Berlinale 2012/ Recensione. BAI LU YUAN (WHITE DEER PLAIN), un Novecento in versione cinese

Fate conto un Novecento di Bertolucci, però in versione Far East. Dall’alba del Ventesimo secolo fino all’avvento del Maoismo, i grandi eventi che hanno cambiato la Cina visti attraverso le storie, le passioni, i personaggi di un piccolo villaggio. Un solido filmone epico (ma non di regime) che alla giuria potrebbe anche piacere.
Bai lu yuan (White Deer Plain)
, regia di Wang Quan’an. Con Zhang Fengyi, Zhang Yuqi, Wu Gang. Presentato in Concorso.

Con Il matrimonio di Tuya, gagliardo film su una donna assai sveglia dell’Alta Cina confine Mongolia, il regista Wang Quan’an vinse qui a Berlino nel non lontano 2006 l’Orso d’oro, il che gli permise di esportare il film in mezzo mondo, Italia compresa. Torna quest’anno in concorso con un film epico quasi colossale di più consistenti mezzi e maggiori ambizioni, e anche stavolta è un buon risultato. Diciamo che nel mio personale ranking dei film visti finora del concorso lo metterei verso il quinto posto, e credo che se gli gira il vento giusto potrebbe anche portarsi a casa qualcosa (di film di livello in competizione non se ne sono mica visti poi tanti). I grandi mutamenti avvenuti in Cina dal primo Novecento con la caduta dell’Impero millenario fino all’avvento del maoismo, visti attraverso la storia e le storie e i personaggi e le passioni e i conflitti di un piccolo villaggio collocato in una prospera zona-granaio dell’immenso paese continente, un villaggio ancora immobile nei suoi riti e modi sociali e inchiodato al culto degli antenati. Fate conto, un Novecento bertolucciano un po’ meno sofisticato e più direttamente romanzesco in versione Lontano Oriente. All’inizio due famiglie dominano il villaggio e custodiscono il culto degli antenati e sovrintendono al rispetto delle regole collettive e individuali, le tasse sottoforma di quote di grano raccolto vengono regolarmente versate ai funzionari dell’Imperatore. Ma i padroni cambiano, arriva la repubblica, arriva un generale arrogante che le tasse le aumenta. Le nuove generazioni crescono, c’è chi si allinea con il nuovo che avanza, chi resta legato alle tradizioni. Arriva in paese, portata da uno dei rampolli delle due famiglie pazzamente innamorato di lei, una donna che si rivelerà essere una dark lady, seduttrice che incrocerà e determinerà le vite di molti e cambierà il destino della comunità. Uno dei perni narrativi del film. Intanto le cose dentro e fuori da quel microcosmo continuano a marciare e vorticare: la carestia, la divisione tra Chan Kai-Shek e Mao, l’arruolamento forzato dei contadini, l’inizio della rivoluzione. Ci sono ribaltoni di potere alla testa del villaggio, si assiste perfino a un processo popolare ante litteram (i tempi della Banda dei Quattro sono ancora di là da venire), dramma storico e melodramma si mescolano. Passioni, tradimenti, partenze, ritorni, agnizioni, gravidanze illegittime, odi edipici, figli degeneri, figli persi, figli ritrovati, patrimoni dissipati. Un fogliettone grandissimo. Dopo quasi tre ore, e giunti solo alla presa di potere di Mao, lo spettatore incomincia a temere il peggio, e si ritrova a pensare terrorizzato che se il film vuole ripercorrere tutta la storia della Cina moderna mancano ancora: la Lunga Marcia, il consolidamento del comunismo, la Rivoluzione Culturale e la Banda dei Quattro, il post-maoismo, la semi-conversione al capitalismo. Facendo i conti, almeno altre quattro ore di film (almeno), che al confronto Satantango sembra niente (tenete presente che io ho il brutto vizio di non guardare mai prima il minutaggio di un film prima di andarmelo a vedere). Invece, allo scoccare della terza ora, di colpo compare sullo schermo un po’ inopinatamente la parola fine, troncando eventi e fatti. Come se il regista si fosse stancato pure lui e reso reso conto che con quel passo mica poteva continuare, e doveva metterci uno stop, o forse perché ha già in programma almeno un paio di sequel, chissà. Al di là della sua fluvialità – tre ore sono pur sempre tre ore – Bai lu yuan si lascia vedere. Wang Quan’an è un narratore robusto, uno che di storytelling se ne intende, va dritto al sodo, non si perde dietro a quisquilie, non si lascia fregare dalla bella impaginazione e dalla confezione laccata (limite di tanta produzione orientale), è interessato ai personaggi, li scolpisce molto bene e sa renderceli interessanti. Uno con il senso dello spettacolo, se Dio vuole, che di questi tempi avercene. Uno che, quando occorre, butta dentro anche un po’ di sesso, e pure questo denota un sano mestiere. I meriti di questo White Deer Plain sono anche altri. Non ha ad esempio l’aria di essere un’operazione di regime o un film allineato (impressione che aveva dato invece il giorno prima il brutto Flowers of War di Zhang Yimou). Ragione in più per stare dalla parte di questo film che non sarà un capolavoro, ma che è un epic abbastanza appassionante come se ne vedono ormai pochi in giro. Vediamo cosa ne penserà la giuria.

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