Recensione. MISSION: IMPOSSIBLE – PROTOCOLLO FANTASMA è il miglior action da molto tempo in qua

Grandissimo action. Ritorno al successo di Tom Cruise. Il miglior Mission: Impossible insieme al primo della serie. Un mirabolante spettacolo dove umani, congegni e macchinerie varie sembrano muoversi tutti in una frenetica (ma perfetta) coreografia di modern dance. Scene già famose, come la scalata alla torre più alta di Dubai o la sparatoria ripresa da sott’acqua. Voto: 7 e mezzo
Mission: Impossible – Protocollo fantasma, regia di Brad Bird. Con Tom Cruise, Jeremy Renner, Léa Seydoux, Josh Holloway, Michael Nyqvist, Simon Pegg, Ving Rhames, Paula Patton, Anil Kapoor. Nei cinema dal 27 gennaio 2012.

Una meraviglia, anche nel senso barocco di fantasmagoria che stimola e soddisfa i sensi, quello della vista innanzitutto, però non solo. Questo è cinema sensoriale, anche tattile perché, nonostante l’assenza (e meno male) del 3D o forse proprio per quello, ti sembra che lo schermo sia un organismo che vive e pulsa e ti risucchia dentro. Che gran spettacolo, questo film, come non si vedeva da lungo tempo, nonostante la proliferazione incontrollata – peggio delle armi nucleari nei paesi già terzi – degli effetti speciali e di ogni possibile diavoleria digitale in ogni dove, anche nei più minuscoli e modesti action. A riprova che non conta la tecnologia in sè, che tanto quella ce l’hanno tutti ormai, ma come la si applica e l’ingegno e il talento di chi la sa piegare alla narrazione. Mission: Impossible – Protocollo fantasma è così spettacolare, così avvicente, da segnare forse uno spartiacque nell’action, che pure ce ne ha fatto vedere di ogni ultimamente, e pure di livello eccellente, a partire da Avatar. Non è certo questione di plot, scritto benone peraltro, e che conta eccome, ma che si situa entro il canone della spy story così come si è configurato nell’ultima decade (e anche di più), a partire proprio dal primo, fondativo Mission: Impossible, quello, bellissimo, diretto da Brian De Palma. È questione, invece, di stile, di cosa il regista Brad Bird riesce a fare qui con il materiale, i materiali che gli passano tra le mani e gli hanno messo a disposizione. Forse conta, chissà, la presenza in fase di produzione di J.J. ‘Lost’ Abrams, uno capace di dare un twist, una torsione che non t’aspetti, anche a quanto c’è di più sdato, un trasfiguratore-transustanziatore, un genio alchemico. Però a me pare che gran parte del merito sia da attribuire al signor Bird che, pensate, è al suo primo film live action, dopo averci dato cose belle e importanti, ma solo nell’animazione, Ratatouille e Gli incredibili per dire (soprattutto il primo). Eppure smodatamente bravo anche stavolta che è alle prese con attori in carne ed ossa. Attori, insomma. Senza nulla togliere a gente come Tom Cruise e Jeremy Renner (ottimo), in questo MI Ghost Protocol si tratta più di saper usare il corpo (in corsa, in salita, in discesa, in arrampicata, sott’acqua) che di recitare. Gli umani in questa babele (bene organizzata) ipercinetica sono solo uno degli elementi, in certi passaggi nemmeno il più importante, accanto alle macchinerie, agli effetti specialissimi, ai gadget ovviamente supertecnologici, a quel particolare linguaggio visivo partorito dal digitale (chiamiamolo digital art). Ora, il signor Brad Bird orchestra tutto con una sicurezza sbalorditiva, in fondo ri-gira un film di animazione, con la stessa carica visionaria e fantastica e iperbolica, sottraendo questo nuovo Mission: Impossible al ricatto del realismo e proiettandolo in una dimensione puramente onirica. Mica crederemo che davvero sia possibile e credibile quello che vediamo passare sullo schermo. La scalata con i guanti-ventosa di Tom Cruise del grattacielo più alto del mondo, il Burj Khalifa hotel di Dubai, è da vertigine, ma di quella vertigine che solo in sogno possiamo provare quando ci sembra di volare, o cadere nell’abisso. Una scena che è già, giustamente, celebre, e diventata il marchio di questo film. Ma si potrebbe continuare. Ad esempio, con l’uso della realtà virtuale nella lunga, magnifica sequenza in cui