BerlinoFestival 2012/ Recensione: POSTCARDS FROM THE ZOO, un film indonesiano stravagante e gentile

Una delle belle sorprese della sezione del Concorso. Un film indonesiano di storie minime, vite precarie e volatili, destini che si incrociano e si separano sullo sfondo dello zoo di Giakarta. La ragazza che ama le giraffe, l’illusionista, gli addetti alle tigri e agli elefanti. Un film sottile, aggraziato, pudico, molto orientale.
Kebun Binatang (Postcards from the Zoo)
, regia di Edwin. Con Ladya Cheryl e
Nicholas Saputra.
Una piccola sorpresa tra i film della Competizione maggiore. Film indonesiano (indonesiano è il regista che si fa chiamare solo Edwin, indonesiani gli interpreti e la location, la capitale Giakarta), ma coprodotto con capitali di Cina, Hong Kong e Germania. Aereo, leggero, sottile, aggraziato, fatto della sostanza dei sogni e delle piccolissime emozioni. Un film che quasi non riesci a raccontare, che se lo maneggi, anche solo per parlarne e scriverne, hai l’impressione che ti voli via o ti si disintegri tra le mani, come certe ali di farfalla. C’è uno zoo, è lo zoo di Giakarta, con i suoi animali, i visitatori, la gente che ci lavora, e però anche la gente senza casa che di giorno e soprattutto di notte ne usa gli anfratti, le panchine, i prati come nicchia e rifugio. Un mondo a parte, un insieme, un organismo, con i suoi personaggi e i suoi protagonisti, che sono soprattutto, ovvio, gli animali. La giraffa (l’animale più elegante del mondo, dice Lana, addetta dello zoo, che di giraffe sa tutto, e le ammira e le adora), la tigre, gli ippopotami, gli elefanti, le scimmie. A me gli zoo e i circhi con animali hanno messo sempre addosso una tristezza infinita, da piccolo non ci volevo mai andare, e anche oggi detesto quegli zoo appena appena travestiti e dalle gabbie meno visibili ma pur sempre gabbie che sono i parchi animali. Epure questo film non mi ha intristito. Raramente ho visto umani e animali convivere in modo così naturale, e senza che ci venga ammannita alcuna predica ecoanimalista-verde. Kebun Binatang questo è, almeno nella sua prima parte, un viaggio pudico e delicato a scoprire per frammenti, rivelazioni progressive, minuscoli ritratti e scene, una comunità di umani e animali dominata dalle sue regole, le sue abitudini, i suoi riti. Non c’è felicità negli animali, che probabilmente preferirebbero starsene liberi a casa loro, in qualche foresta, ma non c’è neppure sofferenza, lo staff li cura e li tratta amorevolmente. Lana, l’amica della giraffa, si lascia affascinare da uno strano tipo vestito da cowboy che pure lui si è rifugiato lì allo zoo, ed è un illusionista capace di giochi di carte, di fuoco, di sparizioni e apparizioni. Fanno l’amore, se ne vanno via insieme, trovano lavoro – lui l’illusionista, lei l’assistente – in un fitness club per riccastri che è anche bordello con massaggiatrici disposte ad andare oltre il massaggio. Ma il cowboy un certo giorno sparisce, come in uno dei suoi numeri, e Lana si ritrova a fare anche lei la massaggiatrice nella spa. Ma non potrà resistere al richiamo dello zoo, e della sua giraffa, e una mattina tornerà. Film apparentemente svagato, minimo, leggero, come certe cose orientali che sembrano fatte di niente e invece conquistano il tuo sguardo, gli aquiloni cinesi che volano via con le loro code colorate, le lampade di carta, le sete. Non succede quasi nulla, in questo Postcards from the Zoo, eppure non te lo scordi, e Lana, così dolce e dignitosa, e mai vinta davvero anche nella sconfitta, è un sommesso ma bellissimo personaggio femminile.

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