BerlinoFestival 2012/ Recensione. CAPTIVE di Brillante Mendoza è il miglior film visto finora

Era più di un anno che si favoleggiava di questo film del maggior regista filippino: lo si aspettava nei vari festival, prima a Cannes, poi a Venezia, ma niente. Eccolo finalmente qui a Berlino. Mendoza si ispira al rapimento nel Duemila di un gruppo di turisti occidentali e di filippini nel sud di Mindanao da parte del gruppo islamista Abu Sayyaf. Un’odissea durata quasi un anno. Una storia straordinaria dove succede di tutto, dove tra rapitori e ostaggi si instaurano rapporti complicati e chiaroscurati. Su tutto e tutti, la giungla. Gran film che non delude le attese, anzi.
Captive, di Brillante Mendoza. Con Isabelle Huppert, Katherine Mulville, Marc Zanetta, Maria Isabel Lopez, Rustica Carpio. Presentato nella Sezione Concorso.
Ieri sono stato fermo un giro, bloccato in hotel da un fastidioso malanno. Dunque non sono riuscito a scrivere, e mi sono pure perso i due film in competizione (quelli di Ursula Meier e di Billy Bob Thornton) e lo Zhang Yimou con Christian Bale, adesso dovrò darmi da fare con i recuperi, che vuol dire spostarsi fuori dalla comoda Potsdamerplatz e recarti in zone più disagevoli (e perderti ovviamente altri film interessanti). Ma tant’è. I festival sono così, se salti un giro di giostra poi ti devi dannare. Intanto, scrivo di Captive del filippino Brillante Mendoza (produzione internazionale però e si vede, i mezzi stavolta non scarseggiano), presentato l’altro ieri alla stampa e a mio parere di gran lunga il migliore tra quelli visti finora qui a Berlino. Premetto che non ho letto recensioni di nessun altro giornalista italiano, e nemmeno quelle dei Daily di Variety e Hollywood Reporter dedicati al festival, dunque non ho alcuna idea di come il film sia stato accolto in generale. Posso dire solo che gli applausi al press screening sono stati piuttosto deboli (molto inferiori ad esempio a quelli per i Taviani), non si percepiva entusiasmo, però un certo reverente rispetto sì. Dunque l’impressione è che non sia piciuto troppo (però a me sì, decisamente). Si favoleggiava di Captive da almeno un anno, lo si aspettava in concorso a Cannes 2011 e invece niente, a Venezia lo si dava per certo come film sorpresa e invece Müller ci ha piazzato il solito cinese (peraltro bellissimo), finalmente a questo Berlino l’arcano è stato svelato. Mendoza è cineasta di culto come pochi, il suo Serbis è un capolavoro del genere laido-esistenzialista-asiatico (la storia: un cinemaccio di Manila dove succedono cose di ordinaria turpitudine, prostituzioni di ogni sesso e tipo, decadenze, fatiscenze, lordume ovunque), di quei film che non si sa perché non ce la fai a non amare. Stavolta però esonda dalle sue storie piccole e minime e affronta una storia grande, ispirata al rapimento tra 2000 e 2001 in un resort nel sud dell’isola filippina di Mindanao di un grupo di occidentali e filippini da parte del gruppo islamista-indipendentista Abu Sayyaf, riconducibile alla galassia Al Qaeda (il sud delle Filippine è musulmano, a fronte del resto del paese a stragrande maggioranza cristiana, da qui tensioni etnico-religiose che durano da decenni e mai risolte, nepure oggi). Si incomincia con l’rruzione degli islamisti con letali armi automatiche e con Corano nel resort di notte, un bel gruppo di gente viene portato via senza fare troppe distinzioni, subito uno scatolone di bibbie viene buttato in mare, per alleggerire il carico e in sfregio al libro sacro dei cristiani. Ci sono filippini (cristiani), qualche turista occidentale, occidentali che stanno con filippine, alcuni un po’ social workers un po’ missionari (una è Isabelle Huppert che stranamente mi ha fatto ricordare il personaggio di Ingrid Bergman in Assassinio sull’Orient Express, la stessa stolidità, lo stesso rigido impegno). Un bel microcosmo di varia umanità, mentre dall’altra parte c’è una banda di ragazzotti molto giovani, tesosteronici, spavaldi, gasati da tutte quelle armi che si ritrovano in mano e non si capisce se più mossi in quel’impresa dal fanatismo religioso-indipendentista o dalla voglia di farci un bel po’ di soldi con i riscatti, o da tutte e due le cose. Dettano subito le regole coraniche. Le donne si devono coprire la testa, le braccia, le gambe, pure gli uomini non devono esagerare con la quantità di epidermide esposta. Poi tutti in cammino nella giungla