BerlinoFestival 2012/ Recensione. L’ENFANT D’EN HAUT ha avuto l’applauso più lungo: il super candidato all’Orso d’oro?

Secondo l’applausometro del pubblico, questo film della svizzera Ursula Meier dovrebbe vincere a mani basse. Oltretutto, trattando di infanzia derelitta potrebbe molto piacere anche al presidente della giuria Mike Leigh, padre del neo-neorealismo. Davvero un bellissimo, durissimo ritratto di un’umanità di poche speranze, ambientato in una Svizzera cattiva che non t’aspetti. Il film migliore del concorso, dopo Captive.
L’enfant d’en haut, regia di Ursula Meier. Con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston, Gillian Anderson.
Adottando l’applausometro in sala a fine proiezione, questo film dovrebbe vincere a mani basse l’Orso d’oro. Ieri, visto in una sala fuori mano, intendo fuori dalla Potsdamerplatz, a una proiezione mista pubblico-stampa, però più pubblico che stampa, gli applausi non finivano più. Tutti a spellarsi le mani: le tante professoresse democratiche in versione berlinese che anche qui sono lo zoccolo duro degli appassionati festivalieri e i ragazzi cinefili e i giovani turchi di seconda o terza generazione con fidanzatina carina e velata. Visto che parla di un bambino abbandonato a sè e derelitto, questo L’Enfant d’en haut dovrebbe piacere anche al presidente della giuria Mike Leigh, uno dei papà del neo-neorealismo, anche se un filo più bonario di quello, implacabile, della svizzera Ursula Meier, che già si era fatta conoscere con il disturbante Home con Isabelle Huppert. Una storia, L’enfant d’en haut, alla Dardenne, un ragazzino di sì e no dodici anni che vive in uno stato di indigenza estrema insieme alla sorella sciagurata che non lavora quasi, cambia fidanzati in continuazione senza azzeccarne mai uno decente e incappando in una delusione via l’altra. Li guardi e ti si stringe il cuore, due sfigati, due perdenti, due dannati della terra, anche se vivono nella ridente e opulenta Svizzera. Nessuna famiglia alle spalle a dargli una mano, servizi sociali zero. Simon campicchia e fa soldi rubando. Ruba ai turisti della stazioni alpina che sta sopra alla torre dove lui e la sorella Louise abitano, un salto sulla funivia, poi sulle piste ad adocchiare le prede, preferibilmente turisti inglesi. Ruba sci soprattutto, che nasconde in posti fatasiosi, ma anche attrezzeria varia, caschi, guanti, giubbotti, occhiali e quant’altro, li rivende allo staff di un ristorante, a chi capita, anche per strada. Un vero professionista, Simon, capace di guadagnare più della sorella. Che a un certo punto pare si sia trovata un fidanzato ricco, un tizio con una Bmw rossa, potrebbe sistemarsi, potrebbe forse sistemare anche Simon, ma lui fa una rivelazione sconvolgente che rovinerà tutto. Tra Simon e Louise c’è molto di ambiguo, c’è la solidarietà degli sfigati e dei deboli, ma anche una rapacità reciproca, soprattutto da parte di lei, che a momenti sembra non sopportarlo. Nella scena più atroce, quando lui le chiede di dormire nello stesso letto con lei, Louise pretende soldi, e Simon è costretto a darle tutti quelli che ha. Siamo in quanto abiezione familiare tra Dickens e il Malaparte di La pelle. Ma sono anche gentilezze, scambi di doni, qualche soprassalto di umanità in quei due animali feriti che hanno come sola bussola la sopravvivenza. Ursula Meier racconta presto e bene, a ciglio asciutto, lasciando che a parlare e magari a commuovere e colpire siano le cose, gli atti, i personaggi, le situazioni. Il film fila via benissimo per un’ora, fino a quella rivelazione di Simon sulla Bmw rossa. Poi inesorabilmente si ripete, si avvita su se stesso, si affloscia, ridonda, cerca una conclusione e non riesce a trovarla. Ma cosa importa, questo nonostante i limiti dello script e soprattutto nella costruzione drammaturgica non compatta è un grande film, perturbante e disturbante, potente, dallo sguardo freddo e insieme partecipe. Meier prende evidentemente molto, moltissimo dai Dardenne e dai suoi bambini dickensiani dispersi nel mondo di oggi, ma non ha la loro implacabile, inesorable capacità di storytelling (le sceneggiature dei Dardenne, apparentemente così casuali, sono in realtà d’acciaio). Non ha nemmeno però, la Meier, certi manierismi dei due fratelli belgi, l’uso della camera a mano o in spalla, le inquadrature mosse a potenziare il senso di realtà di quanto rappresentato. Meier ha invece il gusto per l’inquadratura costruita, dell’immagine esteticamente significativa ed eloquente, crede nel potere della forma, della forma come antidoto al caos. Sceglie soprattutto per questa storia già vista un ambiente completamente nuovo, che non è quello delle metropoli disagiate dell’Occidente ma quello delle stazioni sciistiche d’alta quota. Il bianco, le montagne, il ghiaccio, la neve, le cucine calde dei ristoranti, gli interni degli alberghi. Un contesto straniante per la storia di un bambino cencioso, e dunque tantopiù efficace. La regista ci mette poi quel suo gusto quasi feticistico per le strade, le autostrade e ogni possibile sistema di trasporto, le funivie, le ferrovie (il suo film precedente si svolgeva tutto ai bordi di un’austrada). La sorella (e qualcos’altro) è l’onnipresente Léa Seydoux, qui a Berlino al suo secondo film dopo Les Adieux à la Reine, e sempre più brava, credibilissima nei panni di una ragazzotta volgare e troppo bona destinata a una vita di sconfitte. Cameo di Gillian ‘X File’ Anderson come borghese signora britannica in vacanza sulle nevi coi pupi in cui Simon si illude di trovare una quasi-madre di riferimento.

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