Recensione: POSTI IN PIEDI IN PARADISO ripropone il miglior Verdone (e anche qualche suo limite buonista)

Tre padri separati finiti nella povertà, tra mutui da pagare, assegni mensili da passare e altre insostenibili impegni. Tre uomini della classe media costretti a coabitare per dividersi le spese di casa. Si ride molto, ma sono risate amare. Verdone mette in scena nei toni della commedia un problema sociale mica da poco, e centra il bersaglio. Peccato che il film (però, che titolo assurdo) nella seconda parte si afflosci e diventi consolatorio. Ma la melassa non riesce a togliere del tutto il sapore dell’agro. Formidabile Micaela Ramazzotti, la rivelazione del film (con Marco Giallini).
Posti in piedi in paradiso, regia di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Micaela Ramazzotti, Diane Fleri, Nicoletta Romanoff, Andrea Purgatori.

La cosa peggiore è il titolo, inutilmente contorto, che neanche c’entra con il film, tratto da una battuta finale non particolarmente memorabile del personaggio interpretato da Favino. Il resto invece è piuttosto buono, un film in cui Verdone regista-cosceneggiatore (e attore) tratta nei toni della commedia agrodolce, più agra che dolce, una faccenda sociale inquietante di questi anni che è l’impoverimento di certo ceto medio, la progressiva difficoltà di molti piccoloborghesi a mantenere un train de vie decoroso e all’altezza delle proprie e e altrui aspettative. Qui la causa che scatena la caduta (sociale) verso il basso – si parla di tre uomini tra i quaranta e i i cinquanta-e-qualcosa – è la separazione o divorzio, con conseguente perdita della casa, rimasta alla ex e ai figli, e di cui però si deve ancora pagare il mutuo, la necessità di trovarne e pagarne un’altra e l’obbligo di corrispondere un assegno mensile alla prole. Cose che leggiamo da anni e anni nelle inchieste giornalistiche sui padri separati (e però le statistiche dicono che ancora più a rischio povertà sono le donne single con figli), e che Verdone decide di trasporre in una storia, anzi tre storie come i suoi personaggi, esemplari e dimostrative. “Ho cercato di tenere l’equilibrio tra la serietà del tema e i toni leggeri della commedia, perché questo è un film e non un’inchiesta”, ha tenuto a dire Verdone alla conferenza stampa pochi giorni fa qui a Milano. Obiettivo centrato, va detto. Ulisse (Carlo Verdone) è un produttore discografico che è stato di successo e adesso ridotto a gestire un negozietto di vinile e memorabilia rock (il feticcio massimo è la cintura indossata da Jim Morrison nei suoi ultimi concerti), un antro in cui non entra mai nessuno, e se entra è per la cosa sbagliata. Sicchè quando una signora gli chiede la compilation originale del Festivalbar 1982 lui, tutto Scott Walker e Quicksilver e The Doors, quasi si infartua dall’indignazione. Fulvio (Piefrancesco Favino: questo è il terzo film suo che vediamo negli ultimi due mesi, infaticabile) è un critico cinematografico specializzato in cinema altissimo e autoriale preferibilmente asiatico, però punito e retrocesso nel giornale in cui lavora a fare il cronista mondano dopo una storia con la moglie del caporedattore (e qui ci sarebbe qualcosa da dire: se ho ben capito, il nostro ha uno stipendio di 1.900 euro, il che mi pare inattendibile. Non conosco nessun giornalista contrattualizzato che a quell’età guadagni così poco. Il problema vero è per i giornalisti che il lavoro l’hanno perso o non l’hanno mai trovato, e per i collaboratori, sottopagati e ultrasfruttati. Poco credibile anche, conoscendo quanto siano ancora forti le rigidità sindacali all’interno delle redazioni, che sia stato così facile estrometterlo dalla mansione precedente). Infine, Domenico (Marco Giallini, già visto in ACAB dov’era il poliziotto meno fuori di testa, quello afflitto dal figlio nazi), il più cialtrone dei tre, agente immobiliare alla canna del gas per via del vizietto del gioco e delle troppe donne, sicchè si ritrova con doppia famiglia da mantenere. Tutti e tre i disgraziati separati sono senza un alloggio vero, chi dorme dalle suore e chi in una barca ormeggiata, finché Domenico propone agli altri due una coabitazione. Non resta che accettare e convivere in un appartamento squallido dove il cellulare nanche prende, e per telefonare ti devi sporgere dalla finestra, e tormentato dai sussulti della metropolitana che passa lì sotto (siamo a Roma), ma almeno puoi dividere le spese. I tre caratteri diversi messi forzatamente a contatto scateneranno una girandola di situazioni tra il buffo e il grottesco con scivolamenti nel patetico-drammatico. Si ride parecchio, perché Verdone è un gran artigiano della scrittura, della battuta e della comicità di situazione, non sbaglia un tempo e sa far recitare tutti al loro massimo. Sorprende Giallini, che mai ti aspetteresti così bravo e giusto nella parte dell’italico cialtrone, eterna maschera del nostro cinema e ahinoi del carattere nazionale, un po’ Gassman della vecchia commedia all’italiana, un po’ Sordi e molto Franco Fabrizi, come ha ricordato qualcuno in conferenza stampa, un Fabrizi che Giallini anche fisiognomicamente richiama. Non mancano le donne, anche se non hanno la prima fila. Ci sono le ex, tradite, abbandonate, sempre in pressing sul fedifrago per l’assegno mensile, tutte ritratte abbastanza convezionalmente, ed è uno degli aspetti meno convincenti del film. C’è soprattutto una buffa cardiologa (divertente ma inattendibile: chi mai rilascerebbe una laurea in medicina a una sciroccata così?) che si sceglie sempre le persone sbagliate nella vita, una eterna perdente, una poveraccia devastata e patetica che stabilirà un amore-patto di mutuo soccorso con l’Ulisse di Carlo Verdone, e che è interpretata da una strepitosa Miacela Ramazzotti, la vera rivelazione di questo film insieme a Giallini. Ramazzotti, che riesce a farci ridere e insieme a straziarci e commuoverci, e, scusate, a me è venuta in mente certa Marilyn. Posti in piedi in paradiso funziona bene nella prima parte quando si tratta di raccontare e mettere in scena il disagio dei tre. Poi prende il sopravvento il Verdone buonista e conciliatorio, e le cose funzionano meno. L’ultima parte, con i rapporti e gli affetti ritrovati per tutti, è un happy ending francamente incongruo e smaccatamente consolatorio, anche l’innamoramento di Gloria/Micaela Ramazzotti per un loser come Ulisse, pure parecchio più vecchio di lei, è inattendibile ed ha solo la funzionedi alleggerire il racconto. Pur girato con mano sicura e una certa eleganza, Posti in piedi in paradiso ha un ritmo blando che potrebbe non renderlo così appetibile per il pubblico più giovane. Resta però il coraggio di Verdone nell’affrontare un tema scomodo (stavolta i poveri non sono immigrati, non abitano il così detto terzo mondo, ma sono gente della classe media come noi inciampata in qualcosa che li ha fatti precipitare giù giù nella scala sociale). Non è poco, anche perché Verdone ce la fa a raccontarci il reale, a farcene sentire l’odore e la maledetta aria del tempo, di questo tempo, senza snaturare la sua vocazione di commediante.

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