BerlinoFestival 2012/ Recensione. DICTADO, il film più fischiato del festival

Un film di genere nella sezione massima della Berlinale, quella del Concorso, e non c’è mica da scandalizzarsi, ci mancherebbe. Solo che questo thriller made in Spain – che è una ghost story ma forse no – ha dei buchi neri nel plot che lo rendono inverosimile e inguardabile, soprattutto nella seconda parte. Con perdipiù un personaggio femminile di una tale ottusa bontà da creare guai a ripetizione. Finora, il film più fischiato alle proiezioni stampa.
Dictado (Childish Games), regia di Antonio Chavarrías. Con Juan Diego Botto, Bárbara Lennie, Mágica Pérez. In concorso.
Mica ci si scandalizza che un film di genere vada nella sezione massima del festival, quella del concorso, quella con i film in corsa pe l’Orso d’oro. Anche se qualche purista (ce ne sono ancora, altrochè se ce ne sono) continua a fare l’indignado, tant’è che ieri alla fine del press screening di questo thriller spagnolo tendenza ghost story ci sono stati fischi e buuh come per nessun altro film. Però, i fischi erano tutti e solo di indignati per l’indebita intrusione nel santuario dell’arte cinematografica da parte del cinema di genere? Mah, è che questo Dictado non è proprio una gran cosa, la sceneggiatura ha buchi che sono voragini, e la regia non ha guizzi che riscattino le lacune di scrittura. Eppure oggi Variety del suo Berlin Daily ne scrive piuttosto bene, intravedendo per Childish Games, questo il titolo sul mercato di lungua inglese, ottime possibilità di sfruttamento soprattutto nel circuito arthouse. Opinione autorevole e rispettabilissima, ma lo stesso cinema spagnolo nel campo dell’horror e del thriller ha fatto di meglio, molto meglio nell’ultimo decennio, di questo irresoluto giallo-nero. Una tranquilla coppia di giovani insegnanti, Daniel e Laura, viene sconvolta dall’arrivo in casa di una bambina, figlia di un vecchio amico di lui appena morto suicida. Daniel capisce subito che sarebbe meglio scansarla, quella bambina dallo sguardo sinistro, ma la sua compagna, che tanto vorrebbe un figlio e non riesce ad averlo, si affeziona subito e riesce ad ottenerne l’affidamento. Saranno guai tostissimi. C’entra un fattaccio accaduto a Daniel e a Mario, il papà della bambina, quand’erano piccoli e compagni di giochi e avventure in una estate sul mare (Oceano Atlantico si suppone, visto il clima plumbeo e le lunghe spiagge con relative maree). Fattaccio in cui i due c’entrano, e molto. Ora, benchè Daniel si renda conto che quell’infanta capitata in casa loro potrebbe essere lì per una vendetta, e benchè lo spieghi chiaro e tondo a Laura, lei, ostinata, non recede dalla sua decisione e anzi sogna di poterla adottare, ponendo le premesse del disastro che puntualmente arriverà. Questa Laura è una di quelle donne del giorno d’oggi molto assertive e molto sicure di essere sempre dalla parte giusta, e pronte ad alzare il ditino ammonitore verso il compagno in preda a una qualche crisi o depressione e a pronunciare le orrende parole “ma caro, tu stai male, perché non vai da uno psicoterapeuta?”. Una così meglio perderla che trovarla, purtroppo il Daniel del film se la ritrova. A un certo punto tutta la faccenda sembra scivolare nella ghost story, poi no, perché non si capisce tanto bene chi sia davvero la piccola Julia/Klara. La trama ha buchi neri profondissimi, la storia della nonna è poco convincente e non basta a spiegare gli strani atteggiamenti della bambina, il finalone non sta in piedi. Un film girato abbastanza pedestremente e con uno script di pochezza allarmante. Da fischiare non perché sia un thriller in concorso, ma perché è un brutto thriller.

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