Recensione. ROMANZO DI UNA STRAGE avvince (abbastanza), ma non convince e aggroviglia un caso già complicato come la strage di Piazza Fontana

Mi aspettavo di peggio: un film pesantemente didascalico e predicatorio, alla maniera di certa fiction Rai del lunedì sera. Invece Romanzo di una strage, almeno nella prima parte, si fa guardare e riesce ad avvincere abbastanza, anche se rischi continuamente di perderti nella ricostruzione di una storia tanto complicata come Piazza Fontana e i suoi retroscena. Giordana adotta uno stile neoespressonista non male. Poi il film si inoltra in ipotesi fin troppo ardite (la doppia valigetta), esagera in teorie cospirazioniste ipotizzando un’Alleanza del Male dai contorni terribili quanto incerti e oscuri, e si esce dal cinema con il mal di testa, con le idee più confuse di quando si è entrati. Ma valeva la pena fare un film su una vicenda così tormentata aggrovigliando ulteriormente le cose? Sono passati 43 anni e forse, più che di un film, avremmo bisogno di una seria indagine storica super partes.

Piefrancesco Favino (l'arnarchico Giuseppe Pinelli) e Valerio Mastandrea (il commissario Luigi Calabresi)

Romanzo di una strage, regia di Marco Tullio Giordana. Con Valerio Mastandrea, Pierfrancesco Favino, Laura Chiatti, Michela Cescon, Fabrizio Gifuni, Luca Zingaretti, Luigi Lo Cascio, Omero Antonutti, Giorgio Tirabassi, Giulia Lazzarini.

