Film imperdibili stasera sull tv gratuite: ROMA RIVUOLE CESARE di Miklós Jancsó (giovedì 1 marzo 2012)

Roma rivuole Cesare, Rai Storia, ore 1,00.
Strana storia, quella dell’ungherese Miklós Jancsó, acclamato come maestro del cinema tra fine anni Sessanta e primi Settanta, e poi progressivamente ingoiato dall’ombra e dimenticato. Oggi, a 91 anni, sopravvive alla propria gloria, omaggiato dai non molti che ricordano la sua grandissima stagione di film come Silenzio e grido, 1968, e L’armata a cavallo (I rossi e i bianchi), 1969, che allora significarono parecchio nel cinema. Due lavori che sembrano in linea con le direttive di regime dell’Ungheria a quel tempo sovietizzata, al limite della propaganda, trattando il primo della repressione della repubblica socialista magiara di Bela Kuhn all’indomani della grande guerra, il secondo della controffensiva zarista e anticomunista dopo la presa di potere di Lenin in Russia. Sembrano, perché per Jancso anche le storie più politicament esemplari e didascaliche come queste diventano occasioni per una disincantata e feroce messinscena del potere e dei suoi abusi in cui nessuno è innocente, e oppressori e vittime di volta in volta si scambiano le parti o sono indistinguibili come in una danse macabre. Cinema di fronda, di dissenso dissimulato come spesso accade, accadeva, sotto i regimi totalitari di destra e di sinistra del Novecento europeo, tant’è che Miklós Jancsó non fu mai molto amato in patria dalle autorità e i riconoscimenti li ottenne fuori casa. Quello che ne fece, in quei pochi anni, uno degli autori più riveriti fu però lo stile, il linguaggio cinematografico, assolutamente personale. Avendo come riferimento dichiarato e proprio maestro Michelangelo Antonioni, ne riprese l’uso massiccio del piano sequenza e ne fece la propria cifra, il proprio marchio di riconoscibilità, applicandolo non più al referto di nevrosi individuali ma a narrazioni di respiro epico e storico, intensificandolo e arrivando a girare scene di estrema complessità e lunga durata senza tagli, in un virtuosismo tecnico e registico da lasciare senza fiato. Battaglie e scontri in cui la macchina da presa si avvicinava, allontanava, avvolgeva, cirrcondava, quasi circuiva i personaggi, legandoli in blocchi narrativi simili ad affreschi. Ancora oggi L’armata a cavallo lascia sbalorditi per la sua potenza e l’eleganza dei movimenti quasi coreografici della mdp. Anche se ben presto quel modo di fare cinema di Miklós Jancsó si codificò e divenne maniera, riuscì a segnare una svolta, un punto di non ritorno, e veramente il cinema non sarebbe più stato come prima (un autore come Anghelopoulos ad esempio prese molto da lui). Jancsó ebbe anche una lunga stagione italiana, in una collaborazione, professionale e anche privata, con la regista-autrice Giovanna Gagliardo. Ne nacquero film come La pacifista, protagonista l’attrice-feticcio dell’Antonioni tanto amato, Monica Vitti, e quello che resta a oggi il suo maggior successo commerciale, Vizi privati e pubbliche virtù, apprezzato dal pubblico di massa più per le sue arditezze erotiche che per gli sperimentalismi autoriali. A quel periodo italiano appartiene anche questo Roma rivuole Cesare, anno 1974, che allora parve calligrafico e manierato, ma che oggi rivela tutta l’ernorme maestria del regista ungherese, con i suoi famosi piani sequenza riproposti in maniera sempre più acrobatica e virtuosistica fino a creare un oggetto filmico dal potere ipnotico. Un’altra storia, un’altra meditazione sul potere. Stavolta siamo nella provincia africana di Roma della Numidia, 50 anni circa prima di Cristo, dov’è in corso una rivolta repubblicana, divisa tra rivoluzionari e riformatori, contro l’egemonia di Cesare. Ma lo scontro si rivelerà solo una lotta per la successione, e aprirà la strada a colui che trasformerà definitivamente Roma in un Impero nelle sue mani, Ottavio, poi Augusto. Trasparente l’allusione alle ambiguità dei moti post-sessantottini di quegli anni, al possibile rovesciamento di una rivoluzione in reazione. Film fortemente datato e legato alla temperie social-culturale del suo tempo, anche predicatorio, didascalico-dimostrativo come usava allora nel cinema politico, parlatissimo fino all’insostenibilità, ma visivamente strepitoso. Con l’aggiunta di uno sguardo lucido sulla faccia oscura della rivoluzione che lo strappa in parte alla sua epoca e ce lo rende nostro contemporaneo. L’ho rivisto per caso in tv non molto tempo fa, e ne sono rimasto incantato. Ottavio è Hiram Keller, già protagonista del Fellini-Satyricon.

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