Oggi 19 marzo parte a Milano il Festival del cinema africano (e d’Asia e America Latina). Meglio esserci

'El Shooq', il film egiziano che apre il Festival.

Si apre oggi 19 marzo uno dei pochi festival milanesi di cinema di vocazione e spessore internazionale, il Festival del Cinema africano, d’Asia e America Latina, arrivato pur tra qualche affanno organizzativo e di budget, alla sua ventiduesima edizione, a testimonianza di una manifestazione che ha consolidato la sua ragion d’essere e trovato un suo pubblico e messo radici in una città non facile. Si apre alle 20,30, con una cerimonia al Teatro San Fedele senza fronzoli e senza red carpet – questo non è certo un evento con voglie divistiche, considerate anzi un peccato da festival tronfi e ricchi – seguita dalla proiezione del film egiziano El Shooq (Lussuria), un mélo ambientato nella Alessandria più povera che si riallaccia esplicitamente alla grande tradizione popolare della Hollywod sul Nilo. Non facile, guardando il programma, districarsi tra le tante (troppe?) sezioni e capire, tra i molti titoli e autori ignoti, quali siano i più interessanti e le possibili rivelazioni, ma questo è problema comune a tutti i cinefestival. Intanto butto lì una perplessità che ho da parecchio su questa pur benemerita manifestazione. Perché mescolare realtà tanto diverse e culturalmente lontane come quelle di Africa, Asia e America Latina? Non sarebbe il caso di focalizzare meglio la rassegna e tornare all’origine, quando mi pare che il festival si occupasse solo di cinema africano? Allargando alle opere del Medio Oriente, lo si potrebbe trasformare e specializzare in vetrina del cinema d’Africa e del mondo arabo tutto. Ma non stiamo a sottilizzare e prendiamo il festival come un’occasione, al di là delle sue diramazioni in troppi continenti, per vedere film di scarsa o quasi nessuna circolazione dalle nostre parti, e di lanciare sguardi su universi non troppo raccontati dai nostri media. Finestre sul mondo resta la sezione maggiore del festival, con un drappello di lungometraggi in concorso per il premio più importante. Molto si parla di Aujourd’hui del senegalese Alain Gomis, interessante anche se non troppo riuscito (l’ho visto a Berlino il mese scorso) tentativo di uscire dalle secche del cinema etnicamente connotato. Da Berlino arriva anche il marocchino Mort à vendre (non l’ho visto purtroppo), di cui in Potsdamerplatz si diceva un gran bene, e uscito dalla Berlinale con uno dei premi collaterali. Da tenere d’occhio anche l’israelo-palestinese Man Without a Cell Phone. Tra i titoli in concorso per il Miglior film africano sottolineerei, oltre a Mort à vendre e Aujourd’hui, il marocchino Sur la planche e il sudafricano Man on Ground, anche questo presentato alla Berlinale. Ancora: tra i documentari del concorso Finestre sul mondo non mi voglio perdere La Vierge, les Coptes et moi ambientato tra i Cristiani d’Egitto, mentre della sezione Ombre digitali: film cinesi dell’ultima generazione (sulla carta parecchio interessante e innovativa) mi aspetto qualcosa dagli sperimentali o semisperimentali Meishi Street, Oxhide II e The Other Half. Ritorna, dopo il successo dell’anno scorso, E tutti ridono…, film comici selezionati da Gino e Michele. Sono tre, vengono dalla Francia e sono di (e parlano di) immigrati arabi e africani di seconda e terza generazione: Beur sur la ville, Case départ e De l’huile sur le feu. Un cinema con autori e attori che in patria hanno un seguito sempre più vasto, e per avere un’idea di come i comici di origine africana stiano conquistando spazio e pubblico basti pensare all’incontenibile Omar Sy di Quasi amici, film che anche in Italia sta sbancando il box office. Per una visione completa e dettagliata del programma del festival, andare sul sito ufficiale. Se siete a Milano e dintorni, e se siete cinefili senza barriere, un salto al festival fatelo (e anche più d’uno). Si chiude domenica 25.

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