 (anni). Cos’è che è andato storto nella confezione di Benvenuti al Nord? Si è persa la pulizia di racconto del primo capitolo (e dell’originale francese), là si voleva colpire, e si colpiva, il pregiudizio del Nord verso il Sud, e le reciproche incomprensioni, qui invece si sbanda su troppi fronti, si cerca di colpire troppi bersagli, e non se ne centra nessuno alla fine. Mi rendo conto di quanto fosse difficile ridurre una città come Milano, che è il Nord in cui arriva l’attonito e spaventato Mattia, a qualche facile cliché poi da negare, rivoltare, abbattere. Però insomma qui non si prende nessuna strada con decisione. C’è la Milano delle bettole dove si parla il meneghino (ma quando mai? ma dove? chi lo parla e sente più il dialetto? Luca Miniero in conferenza stampa ha detto di aver trovato un posto all’Ortica che è proprio tale e quale come la si vede nel film; non metto in dubbio, però spacciarlo come spaccato milanese ce ne corre). C’è la Milano del covo lumbard (anche quella parecchio inattendibile). C’è la Milano del sushi e della moda. C’è la Milano workaholic che corre sempre, e sempre dietro ai soldi, al mito del lavoro ecc., incarnata da un Paolo Rossi simil Marchionne (così è stato dichiarato da autori e attori del film) il quale vuole trasformare l’ufficio postale di Alberto/Bisio e di Mattia/Siani nel laboratorio perfetto, avveniristico e di efficienza giapponese delle poste italiane future. Ora, sono tante Milano che non stanno insieme, almeno narrativamente. Se vuoi ridurla a cliché, ne devi scegliere uno e uno solo, e che sia chiaro e coerente (come si fa a mettere insieme il dialetto meneghino e il sushi? decidiamoci) e lì picchiare duro, altrimenti succede come in questo caso, che il film si spampana, oscilla, dà una botta di qua e una di là, e l’impressione è quella della confusione e dello sbandamento (difatti Miniero in conferenza stampa: “Nel primo dovevamo sfatare un solo pregiudizio, quello del Sud tutto camorristico e mafioso, questo film invece è più complesso”). Ma il problema vero che zavorra Benvenuti al Nord è che, come si intuiva sempre dalle dichiarazioni di Miniero in conf. st. (“in realtà è un film sul lavoro”), si ambisce stavolta a qualcosa, anzi molto di più che in Benvenuti al Sud. Si ambisce addirittura alla parabola, al racconto esemplare e didascalico sull’alienazione attuale del lavoro, sul mito della performance ad ogni costo, sulla progressiva disumanità della macchina produttiva, e pure sulla precarizzazione. Se il primo film si accontentava (e meno male, e giustamente) di far ridere e un po’, ma solo un po’, di far riflettere senza saccenteria, qui si alzano le pretese, si vuol tentare pur se in forma di commedia la strada della Critica Sociale, e dallo scontro sorridente Nord/Sud si passa ahinoi alla messinscena e alla messa alla gogna del feroce moloch tardo-iper-capitalista con tanto di morale incorporata. Il vero climax del film è quella scena (non dirò di più: no spoiler) in cui nordisti e sudisti si coalizzano contro il fanatismo di Paolo Rossi supremo despota, e alla fin fine a vincere è il non-efficientismo dal volto umano del Sud sui sogni-incubi di controllo onnipotente e disumano venuti dal Nord. Sicchè la morale del film è questa, bella chiara: dobbiamo tutti diventare più mediterranei, abbandonarci a ritmi più blandi, preferire la qualità (qualità?) della vita all’abbrutimento del lavoro coatto e spersonalizzante. Dico: ma siamo impazziti? Vi pare che in un momento di crisi globale, in cui quel poco o tanto di lavoro che rimane va difeso con le unghie, in cui bisogna sopravvivere alla feroce competizione dei paese emergenti come Cina e Brasile aumentando produttività e efficienza, possiamo permetterci di trastullarci con simili escapismi e deliri, scempiaggini e quisquilie? Come si dice a Milano (anzi: come si sarebbe detto un tempo a Milano) rimbocchiamoci le maniche che è meglio, va’ là, altro che elogio della vita lenta e indolente. Questo è il macigno che fa di Benvenuti al Nord un film di molta grevità e seriosità, con moralismo e messaggio sociopolitico, benché tutto questo sia abilmente occultato sotto una serie di momenti comici (alcuni riusciti, altri molto meno). Che poi gli sbandamenti di sceneggiatura ci sono anche in altre direzioni. Perché mai insistere tanto sulle crisi coniugali dei due maschi protagonisti, ma che c’entra con i pregiudizi Nord-Sud? Perché trasformare il film in un buddy-buddy movie con la coabitazione della coppia Alberto-Mattia tra dispetti e capricci e rappacificazioni e ciu-ciu che fa tanto strana coppia Matthau-Lemmon, perfino con qualche sforamento nel Vizietto? Che va anche bene, ma è un altro film, un altro modello narrativo, che nulla c’entra con il format Benvenuti al Sud messo a punto in Francia da Dany Boon. Per non parlare poi degli scambi di ruolo e personalità tra Bisio e Siani, per cui il primo si sianeggia e il secondo (la scena di lui in giacca e cravatta con valigetta) si bisieggia, incongruo cambiamento che peraltro dura per un paio di scene e poi torna tutto come prima come se niente fosse mai successo (e questa è una voragine nella sceneggiatura). Peccato, perché le aspettative di chi scrive qui erano alte. Gli attori. Caudio Bisio è Claudio Bisio e mattatoreggia spesso senza freni. Alessandro Siani rifà sempre più esplicitamente Massimo Troisi. Angela Finocchiaro si sdoppia e oltre a interpretare la moglie di Alberto/Bisio è anche la di lei anziana mamma, e anche qui non si capisce perché tanto spazio sia dato al doppio personaggio. Valentina Lodovini, che è sempre un incanto, ha però stavolta poco spazio e oltretutto le hanno reso parecchio antipatico il personaggio. Paolo Rossi esibisce una recitazione e una fisiognomica ormai molto simili a Dario Fo.

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