Recensione. SETTE OPERE DI MISERICORDIA, il film italiano più austero, estremo e autoriale dell’anno. Anche troppo

Ora che il film è nei cinema italiani, ripubblico la recensione scritta l’agosto scorso dopo averlo visto in prima mondiale al Festival di Locarno. ‘Sette opere di misericordia’ era molto atteso, ed era anche l’unico titolo italiano nel concorso principale. Opera ostica, a tratti inaccessibile, esempio di cinema radicale e senza compromessi che si rifà esplicitamente a modelli altissimi. Devo dire che non mi piacque, anzi ne fui profondamente irritato, come si evince dalla recensione. Vorrei però aggiungere che questo è un cinema di frontiera di cui c’è bisogno, che va comunque incoraggiato e sostenuto, e di cui vanno riconosciuti il coraggio e l’onestà. Intanto il film ha avuto buona circolazione all’estero e al festival di Marrakech ha vinto il premio per la migliore regia.
Sette opere di misericordia

di Massimiliano De Serio, Gianluca De Serio (Italia/Romania). Interpreti: Stefano Cassetti, Cosmin Corniciuc, Roberto Herlitzka, Olimpia Melinte, Ignazio Oliva. Presentato al Festival di Locarno 2011 nella Sezione Concorso Internazionale, in lizza per il Pardo d’oro.
Attesissimo. E come poteva essere altrimenti visto che si tratta dell’unico film italiano del Concorso internazionale in corsa per il Pardo d’oro? Invece, delusione enorme, anzi incazzatura. I due gemelli piemontesi De Serio, anni 31, hanno sì un buon curriculum di documentaristi e cortisti, ma qui sono al loro primo lungometraggio di finzione, e qualcuno avrebbe dovuto dirgli che raccontare una storia (una qualsiasi storia) è un’altra cosa, un altro mestiere e richiede altre abilità. In questo film dal titolo pretenziosissimo non si capisce niente. C’è un’immigrata moldava e c’è un anziano signore malmesso, che è un Roberto Herlitzka che da solo salva quel pochissimo che si può salvare del film, capace di recitare anche con le ciglia o le pieghe della pancia nuda (sì, perché i due gemelli lo mettono a nudo in una lunga sequenza). I due si incontrano, lei pensa di approfittarne. La ragazza, che si chiama Luminita ma forse no, ha bisogno di soldi, forse per comprare i documenti e l’identità di una straniera custodita all’obitorio. Ha un bambino, che forse è suo e forse no, forse gliel’hanno dato perché la recita della nuova identità sia più convincente. Forse forse forse. Perché i signori autori non si degnano di spiegarci niente e niente ci fanno capire lasciandoci al buio, forse (forse!) convinti che più si esagera in silenzi e non detto e mistero più ci si avvicina al Sublime. Si sa, in simili visioni alto-autoriali la trama è vista come un impiccio, una volgarità, roba ad uso di povere casalinghe disperate. Sette opere di misericordia è il frutto di questa visione anoressica e martirizzante del cinema. Sicchè sotto ai nostri occhi i personaggi si muovono e agiscono catatonici senza apparente motivo, in un vuoto narrativo che finisce col diventare anche vuoto di significato. Vediamo la ragazza che maltratta e lega il vecchio per rubargli i soldi, però misteriosamente il vecchio non sembra serbarle rancore, anzi diventa poi suo alleato quando si tratta di ritrovare il bambino rapito (ma perché?) da loschi figuri. Il tutto naturalmente immerso in una landa desolata di campi simil-rom, case fatiscenti, copertoni bruciati, ceffi orrendi. Come nei vecchi Godard anni Sessanta, quelli più militanti e brechtiani, il film è diviso in blocchi, introdotti da titoli che corrispondono alle opere di misericordia: Visitare gli infermi, Vestire gli ignudi, Dar da mangiare agli affamati, Seppellire i morti ecc. Qualche volta le sequenze che seguono i suddetti titoli c’entrano qualcosa, altre volte no. All’inizio Sette opere di misericordia sembra almeno evitare le solite sabbie mobili del politically correct, e quando ci mostra la badante che deruba il vecchio pare suggerirci che gli immigrati, svantaggiati socialmente, non sempre sono angeli, che la miseria materiale e la bontà non sempre vanno di pari passo. Ma i De Serio si pentono presto di questo cattivo pensiero e trasformano la loro Luminita in una martire e la sua storia in una via crucis, come vuole il paradigma dei film sui migranti. I modelli di riferimento sono evidenti: Olmi, Kieslowski, i Dardenne. Ma siamo molto lontani. Va certo riconosciuto ai due registi il coraggio di provarci con un cinema impervio, e di avere qua e là uno stile, purtroppo però i migliori propositi non necessariamente producono buoni risultati. A fine proiezione qui a Locarno spettatori e giornalisti erano esasperati. Qualcuno ha applaudito, ma anche al cinema si può essere vittime della sindrome di Stoccolma.

I registi, i due gemelli Massimiliano e Gianluca De Serio

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