Film-capolavoro stanotte sulle tv gratuite: IL CONFORMISTA di B. Bertolucci (venerdì 16 marzo 2012)

Il conformista, Rai Movie, ore 1,25.
In my humble opinion, il miglior Bertolucci di sempre insieme a La strategia del ragno e, ovviamente, a Prima della rivoluzione. Messo in onda, quanto intenzionalmente?, proprio nella notte che precede il giorno del 71esimo compleanno del regista parmigiano. Il conformista è anche il suo primo successo internazionale, quello che lo fa conoscere in America e gli procura le credenziali, i soldi e la star Marlon Brando per il successivo Ultimo tango a Parigi. Cinematography by Vittorio Storaro, che anche lui incomincia da qui una carriera globale riuscendo a incantare gente come Scorsese e Coppola (che lo ingaggerà per Apocalypse Now), dichiarati estimatori suoi e del film tutto. Storia di ambiguità, di doppi e tripli giochi, di tradimenti, traditi e traditori, di voltafaccia e voltagabbana. Cinema dell’opacità e del non detto, della simulazione e della messinscena. Uno di quei film meravigliosamente aggrovigliati e malati che si potevano fare solo in quel tempo, tra i Sessanta e i maledetti Settanta (Il conformista è dell’anno di passaggio, il 1970), e che oggi nessuno più produrrebbe. Io lo adoro. L’estenuazione e le estetizzazioni bertolucciane qui diventano la forma perfetta per rappresentare una vicenda retrodatata agli anni Trenta del fascismo egemone e trionfante, e  visivamente-figurativamente tutta un omaggio ai divismi di quel tempo e alle sue architetture, in un film che riprende l’equazione tra fascismo-totalitarismo e psicopatologia individual-collettiva, come già nel fondativo e geniale Visconti di La caduta degli dei dell’anno prima. L’omosessualità come debolezza psicogenetica predisponente a ogni possibile nequizia comportamentale, a ogni debolezza, a ogni oscillazione verso il male. Visione per niente politically correct, che oggi farebbe strillare tutto il militantismo gay, ma in grado di generare formidabili intrecci drammaturgici e affascinanti contorsionismi di corpi e menti. Dunque: Marcello Clerici, nome così morbidamente italiano da suonare quasi emblematico, da bambino viene insidiato da uno chauffeur pedofilo (un Pierre Clémenti incredibilmente biondo, viscido e lascivo, e ancora più incredibilmente doppiato con un accento sud-italiano) di cui si libererà solo con il delitto. Una colpa inconfessata che finirà coll’inquinargli la psiche e la vita, e che, secondo la filosofia piuttosto spicciola del romanzo di Alberto Moravia da cui il film è tratto, spingerà Marcello (Jean-Louis Trintignant) a diventare un collaboratore della polizia segreta fascista, in una inconscia voluttà di espiazione, ma anche di riscatto. Il conformismo del titolo è quello di un uomo che non può che stare dalla parte dell’ordine e del potere per emendarsi dai suoi peccati, e per procurarsi uno scudo protettivo contro l’eventuale emersione della colpa commessa. Interpretazione tra il freudiano e il reichiano che è molto in stile Moravia, parecchio discutibile e oggi datatissima, però ottimo motore narrativo. Marcello sposa una stupida ragazza della medioborghesia capitolina (una Stefania Sandrelli nell’interpretazione della vita insieme a quella di Io la conoscevo bene) e utilizza il suo viaggio di nozze a Parigi come copertura di una missione affidatagli dall’Ovra: entrare nell’entourage di un famoso antifascista lì rifugiato, carpirne la fiducia, indi ucciderlo. Vicenda esplicitamente ispirata all’esecuzione in terra di Francia dei dissidenti fratelli Rosselli di Giustizia e Libertà. Quello che segue è l’immersione della coppia italiana nella Parigi dei rifugiati politici d’alto rango, ma non priva di ombre, un piccolo mondo a parte che ruota intorno alla figura dell’antifascista professor Luca Quadri e della sua scultorea, sessualmente doppia compagna Anna, una Dominique Sanda lesbicheggiante semplicemente monumentale, da storia del cinema. Scena che non si dimentica: il tango nel bistrot con Anna e Giulia, la moglie di Marcello, avvinghiate. Film che sul fascismo, e sulle oscure collusioni che si solidificarono tra gli italiani e l’uomo che si dichiarava loro duce, ha il coraggio di dire e svelare parecchio, al di là e molto di più di ogni retorica resistenziale. La scena finale di Marcello, fascista e lurida spia, che alla caduta del regime si improvvisa antifascista è tra le più atroci rappresentazioni delle doppiezze e scelleratezze del carattere nazionale. Trionfo del grande artigianato cinematografico italiano, vale a dire scenografia (di Ferdinando Scarfiotti) e costumi (Gitt Magrini) come nessuno al mondo. Apparizione di culto di Milly quale mamma di Marcello, diva decaduta e morfinomane.

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