Berlino Festival 2012/ Recensione: AUJOURD’HUI, un film senegalese molto arty, molto pretenzioso, molto da festival

I vagabondaggi di un uomo a Dakar. Forse è il suo ultimo giorno di vita, forse no. Film di silenzi, simboli e autorialità come se ne facevano in Italia e nell’Est Europa negli anni Sessanta. Un film che giustamente vuole evitare i cliché del cinema etnico africano, ma che non ce la fa a trovare una strada.
Aujourd’hui, regia di Alain Gomis. con Saül Williams, Aïssa Maïga, Djolof M’bengue, Anisia Uzeyman. In Concorso.

Classico film da festival. Ostinatamente fitto di silenzio, con protagonista catatonico a significare il vuoto e l’impossibilità e la vanità dell’esistere, slittamenti nell’extra-reale (surreale, fantastico, metafisico, anche soprannaturale), uso massiccio di simboli. A essere cattivi, film come questi sono armi di distruzione di massa scagliate sugli incauti e inermi e incolpevoli spettatori da selezionatori sadici e direttori festivalieri delle volte più attenti alla geopolitica che alla qualità. Una volta questi film pretenziosissimi e fortemente arty, che dichiaravano la propria aspirazione e la propria appartenenza a una superiore categoria cinematografica, provenivano soprattutto dall’Italia e poi dai paesi Est Europei, quando ancora c’era l’Impero sovietico e la selva dei simboli serviva insieme a oscurare e criptare i vaghi messaggi antiregime e a fungere da marchio di qualità. Dopo aver visto questo quasi inguardabile Aujourd’hui, oltretutto alla prima proiezione mattutina che è la più dura per i cerveli ancora infreddoliti e appannati dal sonno, vien da pensare che quel cinema e quei vezzi autoriali siano emigrati in terra d’Africa, per la precisione in Senegal. Senegalese è la coproduzione (insieme con la Francia), senegalesi sono il regista Alain Gomis e la location, la capitale Dakar. In tutta evidenza questo Aujourd’hui vuole sottrarsi al cliché del cinema africano tutto colori, ritmi e prepotenza fisico-corporea per provare con un cinema che non sia per niente etnico, ma universale nei suoi linguaggi e nelle scelte stilistiche. Del protagonista Satché non sappiamo molto e non capiamo molto, se non che quello che sta vivendo per una qualche misteriosa ragione è il suo ultimo giorno di vita, o forse no, non è vero. Lo seguiamo dalla madre, dagli amici, lo vediamo per strada seguito da un corteo e festeggiato e omaggiato come un santo o una celebrità (la scena migliore, e quel volante strappato e sollevato sulla sua testa come un’aureola è una grande invenzione visiva), lo vediamo fare visita a un santone che sembra sapere tutto di lui e di cosa sarà di lui, tornare a casa dalla moglie ostile, ritrovare gli amici di un tempo. Non succede altro. Sembra di stare in un Antonioni della trilogia dell’incomunicabilità, ma senza il suo occhio formidabile e più di mezzo secolo dopo, e qua e là trapelano anche echi esistenzialisti, e questo Satché ha qualcosa della misteriosa maledizione dello Straniero e dei suoi atti gratuiti. Stop. Si esce convinti che anche il cinema africano ormai abbia una gran voglia di conquistarsi il suo posto nel salotto buono del cinema chic e colto, resta da vedere se questa sia la strada giusta.

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