Berlino Festival 2012/ Recensione di IN THE LAND OF BLOOD AND HONEY: il film di Angelina Jolie non è niente male, una bella sorpresa

Gli anni della guerra in Bosnia ricostruiti puntigliosamente da una sorprendente Angelina Jolie regista. La quale sa girare molto bene le scene più cruente e cattive, ma incespica nei dialoghi e nella storia d’amore (però non banale, qualcosa tra ‘Romeo e Giulietta’ e ‘Il portiere di notte’). Solo che qui a Berlino tutti a parlarne male, perché della Jolie non si può parlare bene, fa cheap. Ma sparare su di lei è come sparare sulla Croce Rossa, troppo facile: esattamente come sparano sulla Croce Rossa e i convogli umanitari i serbi del suo film. Critici cetnici.

In the Land of Blood and Honey
, regia di Angelina Jolie. Con Zana Marjanovic, Goran Kostic, Rade Serbedzija, Vanesa Glodzo. Sezione Berlinale Speciale.
Alla fine del press screening, non c’era un posto libero, qualche anima buona e ingenua ha applaudito calorosamente (esistono anche i giornalisti buoni e ingenui, o forse erano degli infiltrati) nel gelo quasi unanime e nel sopracciglio alzato altrettanto unanime a denotare disgusto. Uscito dal CinemxX, sede della proiezione, un anfratto in questa ipermoderna Potsdamerplatz, ho captato qua e là sotto fiocchi di neve vorticanti qualche commento, ed erano tutti demolitivi verso questo film piccolo e piuttosto onesto che io invece mi sento di difendere. Sparano sulla Croce Rossa, mi son detto, troppo facile, esattamente come sparano sui convogli umanitari e le ambulanze i serbi di tante scene del film. Critici cetnici. A una collega cui non era piaciuto ho detto: questo è un film da difendere, forse anche da amare. Già l’avevo capito da un pezzo, ma le reazioni di ieri confermano: Angelina suscita un astio e un odio di massa come poche altra donne sulla faccia della terra, figuriamoci quando, come in questo caso, osa girare da regista un film dichiaratamente impegnatissimo, di ambizioni altamente umanitarie in linea con il suo impegno all’Onu a favore di rifugiati. Ma come si permette, sussurra anzi ulula l’inconcscio colletivo e il pensiero unificato del Giornalista Critico Cinematografico, questa qui che si è siliconata le labbra e ha rubato Brad Pitt a Jennifer Aniston, insomma come si permette questa non favolosa nullità, questa sciampista rifatta, di propinarci un film addiritura sulla guerra di Bsnia, le pulizie etniche, le fosse comunim, gli stupri. Se ne stesse a casa a curarsi la prole arcobaleno e farsi le punturine di botox. Bocciata, e senza prova d’appello, prima e dopo il film. Bocciata anche da quelli che hanno sempre accettato con la massima indulgenza e condiscendenza le più ignobili dichiarazioni e i film più equivoci sul tema Bosnia da uno come Emir Kusturica (Underground sì che è un film imbarazzante e inguardabile, altro che questo). In The Land of Blood and Honey di difetti ce ne sono in quantità industriale, sono il primo a riconoscerlo. È pesantemente didascalico e dimostrativo, l’intento dichiarato è di renderci tutti più buoni e fare qualcosa acciocchè l’umanità non dimentichi l’orrore che è stata la Guerra di Bosnia tra 1992 e 1996, guerra che, converrà ricordarlo, si è svolta dietro la porta di casa nostra, mica in qualche lontana landa prospiciente il Pacifico o piantata nel bel mezzo della foresta pluviale africana. La signora non nasconde per niente la volontà di lanciarci chiaro e forte il messaggio e sensibilizzare le nostre atrofizzate coscienze. Cinema predicatorio, che spesso la storia ha dimostrato coincidere con la morte del cinema. Tipo di cinema che non  ci piace, ovvio, chè sempre si porta dietro una certa puzza di minculpop e veline. Cinema di propaganda. Ma nonostante questi pesantissimi handicap Jolie costruisce qualcosa di buono, con una sincerità e onestà di cui non si dubita mai. Per evitare che il film si riduca a un falso docu o fictionalizzazione alla History Channel, si inventa una storia d’amore – che fa da specchio a quanto succede intorno e insieme detonatore drammaturgico – tra Ajla, una bosniaca musulmana (discendente da coloro che ai tempi dell’occupazione turca si convertirono all’Islam, e dunque