Berlinale 2012/ Recensione. REBELLE: l’ultimo film in concorso è un’edificante e prevedibile denuncia delle guerre d’Africa

Non bastano una nobile causa e le migliori intenzioni per fare un buon film. L’ennesima prova viene da questo Rebelle, film canadese che ricostruisce assai didatticamente avventure e disavventure di una bambina soldato in un paese dell’Africa francofona dilaniato da guerre tribali. Troppo schematico e prevedibile per interessarci davvero.
Rebelle (War Witch)
, regia di Kim Nguyen. Con Rachel Mwanza, Alain Bastien, Serge Kanyinda, Ralph Prosper, Mizinga Mwinga.
Presentato in Concorso.
Si può fare un film di sana denuncia sociale (che quando ci vuole ci vuole) senza però incorrere in schematismi, bassissimi sociologismi, giustificazionismi di vario tipo e genere, uso smodato di cliché, e producendo invece del buon cinema. L’ha dimostrato ieri qui a Berlino un giovane regista ungherese, Bence Fliegauf, con il suo durissimo e privo di ogni concessione retorica Csak a szél (Just The Wind), sull’odio anti-rom nell’Ungheria dei tempi attuali. Invece questo Rebelle che abbiamo appena visto stamattina al BerlinalePalast, ultimo dei 18 film in concorso, è davvero l’esempio, il paradigma perfetto, del film engagé di ottime intenzioni e mediocre, perché piatta e prevedibile, realizzazione. Da qualche parte digraziata dell’Africa francofona, forse il Congo interno, governativi e bande ribelli si contendono l’estrazione e il mercato del coltan, minerale fondamentale per la fabbricazione dei cellulari. Komona, 12 anni, viene strappata a famiglia e villaggio da una banda per essere arruolata coma bambina combattente, e tutto il peggio che possiamo immaginare ci viene mostrato: lei che come prova iniziatica deve uccidere con il kalashnikov (l’arma feticcio, insieme al machete) due poveri cristi, e poi via, lei intruppata, tra foreste e savane a sparare, sgozzare, maciullare, uniliata e punita dai più grandi a ogni minima debolezza o trasgressione. Siccome crede di vedere i fantasmi, subito le attribuiscono poteri magici, e diventa la protetta maga personale del boss. Di lei si innamora il govane magicien albino del gruppo che la induce e disertare. Scappano, si amano, si sposano (“però diventerò tua moglie solo dopo che avrai trovato un gallo bianco”, e il poveretto deve dannarsi per mettere le mani sopra un gallo candido come una gallina, pare che da quelle parti siano rarissimi). Seguono altre avventure e disavventure, in un’Africa colorata, survoltata, sospesa pericolosamente tra la ipermodernità delle armi e l’ancestralità delle pratiche e del pensiero magico. Un percorso esemplare e didattico, quello di Komona, che non è un personaggio a sè ma solo una rigida funziona narrativa acciocchè ci vengano mostrati attraverso di lei tutti gli orrori delle guerre tribal-civili laggiù nel continente dal cuore di tenebra. Riferimento è sempre il solito Brecht, come no, il quale però era un genio e sapeva al di là dell’idoelogia costruire delle grandi macchina narrative, cosa che qui ahinoi non avviene. La via crucis di Komona non ha un sussulto di imprevedibilità, date e capite le premesse del racconto tiri da solo le conclusioni un’ora prima che ci arrivi il film. Il tema dei bambini-soldato, che ha dato luogo negli ultimi quindici anni a infiniti fotoreportage spesso premiatissimi e ad altrettanti docu stile Current tv (un genere strettamente codificato), trova adesso in questo Rebelle di produzione canadese il suo approdo cinematografico. Non se ne sentiva il bisogno, francamente. Questi prodotti che dichiarano il nobile intento di sensibilizzare le svagate opinioni pubbliche dell’opulento (ma fino a quando? ) Occidente sulle grandi tragedie dimenticate, spesso sono cattivo voyeurismo travestito da umanitarismo. Scusate, ma a film così io continuo a preferire i vecchi e consapevolmente cinici filmacci di Gualtiero Jacopetti alla Africa addio (che poi, vedendo Rebelle et similia, vine da pensare che Jacopetti non avesse poi tutti i torti sugli sconquassi e le lotte tribali che si sarebbero scatenati in seguito alla decolonizzazione). La cosa migliore di Rebelle tuttosommato è l’ampio uso di pratiche magiche, amuleti e quant’altro, trattati dal regista con scrupolo antropologico e rispetto. Sentendo i consigli che guaritori, stregoni e vari magiciens forniscono ai loro pazienti vien da pensare che non sono peggio di tanti psicologi e psichiatri e psicoterapeuti che vediamo in circolazione, che anzi in certi casi (l’elaborazione del lutto ad esempio) sono decisamente meglio. Ultima considerazione: da quando la cinematografia canadese, anzi québecois, ha azzeccato nel 2009/10 quel gran film che si chiama Incendies, che più passa il tempo e più si rivela essere un titolo fondamentale di questi anni, adorato da blogger e juene critiques di tutto il mondo, tenta di ripetere il colpo riutilizzando ingredienti molto simili: le tragedie di una guerra lontana e atroce incrociate con alcuni destini individuali. In Incendies c’erano il conflitto civile libanese e l’incredibile storia di una donna sballottata tra le due fazioni. In Monsieur Lazhar, presentato a Locarno, sempre made in Canada (anzi Québec), c’è invece la guerra civile d’Algeria vista attraverso l’esperienza di un insegnante emigrato a Montréal, e il risultato è stato buono (è adesso tra i nominati all’Oscar per il migliore film in lingua straniera). Probabilmente si è pensato di continuare il genere con questo Rebelle, ma stavolta l’operazione non è riuscita.

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