BerlinoFestival 2012/ Recensione: TABU, un melò portoghese che è il vero guilty-pleasure del festival

Il più folle dell’intero concorso (e, in tutto festival, lo batte solo in fatto di delirio Keyhole di Guy Maddin). Parte come alto film autoriale lusitano in bianco e nero, finisce in melò con pericolosi slittamenti camp. Così non-mainstream che non puoi non volergli un po’ di bene.
Tabu, regia di Miguel Gomes. Con Teresa Madruga, Laura Soveral, Ana Moreira, Carloto Cotta.
Presentato in concorso.
Un delirante film portoghese inclassificabile, non-maneggiabile, quasi irraccontabile, perfino inguardabile, così fuori di testa e di ogni buonsenso da essere diventato, dopo la debita incazzatura che mi è durata un’ora almeno, il mio guilty pleasure di questa Berlinale. Alla fine non ho potuto non cedere alla dissennatezza di questo Tabu che si compone di due film, due parti che sembrano non c’entrare niente una con l’altra (e invece c’entrano, ovvio). Dunque, si parte in perfetto stile cinema portoghese ultrapunitivo e ultra-autoriale, della serie siamo tutti figli e nipotini più o meno degeneri di Manoel De Oliveira, quindi bianco e nero di rigore a significare massima austerità e scarnificazione narrativa e massimo sadismo verso le spettatore, personaggi che si muovono lentamente trafficando in cosucce di nessun interesse (farsi il caffè, lavare i piatti ecc.), in una Lisbona che stringe il cuore solo a guardarla fuori dalla finestra, figuriamoci quando i personaggi ci passeggiano in mezzo. In questa desolazione da cinema estremo-iberico si muovono tre donne, una vecchia di nome Aurora un po’ svanita che si lamenta della figlia che abita in Canada e non la viene mai a trovare, e ha strani incubi pieni di coccodrilli e scimmie e uomini pelosi, ma che forse sono pezzi di realtà, e ogni tanti dice melodrammaticamente: le mie mani sono sporche di sangue, e nessuno le crede. Ha quell’eleganza e signorilità di modi che lasciano pensare a un passato di agi. Si occupano di lei la badante nera (capoverdina? mozambicana?) Santa e la vicina Pilar, una di quelle persone che è sempre più raro incontrare le quali per naturale bontà d’animo son sempre pronte ad aiutare gli altri, e nel suo caso la missione che si è data è di aiutare la vicina Aurora. Si va avanti un tre quarti d’ora così, e ti chiedi se per caso non sia un film sulla necessità delle opere di misericordia, qualcosa tra i gemelli De Serio e il Rossellini di Europa 51 con la santa pazza Bergman che finisce in manicomio per troppa dedizione e altruismo. Invece no, il film svolta da tutt’altra parte, e in effetti quel film muto su un avventuriero portoghese in Africa che Pilar si va a vedere all’inizio in un cinemino avrebbe dovuto metterci sull’avviso. Giacchè di Africa e di amori e passioni africane si parla poi in questo Tabu, che è il nome assai promettente del monte sotto il quale sta acquattata negli anni del crepuscolo del colonialismo portoghese, diciamo i primi Cinquanta, una comunità di coloni venuti da Lisbona, con i loro riti sociali da aristo-borghesia coloniale, la sterminata servitù di colore, il cerimoniale della caccia, i party a bordo piscina (che qui son delle pozze), le bevute, le danze, gli amori, i tradimenti. Aurora, la vecchia Aurora della prima parte, scopriamo essere stata la più bella di quella colonia portoghese, la più desiderata, superfemmina e infallibile cacciatrice. Sposata a un possidente (piantagioni da tè, ovvio) perde la testa benchè incinta – dunque doppia colpa, doppio peccato – per un bell’italiano, approdato lì da chissà dove insieme all’amico spretato Mario, amante delle donne nere e della musica, tant’è che mette su un complessino tra Marino Marini e Marino Barreto (per sapere chi fossero bisogna averci un’età, sennò youtube aiuta). Tutto però sempre in rigoroso bianco e nero da ascetico film lusitano. Ci scapperà il morto, succederanno altre cose e cosacce, compresa la rivolta dei neri, e via verso il finalone. Il modello è chiaramente il De Oliveira di La valle del peccato, ma insomma di De Oliveira ce n’è uno solo, questa replica sfiora più volte il ridicolo, anzi ci cade dentro. Ma è così folle e sgangherato, Tabu (vogliamo parlare del coccodrillo-pet di Aurora? vogliamo parlare del carteggio con il bell’italiano?), che si finisce con l’affezionarcisi.

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