Michela Cescon è Licia PInelli

Stefano Scandaletti è Pietro Valpreda

Il dubbio è che questo film finisca con l’interessare più i vari addetti ai vari lavori (giornalisti in primis) che il pubblico. Domani – lunedì 2 aprile – vedremo gli incassi del primo weekend di programmazione di Romanzo di una strage, e sarà interessante verificare quanto la ricostruzione e riproposizione di un evento così importante e ormai lontano (43 anni sono passati da quel 12 dicembre 1969, ci avviciniamo al mezzo secolo, e fa una certa impressione) abbia attirato spettatori, e che tipo di spettatori. La mia ipotesi è che andranno a vederlo gli ultracinquantenni, quelli per cui Piazza Fontana ha significato qualcosa, una rottura e una svolta, mentre non riesco a immaginarmi frotte di venti-trentenni che fanno la fila, francamente, e neanche quarantenni. Questa, piaccia o meno, è una vecchia storia, anche se ancora bruciante. Dicevo: scarso interesse (forse) del pubblico, grande accanimento e dibattito intorno al film invece da parte dei media, più cartacei che virtuali. Ha incominciato Mario Calabresi, direttore della Stampa e figlio del commissario Luigi, uno dei protagonisti di quei fatti. In un’intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo del Corriere della sera si è lamentato di come, a suo parere, il film abbia scarsamente insistito sulla feroce campagna di denigrazione e delegittimazione da parte di Lotta Continua della figura di suo padre, ritenuto responsabile della morte di Pinelli l’anarchico. Ieri sul Foglio Adriano Sofri, che ha avuto i suoi bei guai giudiziari proprio per l’omicidio Calabresi in quanto leader di Lotta Continua, non si è pronunciato su come Romanzo di una strage coinvolga o meno il suo ex movimento politico (e questo silenzio sorprende alquanto), ma ha attaccato l’ipotesi fatta propria dal film sulle due valigette con esplosivo deposte alla Banca dell’Agricoltura e mutuata dal libro Il segreto di Piazza Fontana di Paolo Cucchiarelli. Il quale Cucchiarelli, a me sconosciuto fino a pochi gorni fa, oggi sul Corriere della sera risponde a Sofri ribadendo la sua tesi: doppia bomba e doppia valigia. Insomma, come c’era da aspettarsi, Romanzo di una strage è diventato un succulento caso mediatico, anche perché cognomi coinvolti in quella vicenda e in vicende correlate e successive (Calabresi, Sofri) nel frattempo sono diventati di peso nel sistema comunicativo-giornalistico di questo paese, e se vogliamo questo è uno degli esiti più strani e meno attesi di quel lontano evento. Mi rendo conto di avere parlato finora quasi niente del film, e molto di quello che gli gira intorno, ma era, è inevitabile, temo. Come si fa a discettare della regia di Marco Tullio Giordana, e sui valori o disvalori squisitamente cinefilmici, quando è il contenuto  ad attrarci come un gorgo? Un caso esemplare in cui il contenuto si divora la forma e la azzera nella nostra percezione di spettatori. Qui davvero ciò che è raccontato è tutto, il come lo si racconta (apparentemente) niente. Allora, dico che mi aspettavo di peggio, un film pedante e pesantemente didascalico in puro stile nuovo-vecchio cinema civile all’italiana, dove importano moltissimo la tesi politica e il sovraccarico ideologico, e poco il linguaggio. Invece, pur nei limiti invalicabili del suddetto cinema di impegno, Romanzo di una strage riesca a essere abbastanza avvincente nella prima parte, e Giordana sorprende abbastanza (abbastanza, non clamorosamente) adottando uno stile vagamente espressionista: che peraltro gli appartiene da sempre ma che non ha sempre utilizzato, e che gli consente di non appiattirsi nella (in)espressività e povertà da fiction del lunedì sera Rai che è sempre in agguato in questi casi (Rai Cinema peraltro è tra i produttori, dunque la destinazione televisiva è parte del progetto). Le cose migliori sono le parti più nebbiose-milanesi e lugubri, l’attentato ad esempio, le cariche della polizia a inizio film (però quanto menano i poliziotti nel cinema italiano di questi mesi: prima in Acab, adesso in questo Romanzo di una strage, tra poco in Diaz, e mi pare che le forze dell’ordine, che i loro torti ce li hanno e li hanno avuti eccome, non si meritino tutto questo ludibrio), o il personaggio di Aldo Moro, quello ricreato con più libertà rispetto all’originale, che diventa qui una sorta di Cassandra o di sciamano che vede-sente l’apocalisse avvicinarsi ed è come schiantato dalla propria impossibilità ad agire, ad intervenire, a impedire