verso chissà dove. Fango sterpi insetti. Un rapimento che dura più di un anno, e Mendoza è bravissimo nel mostrarci la progressione dei fatti, i cambiamentio e slittamenti progressivi delle anime e delle menti, i rapporti ora di ferocia ora di finta condiscendenza dei rapitori verso i rapiti, la complessità di quella strana comunità costretta a condividere la propria vita per mesi in un ambiente ostile e sotto la caccia dei governativi. Partono in molti, pochi arriveranno alla meta. Qualcuno verrà ucciso dai rapitori, altri moriranno di stenti, altri verranno rilasciati perché qualcuno ha pagato per loro il riscatto, altri ancora peché facciano da tramite nelle trattative con il governo filippino. I genitori vengono separati dai figli, i rapporti vengono spezzati, di nuovi se ne instaurano. Il governo intreviene goffamente e maldestramente per liberare gli ostaggi con azioni di forza, attacchi indiscrimnati con aerei e elicotteri che fanno vittime tra rapitori e rapiti; in un ospedale in cui la colonna di Abu Sayyaf con i suoi ostaggi si è rifugiata si scatena il massacro per uno scontro non previsto con l’esercito. Ma a essere interessanti sono le relazioni tra rapitori e rapiti, che evitano sia la trappola della rigida contrapposizione sia il logoro ed equivoco schema dell’oscura complicità carnefice-vittima alla sindrome di Stoccolma o alla Portiere di notte. Isabelle Huppert, il suo è il leading role, si affeziona al piccolo Ahmed, dodici anni, bambino guerriero cui hanno sterminato la famiglia, e entrato in Abu Sayyaf a dieci anni, eppure quando lui pensa che lei stia scappando non esista a puntarle addosso il mitragliatore. Due donne cristiane vengono adocchiate dai capetti del gruppo e costrette a convertirsi all’Islam e a sposarsi com matrimonio islamico, da quel momento non solo devono subire rapporti sessuali che non hanno scelto o voluto, ma resteranno per sempre mogli di quegli uomini, anche se dovessero essere liberate, e una resta pure incinta. La sequenza del matrimonio di una delle due, con il velo posato in testa a coprirle i capelli e il lungo vestito sul resto del corpo, è una delle scene più belle e stranianti del film. Insomma, quello che Captive ci racconta è una straordinaria avventura umana in cui sembrano rimescolarsi ruoli e valori ma in cui, in realtà, ognuno rimane implacabilmente al posto suo. Gli ostaggi possono anche intenerirsi o collaborare con i rapitori, ma sanno che questi non esiteranno a ucciderli se lo ritenesseo necessario, e analogamente i rapitori potrano provare pietà e simpatia per qualcuno di loro prigionieri, ma sanno di essere dall’altra parte, irrimediabilmente, e il fossato non potrà essere superato. La forza delle cose va ben oltre le singole esistenze e i singoli comportamenti. Brillante Mendoza, che pure non è un regista epico, riesce stavolta a reggere molto bene un racconto che ha momenti di grandiosità (le scene di battaglia, le marce nella giungla). Non perde mai di vista i personaggi, li avvolge in una narrazione fluida, con una macchina da presa che sta addosso ai singoli ma è anche capace di cogliere l’insieme, e lo sfondo-contenitore della giungla. Ritroviamo parecchio del suo stile. Quell’attenzione ai dettagli, anche sporchi e luridi: il film è pieno di insetti, formiche, sanguisugne, gechi, serpenti che ingoiano le loro prede, vermi. La giungla è personaggio tra i personaggi. Questo è uno dei grandi film in cui la giungla parla, si muove, traccia i destini di chi la abita e la attraverso. Come in Zio Boonmee di Apichatpong Weerasekul o Apocalypse Now di Coppola. In my opinion, al momento il più serio candidato all’Oro d’oro. Qualche discutibile polemica di troppo, soprattutto nei titoli finali, verso il governo filippino che poco fece per liberare gli ostaggi e ancora meno per la situazione di Sud Mindanao, non intacca il valore del film, che grazie a Dio ce l’ha sì con le autorità dell suo paese ma non al punto da prendere le parti di Abu Sayyaf (e ci mancherebbe).

Questa voce è stata pubblicata in festival, film, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a BerlinoFestival 2012/ Recensione. CAPTIVE di Brillante Mendoza è il miglior film visto finora

  1. Pingback: Festival di Venezia 2012/ Recensione. Il filippino THY WOMB è una buona sorpresa e si candida a un premio | NUOVO CINEMA LOCATELLI

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.