BerlinoFestival 2012/ Recensione. ELLES è un film sozzetto che se la tira da denuncia sociale

Il peggior film visto qui a Berlino, il più equivoco, il più greve (firmato da una regista donna). Con l’alibi di un’inchiesta giornalistica sulle studentesse prostitute, Elles ci mostra voluttuosamente un bel po’ di sporcaccionate e costringe la povera Juiette Binoche alla scena più imbarazzante della sua vita. Un film che punta scientemente allo scandalo.
Elles, regia di Malgoska Szumowska. Con Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Joanna Kulig.
Presentato alla Berlinale nella Sezione Panorama Special.
Ma chi gliel’ha fatto fare a un’attrice rispettabile come Juliette Binoche di infilarsi in un filmaccio del genere, il peggio visto finora qui a Berlino, un film sozzetto però con la pretesa della denuncia sociologica e pure dell’indignazione moraleggiante firmato da una regista polacca di cui nulla sappiamo e, dopo aver visto il film, nulla vogliamo sapere. Coproduzione franco-tedesco-polacca con un’infinità di sponsor, e tutto per mettere in piedi questa cosa qui, un prodotto greve e laido la parte sua (però certe registe quando vanno sulla sozzeria pesante son peggio degli uomini), uno di quei film programmati per suscitare qualche scandaluccio a qualche festival e provocare commenti e recensioni e dibbbattiti e finte indignazioni sui media cartacei e virtuali. Binoche è una giornalista parigina (lei è sempre molto parigina) che per il settimanale Elle, un’istituzione nel campo dei giornali femminili, ha condotto un’inchiesta sulla prostituzione nascosta, quella che ha la faccia perbene e pulita di ragazzine qualunque di cui mai e poi mai sospetteresti. Mentre scrive il pezzo (e la chiamano dal giornale sollecitando e invitandola a stringere, a tagliare, e lei che protesta, ma come faccio, mi avevate detto 12mila battute e adesso mi dite ottomila, ho una marea di cose interessanti da scrivere: e sono scene cui chiunque abbia lavorato in una qualsiasi redazione ha assistito infinite volte), ecco, dicevo, mentre se ne sta in casa a scrivere il pezzo vediamo la sua vita di famiglia, marito qualsiasi in carriera, matrimonio un po’ stanco e due figli non proprio studiosi e tendenti parecchio al fancazzismo, e lei che si deve arrabattare povera donna tra lavoro e doveri domestici. Intanto assistiamo agli incontri in flashback che Binoche ha avuto cone due studentesse prostitute, la prima francese, la seconda venuta dalla Polonia (così si giustificano la coproduzione e la regista made in Varsavia), che raccontano a lei (e a noi) il come e il perché hanno deciso di vendere il proprio corpo come si diceva in tempi lontani, e il motivo è sempre quello, il soldo (ne avevo bisogno, non sapevo come fare, mi sono trovata senza una casa, un posto dove andare ecc.). Le due a ribadire convinte che non è mica questa cosa così terribile, i clienti son gentili, pagano bene ecc. ecc. Poi ai soldi ti abitui e diventa difficile smettere, come con le sigarette, stessa dipendenza. Madame la journaliste si fa ovviamente raccontare anche che tipo di clienti hanno, prestazioni e non prestazioni. Risposta: sono padri di famiglia, mariti qualunque, ci parlano della moglie e del lavoro (niente di nuovo, sono cose che sentiamo e leggiamo da almeno quarant’anni in ogni intervista a una prostituta/escort di basso, medio o alto rango). Sicchè con la scusa dell’inchiesta assistiamo a una serie di scene con fellatio spinte e senza preservativo, voyeurismi ed esibizionismi, pissing e altre cosucce voluttuosamente riprese e gentilmente offerte dalla signora regista polacca dal nome complicato, arrivando fino a stupro anale con bottiglia, alla faccia dei clienti gentili e carinissimi. Vengono in mente certi mondo-movie anni Sessanta anche quelli spacciati per seri documentari sul sesso e i costumi erotici e in realtà film sporcaccioni (si diceva pruriginosi) a uso di un pubblico altrettanto sporcaccione però bisognoso di alibi giornalistico-scientifici. Fin qui passi, ne abbiamo viste di ogni, cosa volete che ci sgomenti la signora Malgoska Szumowska. È che poi il film pretende di andare oltre, punta ambiziosamente al messaggio, ci mostra una Binoche che a furia di passeggiare lungo la wild side e di frequentare un po’ troppo le due prostitute e di farsi raccontare un po’ troppi particolari porconi, finisce con il diventare un po’ mignotta anche lei: lei, la signora parigina, lei, la giornalista bon ton, si ubriaca, lesbicheggia con una delle due, si masturba contorcendosi sul letto coniugale, si inginocchia per praticare una fellatio al marito esterrefatto e interdetto. Certo, il messaggio colto e impegnato che il film vuole lanciarci lo abbiamo capito: tra una signora e una prostituta non c’è differenza, sono entrambe donne da rispettare in quanto donne (già ce lo diceva con ben più stile e meno sicumera Buñuel in Belle de jour, la regista polacca riguardi e ripassi, e impari), e il matrimonio altro non è che l’altra faccia della prostituzione e il suo necesario presupposto (questo lo diceva anche Engels). Messaggio che rimandiamo al mittente per via dell’ovvietà e della saccenteria, e perché usato come foglia di fico solo per coprire un po’ di sozzerie. Film ignobile. Che quando vediamo la povera Binoche tentare la fellatio sul consorte ci viene il magone e l’imbarazzo per lei (comunque, la scena è già stracult).

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7 risposte a BerlinoFestival 2012/ Recensione. ELLES è un film sozzetto che se la tira da denuncia sociale

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