Ethan Hunt (Cruise) e Benji (Simon Pegg) devono penetrare nel Cremlino ed eludere la sorveglianza. Ci riescono col vecchio giochetto del trompe-l’oeil, però aggiornato alle tecnologie che consentono una simulazione del reale prima impensabile. Ritmo, sempre, vertiginoso, camera mobile, danzante, irrequieta anzi frenetica. Cose e congegni e possenti macchine che si muovono insieme agli umani come in una coreografia. Gli ingranaggi e le leve producono scatti e pause e ripartenze e cambi di velocità da modern dance. Un film che è una partitura musicale per immagini, con il tempo scandito da un invisibile ma implacabile metronomo, dove i dialoghi sono ridotti a scambi di monosillabi o poco più, senza lungaggini a fiaccare il ritmo. Non c’è tregua, mai (se non nelle scene finali in cui prevalgono sentimento e psicologismo, ed è la parte che meno coinvince). Uno dei signori della critica cinematografica americana, Roger Ebert – un decano che ne ha viste di ogni sugli schermi – ha trovato per Mission: Impossible Protocollo fantasma la definizione perfetta: action poetry. Poesia d’azione, poesia fatta di azione. Non si può dire meglio.
Questo quarto episodio del franchise Mission: Impossible (non si dice più sequel, serie, figuriamoci saga, adesso bisogna dire franchise) è il migliore insieme al primo, e riesce a rivitalizzare un prodotto cinematografico che, dopo il precedente mediocre episodio, sembrava condannato all’estinzione nel disinteresse del pubblico. Invece a sorpresa la rianimazione è riuscita, MI4 è stato in America il film di Natale riuscendo a battere tutti e sta incassando cifre mirabolanti anche nel resto del mondo. Successo che ridà fiato anche a Tom Cruise, che da anni passava da un flop all’altro, intollerabile per quello che è stato per almeno quindici anni il massimo moneymaker tra gli attori hollywodiani. Ha puntato tutto sul ritorno del suo agente Cia Ethan Hunt, e ha vinto. Stavolta Ethan deve sventare, contando solo su se stesso e la sua piccola squadra, il complotto di un pazzo che si è impossessato di ordigni nucleari e non vede l’ora di sganciarli da qualche parta del nostro globo, onde procurare la catastrofe e verificare se ci possa essere vita anche dopo l’apocalisse. Solo che Ethan/Cruise nella corsa parte con l’handicap. Qualcuno fa saltare il Cremlino (che botto, signori, e che gran scena) e i russi sono convinti sia stato lui. Sicché a Langley i capataz della Cia non possono più coprirlo e lo mollano attivando il famigerato Protocollo Fantasma. Significa che Ethan Hunt e i suoi compagni dovranno entrare nella clandestinità e cavarsela da soli. Bisogna fuggire dai russi incazzati per il Cremlino a pezzi, il che genera una memorabile sparatoria tutta vista e inquadrata da sott’acqua, qualcosa che nella mia vita di spettatore mai mi era capitato di vedere. C’è una spia pericolosa che si fa pagare in diamanti, che è poi Léa Séydoux, attrice in ascesa irresistibile (era pure in Midnight in Paris, e vogliamo parlare del bellissimo commercial Prada Candy con lei tanguera?). Si finisce tutti a Dubai, con la scena della scalata del grattacielo di cui sopra. Poi via a Mumbai, con una festa in stile Bollywood che omaggia il cinema e i modi locali, mentre l’ora dell’apocalisse è sempre più vicina. Se i film ci dicono qualcosa sul nostro tempo, e ce lo dicono, allora questo MI4 ci suggerisce che la paura-ossessione dell’attentato islamico sembra un attimo scemata in Occidente. Il villain stavolta non è un simil Bin Laden, ma un folle – ghiotto di bombe atomiche – che ricorda più i vecchi cattivi dei primissimi James Bond anni Sessanta, e quelle scene finali di ordigni in volo sembrano citare addirittura il kubrickiano Dottor Stranamore. Insomma, ragazzi, torna come negli anni Cinquanta e decennio successivo la paura della Bomba. Anche perché ormai ci vuol niente a costruirne una, o a rubarla, o a comprarla in uno dei tanti supermarket clandestini di armi e altri giocattoli estremamente pericolosi. Con la speranza che da qualche parte ci sia sempre un Ethan Hunt pronto a intervenire.

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