e prevenire. Che importa se il vero Moro non era così, se in questo film gli viene attribuito un ruolo e un’importanza che forse in  quelle circostanze non ebbe, conta che drammaturgicamente il personaggio abbia una sua forza, e costituisca l’unica vera invenzione del film (e Fabrizio Gifuni, anche se gianmaria-volonteggiando e gigioneggiando alquanto, mette a segno un’interpretazione di rispetto). Il film si lascia guardare nella prima parte, anche se richiede uno sforzo di concentrazione notevole, ogni battuta e ogni personaggio rimandando a passaggi chiave della nota vicenda, e se ne perdi uno rischi di perderti nel dedalo dei fatti e soprattutto delle congetture, ed è uno dei motivi – questo sforzo richiesto allo spettatore – per cui credo che al pubblico giovane e allegramente disimpegnato Romanzo di una strage non interesserà. Fa fatica a seguire chi quegli avvenimenti li ha vissuti e se li ricorda bene, figuriamoci le generazioni venute dopo. Tant’è che guardando e sforzandomi, mi sono chiesto se fosse valsa la pena andare oggi a ricostruire quella pagina di storia italiana. Il film non dà, e non può dare risposte, ricostruisce i fatti e per forza li ricostruisce adottando un punto di vista qua e là non proprio condiviso e condivisibile. Non c’è su Piazza Fontana una verità giuridicamente validata, i vari processi non hanno prodotto una visione certa e non sono giunti a nessuna conclusione e soprattutto a nessuna condanna, ufficialmente la strage resta senza colpevoli. Restano invece, oltre alle varie inchieste ufficiali e ai vari processi, le controinchieste militanti di allora, le verità movimentiste che si sono sedimentate in libri come La strage di stato. Ci sono poi le ricostruzioni storico-giornalistiche, come quelle del già citato Paolo Cucchiarelli. Un pulviscolo di racconti, narrazioni, con punti di vista e approdi spesso divergenti. Dio mio, ha senso oggi inoltrarsi con un film in un simile ginepraio? Non sarebbe meglio che l’indagine su Piazza Fontana fosse affidata agli storici di mestiere che analizzando documenti cercassero di tracciare un quadro il più possibile distaccato e oggettivo di quanto è successo? D’accordo, il film mette le mani avanti e si autoproclama Romanzo, onde preventivamente rintuzzare le accuse di parzialità o non-oggettività. Signori, questa è una narrazione, non è storia, ci dicono gli autori. E però non basta a giustificare l’operazione. Che, anziché far luce, aggiunge ulteriori dubbi e sospetti, e aggroviglia ulteriormente una vicenda già complessa fino all’inafferrabilità. Sono almeno due i punti su cui si discute e si discuterà parecchio (chi ha voglia di farlo, ovvio, cioè non proprio una moltitudine). Il primo è la lettura del personaggio di Luigi Calabresi, il commissario di polizia che interrogò Pinelli prima che costui morisse cadendo dalla famosa finestra della Questura di Milano. Orbene, rispetto a quanto il movimentismo allora fece, demonizzando Calabresi e incolpandolo esplicitamente attraverso una massiccia campagna di essere il responsabile diretto della morte dell’anarchico, il film va da tutt’altra parte e assolve il commissario e quasi lo beatifica. Non era nella stanza nel momento in cui Pinelli cadde, ci dice, ci mostra e ci ribadisce più volte Romanzo di una strage. Anzi, proseguendo, Calabresi diventa il perno narrativo del film, il vero protagonista, un nobile servitore dello stato costretto da una parte ad assumersi responsabilità non sue per coprire le colpe e i falli dei suoi collaboratori, e dall’altro utlizzato da certe istituzioni dello stato come comodo capro espiatorio dell’incomoda morte di Pinelli (secondo il film, è dall’interno delle istituzioni che arrivò ai media la falsa informazione su Calabresi uomo della Cia). Ma si va oltre: Calabresi viene ucciso – sembra suggerire il film, anche se non lo dice esplicitamente – dopo essere venuto a conoscenza di orrendi segreti su Piazza Fontana, anzi della vera Verità, cioè delle oscure Forze del Male (servizi segreti deviati, apparati Nato deviati, internazionali neofasciste e neonaziste in combutte con i regimi totalitari di destra di allora, aspiranti golpisti e altro marciume ancora) che avevano organizzato il massacro onde far ricadere la colpa sulla sinistra e portare lo stato verso una deriva autoritaria. Sicchè, anche se non è detto, si fa in modo che lo spettatore si faccia venire il pensiero e il dubbio che il commissario sia stato fatto fuori non da una cellula di lottacontinuisti (come più processi ci hanno detto), ma da quelle buie Forze. Calabresi in Romanzo di una strage non è più il responsabile della morte di Pinelli della vulgata movimentista primi anni Settanta, ma è l’uomo che avrebbe potuto far luce sulla strage e a cui è stato impedito di farlo. Un eroe. Il secondo punto su cui il film farà molto discutere e già lo sta facendo, e nel quale si discosta dal comune convincimento e sentire che si sono consolidati fino a oggi, è l’ormai famosa storia della doppia valigetta depositata alla Banca dell’Agricoltura, ipotesi presa dal libro di Cucchiarelli e contestata da Adriano Sofri. Dunque, Valpreda (che dal film poveraccio non esce tanto bene) o un suo sosia avrebbe depositato una bomba ‘buona’ anarchica, inoffensiva e solo dimostrativa, e destinata a scoppiare dopo la chiusura, ma un’altra valigetta, quella con l’esplosivo letale, sarebbe stata poi depositata dal vero cattivo con l’intenzione di fare la strage e di buttare la colpa sugli anarchici. Se posso dire la mia, è una spiega così lambiccata da apparire improbabile, anzi insostenibile. Ma perché mai gli sceneggiatori, la premiata coppia e ditta Stefano Rulli e Sandro Petraglia affiancati da Giordana, che pare abbiano studiato per otto anni carte e documenti vari su Piazza Fontana, hanno poi adottato questa discutibile interpretazione? Sicché alla fine il film davvero diventa romanzesco, e anzichè aiutare a fare un minimo di luce sulla faccenda finisce con il complicarne ulteriormente la possibile interpretazione. Si esce dal cinema con il mal di testa, e con le idee molto, molto più confuse di quando si è entrati, e non mi pare un gran bel risultato. Perplessi, si avrebbe voglia di qualcuno che con distacco, e con la famosa e sempre rara oggettività, ti sapesse ri-raccontare la strage senza pregiudizi, iper complottismi, digressioni romanzesche, cervellotiche ricostruzioni. Il film ha un suo oscuro fascino nella prima parte, quando mette in scena torbidi giochi di cellule neofasciste e neonaziste, con tutti che infiltrano tutti, nazisti di colpo convertiti all’anarchia, anarchici buoni e anarchici stupidi pronti a farsi manipolare, servizi segreti leali e servizi segreti letali collusi con golpisti: un verminaio. Insomma, un gran romanzo più di spie che criminale, tutto un doppio e triplo gioco che al confronto perfino i più labirintici e stratificati e tortuosi Le Carré (tipo La talpa) sembrano un prodigio di chiarezza e linearità. Cinematograficamente la cosa per un po’ funziona, ma siamo sicuri che ci aiuti davvero a capire quanto è successo? La mia risposta è, purtroppo, no, che non ci aiuta. Questo film, soprattutto nella seconda parte, si inoltra in ipotesi poco attendibili e perfino balorde (la doppia valigetta, per l’appunto), e, forse senza volerlo, diventa solo un ennesimo tassello di quel complottismo che affligge tanta opinione pubblica, e tanto cinema italiano. Bisogna pur avere il coraggio di dire che Piazza Fontana alimentò anche la paranoia complottistica di massa, che fu, se non il primo, certo il maggiore evento su cui si innestarono le ipotesi più estreme e fantasiose, e le meno dimostrabili. Piazza Fontana è, purtroppo, oltre che la madre di tutte le stragi e di tutti i cosiddetti misteri d’Italia, anche di tutte le teorie cospirazioniste che ci hanno sconquassato e intossicato la mente negli ultimi decenni, e il film fa assai poco purtroppo per immettere un po’ di razionalità in questa distorsione dei cervelli e delle coscienze. Altro da dire? Gli attori, per esempio. Schierato quasi tutto l’esercito dell’engagement di Cinecittà. Favino come Pinelli arriva al suo quarto film in poco più di due mesi (Acab di Sollima, L’industriale di Montaldo, Posti in piedi in paradiso di Verdone, adesso questo): sempre bravo, però un po’ di vacanza gli ci vorrebbe povero figliolo. Valerio Mastandrea è il più bravo di tutti come Calabresi, e con la sua aria mite e la sua interpretazione trattenuta e depotenziata – stile Mastandrea per l’appunto – contribuisce in modo decisivo alla revisione che gli autori fanno del personaggio del commissario. Molto credibile Michela Cescon come Licia Pinelli. Sì, c’è anche Laura Chiatti come Gemma Calabresi, sempre incinta: nell’arco del film mette al mondo ben tre figli.

Giorgio Marchesi è il neonazista veneto Franco Freda

Laura Chiatti è Gemma Calabresi (in una scena con Mastandrea/Luigi Calabresi)

Il regista Marco Tullio Giordana

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