La neve come psicodramma di una nazione

Ora, per chi si ricorda il freddo freddo di campagna di tanti decenni fa, a termosifoni inesistenti nelle case e gas algerino e russo ancora ben custodito a profondità insondate e altro che pipeline a portarcelo qui, insomma, chi quel gelo lì l’ha provato anche se solo di striscio, tutto questo psicodramma per la neve e il ghiaccio di questi giorni fa un po’ ridere. Mettetevi una maglia in più, uscite solo se necessario, attenti a dove mettete i piedi, preparatevi a qualche disagio più del solito, e per favore niente tacchi a spillo, Louboutin può attendere. Piccole precauzioni di buonsenso, niente di speciale, e un po’ di rassegnazione, anche di fatalismo. Invece tutti a strillare che è un disastro, è l’apocalisse, è colpa di sindaci e protezione civile e amministrazioni pubbliche varie su su fino a chissà dove, fino al governo, forse anche al Quirinale. Un delirio collettivo. Uno psicodramma ridicolo. Siamo riusciti a rendere reale uno dei detti più stupidi e sdati, un brutto condensato di finta saggezza popolare come piove governo ladro, diventato sull’onda dell’indignazione collettiva nevica governo ladro. Alla lettera. Non è il carattere italiano melodrammatico e psicolabile la causa di queste convulsioni. C’è qualcosa di diverso, di nuovo e anche più perverso. C’è quella cultura ormai generalizzata e pervasiva del lamento, o del piagnisteo, che come un cancro corrode da decenni le masse, i popoli, le opinioni pubbliche d’Occidente (il libro che ha codificato e stigmatizzato questa maledetto vizio collettivo, La cultura del piagnisteo di Robert Hughes, Adelphi, è del 1993, libro fondamentale davvero che da queste parti non si è filato quasi nessuno). Mai un’assunzione di responsabilità, sempre un capro espiatorio su cui indirizzare livore e rabbie. Adesso poi, in periodo di furore anticasta, il capro è già lì bell’e pronto, anche perché già di suo poco presentabile e difendibile, la classe politica. Così se nevica dalli al sindaco, all’assessore, al prefetto. La neve diventa bassa politica e la faccenda viene strattonata di qua o di là a seconda delle convenienze di parte. Tristissimo spettacolo. Su questo urlo plebeo e sanculotto – vogliamo giustizia! i responsabili vanno puniti! tutti alla gogna, alla ghigliottina, alla forca! – si innesta dell’altro, il delirio di onnipotenza di un’umanità piccola piccola e adusa a ogni conforto e ormai incapace di una pur minima sofferenza, di un pur minimo disagio, che non accetta, semplicemente, che la natura riesca a beffarsi ogni tanto di noi. Pensiamo di averla domata per sempre, di tenerla sotto controllo, di dominarla, fingiamo pure condiscendenza nei suoi confronti con il nostro ecologismo, quella condiscendenza che si mostra verso gli sconfitti e gli inferiori, e invece no, ogni tanto la natura ci sbatte giù la grande nevicata, o il terremoto. Di fronte a certi disastri siamo ancora impotenti, altro che cianciare di previsioni e prevenzioni. Davvero credete che si possano prevedere esattamente i centimetri di neve che cadranno su una certa area e a che ora? Ma andiamo, non basteranno mai tutti gli algoritmi del mondo e le più sofisticate tecnologie. Gli eventi naturali conservano ancora la loro bella dose di capricciosità e imprevedibilità, però ci costa maledettamente ammetterlo, e se viene la neve a bloccarci preferiamo pensare che la colpa sia di qualche umano che ha sbagliato, e non della potenza magnifica e terrifica della natura.
(NCL Extra: tutto quello che non è cinema in questo blog di cinema)

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