BerlinoFestival 2012/ Recensione: GNADE (Mercy). Della serie: vorrei fare Kieslowski ma non ci riesco

Lassù, oltre il circolo polare artico, dove la notte dura sei mesi l’anno (e il giorno gli altri sei), una coppia è alle prese con una colpa. Ci si aspetterebbe un film alla Bergman o alla Kieslowski, sospeso tra tormenti e dubbi esistenziali, peccato ed espiazione. Ma i tempi non sono più quelli, e i registi neppure. I due protagonisti invece sono due furbetti odiosi e paraculi che cercano solo di sfangarsela, che non fanno mai la cosa giusta e sempre quella sbagliata. Ne esce il film più antipatico del Concorso.
Gnade (Mercy)
, regia di Matthias Glasner. Con Jürgen Vogel, Birgit Minichmayr, Henry Stange, Ane Dahl Torp, Maria Bock. Presentato in concorso.

Il film più antipatico del festival, con due protagonisti così odiosi che li vorresti vedere chiusi in galera dopo quello che hanno combinato, e che buttassero via la chiave. Due stronzi, per dirla tutta, il marito e la moglie di questo Gnade, coproduzione tedesco-norvegese (suppongo che i tedeschi ci abbiamo messo i soldi, oltre che il regista e gli attori, i norvegesi la location, che è la cosa migliore) presentata in concorso e a mio parere il peggior titolo della sezione. Niels a Maria si sono trasferiti insieme al figliolo di dodici anni o giù di lì dalla loro germanica Kiel fino a un posto ai confini del mondo, Hammerfest, mille chilometri più su del circolo polare artico, base norvegese di estrazione del preziosissimo gas, nascosto sotto la neve e i ghiacci che tutto ricoprono. Sei mesi l’anno di solo buio, sei mesi di sola luce. Gran scenario per una storia, e ti aspetti grandi cose difatti, un bel dramma esistenziale secondo i crismi e lo stile e i codici del nume tutelare dell’area scandinava, il signor Ingmar Bergman, mai dimenticato a mai dimenticabile. Così sembrerebbe, all’inizio. Niels lavora lì come tecnico, tra tubi-turbine-sbuffi di vapore che rammentano al cinefilo quelli della raffineria ravennate di Deserto rosso di Antonioni (oddio, anche le trivellazioni in mare di Le onde del destino di Lars Von Trier se è per questo), la sua bionda assistente è anche la sua amante, e i due sono abbastanza scatenati a letto. Maria invece fa l’infermiera nell’ospedalino locale, con collega incinta e già decisa a fare la madre single. Finchè un certo giorno qualcosa accade a sconvolgere la routine. Mentre torna in macchina dall’ospedale Maria urta qualcuno-qualcosa, un tonfo, è terrorizzata, non scende a controllare, se ne torna a casa. Ne parla col marito, il quale esce col pick-up, perlustra tutta la strada senza trovare niente di anomalo. La mattina dopo si scoprirà dalle news che una sedicenne di ritorno da un party, probabilmente ubriaca, è stata investita e uccisa da ignoto pirata, non è morta subito, ha camminato per un po’ fuori dalla strada poi è stramazzata, ecco perché Niels non aveva visto niente. È qui, a questa biforcazione, che il film, insieme ai suoi personaggi, prende la strada sbagliata e si perde. Maria decide di non andare alla polizia, non se la sente di affrontare le conseguenze, convince Niels a coprirla e a essere suo complice. A questo punto uno si aspetterebbe tormenti, dubbi, lacerazioni, dilemmi etico-esistenziali, il senso di colpa che scava scava scava, qualcosa insomma alla Bergman, per l’appunto, o Kiesloswki, o Olmi (che in Un certo giorno raccontò, ma molto meglio, una vicenda quasi uguale a questa: altro regista, altra tempra). Ci si aspetterebbe almeno da parte del regista la capacità di essere all’altezza, stilistica, estetica, anche morale, di ciò che è accaduto. Invece niente. I due sciagurati si ricompattano, si riavvicinano, scoprono adirittura la voglia dimenticata di scopare, Niels lascia l’amante e torna da Maria. Mentre tu gli vorresti urlare: correte alla polizia, deficienti! loro scopano come ricci nel lettone matrimoniale e si smanacciano pure nella legnaia tirandosi giù pantaloni e mutande nonostante quei 20 sottozero sotto gli occhi dell’esterrefatto figliolo. Tenete conto che tutto questo, che è davvero poca roba come storia, viene trascinato per due interminabili ore che, accoppiate alla desolazione del posto e alla stronzaggine della coppia protagonista, rendono Gnade insopportabile. Alla fine sì, il ravvedimento arriva, però paraculo e blando, una cosuccia da ‘cari prendiamoci un tè insieme’ e ahinoi non sopraggiunge l’agognata punizione. Ci fosse ancora in giro Kieslowski, mi sa che prenderebbe a sberle il regista, che di nome fa Matthias Glasner.

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