odiati da chi è rimasto fedele al cristianesimo) e Danijel, un poliziotto della minoranza serba, capello biondo e occhio azzurro ghiaccio, a significare fisiognomicamente l’appartenenza prodondo-slava. Si frequentano, forse si amano, ma poi c’è la guerra,  i due si ritrovano su fronte opposti. Lui è nientemeno che il figlio del boss serbo che vuol procedere alla serbizzazione dell’intera  Bosnia mediante pulizia etnica dei musulmani (figura chiamante ispirata a Mladic), lei è una ragazza che sogna di fare la pittrice di mestiere, musulmana ma non di forti pratiche religiose. Incominciano i massacri da parte dei serbi, le deportazioni dei musulmani nei campi, la spoliazione dei loro beni e della loro dignità, gli stupri seriali, le fosse comuni, spesso sotto l’occhio inerte e la non partecipazione dei caschi blu. Insomma, lo scandalo che sappiamo. Alja si ritrova in un campo, e lì la identifica Danijel. La salva dagli altri commilitoni, la vuole solo per sè, la porta in un appartamento privata, le consente una vita dignitosa, anche se da prigioniera. La ama, si amano. Ma per tutti e due è difficile, sanno di infrangere leggi potenti, sanno di tradire i rispettivi clan etnici di appartenenza. Una storia fragile e pericolosa, che può rompersi in ogni momento per pressioni esterne e interne. Intanto assistiamo al procedere della guerra e dell’infame pulizia etnica. Ed è qui che Angelina dà il meglio. Gira assai bene tutte le cose da maschi, le battaglie, le sbevazzate, i riti tribali di mutuo soccorso, i cecchini appostati nella neve, le battaglie e gli agguati tra le rovine, le vittime casuali e non casuali, le cacce nel buio, nel ghiaccio, ai musulmani scampati. Riesce a rappresentare, Angelina, e io non l’avrei mai detto, quella particolare cose che si chiama follia balcanica, un misto di ebrezza di alcol e sangue, qualcosa di unico e stomachevole. Quel grado zero dell’umano ce lo sa restituire forte e bene. Sembra che i Balcani li conosca da sempre, ambienti, facce, gesti sono perfetti. Tutto è girato in serbo-bosniaco, aggiungendo ulteriore credibilità (e difatti il film aveva ottenuto una nomination ai Golden Globe come miglior film in lingua straniera). Sa muovere la macchina da presa, non prepara come tanti registi esordienti tableaux vivants da riprendere a camera fissa secondo un linguaggio cinematografico elementare. Sequenze e inquadrature che respirano, fluidificano. Se la cava bene, altrochè. Ha il coraggio del non happy end, e anche questo le rende onore. Pecca, e pecca molto, moltissimo, in fase di sceneggiatura e drammaturgia, l’amore tra i due sfiora il ridicolo con dialoghi impossibili, è fastidioso l’uso dell’arte (Ajla è pittrice) quale realtà sublime e superiore contrapposta alla brutalità della guerra, e capace di mettere d’accordo i nemici (le inguardabili scene al Museo di Sarajevo), poi racconta troppo, racconta tutto, impari l’ellissi. Avrebbe dovuto rendere più robusta la storia di Ajla e Danjiel (il paradima Romeo e Giulietta funziona sempre, e qui c’è pure quello carnefice-vittima alla Portiere di Notte), e sfrondare il resto. Ma va bene anche così. Il film è onesto e coraggioso nel ricordare una pagina vergognosa della storia d’Europa. Pur schierandosi dalla parte dei musulmani bosniaci e contro i serbi ci ricorda che da quelle parti l’innocenza fu merce rara e che pure i musulmani si macchiarono delle loro colpe. Però non cade nella trappola revisionistica secondo la quale tutti sono carnefici e vittime in parti uguali. Serbi colpevoli e Musulmani vittime: questo ribadisce Angelina Jolie, che è quanto pensarono l’America e l’Occidente allora, quando la Nato intervenne, e intellettuali come Bernard Henri-Lévy scesero in campo. Adesso, e lo sentivo anche fuori dal cinema ieri, qualcuno si lamentava che il film fosse troppo sbilanciato contro i Serbi e avvelenato dal pregiudizio. Spiacente, io sto con Angelina.

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2 risposte a Berlino Festival 2012/ Recensione di IN THE LAND OF BLOOD AND HONEY: il film di Angelina Jolie non è niente male, una bella sorpresa

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