Incassi deludenti per ROMANZO DI UNA STRAGE, un film che interessa più ai giornalisti che al pubblico evidentemente

Fabrizio Gifuni è Aldo Moro

Valerio Mastandrea è Luigi Calabresi

Recensendo ieri Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordana che ricostruisce la strage di Piazza Fontana e i suoi dintorni, mi chiedevo a quale pubblico oggi potesse interessare un film su un avvenimento fondamentale della nostra storia del dopoguerra, ma ormai remoto, da cui ci separano 43 irreparabili anni. Mi chiedevo anche se un certo cinema civile all’italiana, com’è quello di Giordana, che si riallaccia a una tradizione di tanti nobili film anche quelli però irrimediabilmente lontani, fosse in grado di coinvolgere un pubblico allargato. La mia ipotesi era che Romanzo di una strage non avrebbe attirato le folle nei cinema e avrebbe coinvolto soprattutto gli ultracinquantenni e scarsamente le generazioni più giovani. Stamattina sono arrivate le cifre degli incassi del weekend e devo dire che, purtroppo, non mi sbagliavo. Anche se distribuito in un numero cospicuo di copie, 250 (tant’è che qui a Milano città lo si può vedere in sei sale), il film su Piazza Fontana ha realizzato 533.427,63 euro, cifra di sicuro molto al di sotto delle aspettative dei produttori clasificandosi solo al quinto posto nella classifica del fine settimana (oltretutto, in un weekend in cui anche i film nelle prime posizioni non hanno fatto numeri sbalorditivi e dunque era più facile ben classificarsi). A meno che il passaparola faccia miracoli, come è successo a Quasi amici, è probabile che già dal prossimo weekend gli incassi scenderanno ulteriormente, assestando i film tra i mezzi successi o i mezzi insuccessi, con tendenza più verso la seconda categoria che non la prima. In Italia non sono a disposizione analisi sull’età degli spettatori paganti di un film appena uscito (come succede invece in America), ma credo proprio che Romanzo di una strage abbia interessato soprattutto gli ultracinquantenni delle grandi città con un grado medio-elevato di istruzione, e con propensioni politiche di sinistra. Quel publico un tempo definito radical-chic che in un film su Piazza Fontana ritrova l’eco di qualcosa che ha vissuto direttamente, pubblico che 20 o 15 anni fa era lo zoccolo durissimo dei cosiddetti film d’essai, solo che adesso è invecchiato e si è anche smagrito, e da solo non ce la fa più a trasformare un film in un successo (vedi anche il caso di The Lady, il biopic firmato Luc Besson di Aung San Suu Kyi, che ristagna in posizioni bassissime). Non ce la fa più neanche a orientare e influenzare un pubblico più ampio, a fare insomma da pesce pilota, rappresentando ormai solo se stesso, i propri gusti e disgusti, perfino le proprie manie e idiosincrasie, e quelle della propria generazione, e sono gusti ormai inesorabilmente minoritari. Quello di Giordana è il film perfetto per loro, perché possano indignarsi e riaprire il dibattito su quel remoto anche se ancora bruciante 12 divembre 1969, loro, che quando si vedono passare sullo schermo personaggi che si chiamano Valpreda, Calabresi, Pinelli, se li ricordano benissimo, e si ricordano pure di Merlino, Giannettini, Freda e Ventura, il questore Guida ecc., cioè di tutti i protagonisti e i comprimari di quegli eventi. Ma un ventenne? Un trentenne? Io non riesco a immaginarmeli che seguano concentrati (perché il film richiede una concentrazione assoluta, altrimenti ci si perde nella folla dei caratteri maggiori e minori, e nell’oscurità e complessità delle trame e dei complotti) il dipanarsi degli eventi. Conviene rassegnarsi all’evidenza. Purtroppo il mistero di Piazza Fontana non appassiona le nuove generazioni, tranne – ovvio – le solite eccezioni, e a mio parere il film, pur girato con professionalità inceccepibile e qua e là anche con un segno stilistico di una certa forza, è lontano dai linguaggi e dai codici comunicativi più recenti. Soprattutto resta intrappolato, nella lettura degli avvenimenti, in una visione che risale irreparabilmente agli anni Settanta, esagerando in complottismo e in ipotesi al limite della verosimiglianza (le due valigette), non agganciando così i venti-trentenni di oggi. Mi chiedevo anche nella recensione se Romanzo di una strage non fosse uno di quei film che scatenano dibattiti mediatici, soprattutto sulla stampa cartacea, uno di quei casi che innescano articoli, controarticoli, interviste, interventi e controinterventi, ma lasciano indifferente il pubblico. Purtroppo devo dire che non mi sbagliavo nemmeno qui. L’uscita del film di Giordana è stata preceduta da un’intervista di Aldo Cazzullo del Corriere della sera a Mario Calabresi, direttore della Stampa e figlio del commissario Luigi, uno dei personaggi centrali di quei fatti. Sono seguiti articoli di Adriano Sofri (sul Foglio e sul web), e altri contributi più o meno polemici. Un dibattito che ha interessato più gli addetti ai lavori che i potenziali spettatori, evidentemente, visto che non è bastato ad accendere l’interesse e a spingere le masse al cinema. A riprova di quanto anche i giornali siano scollegati dalla media opinione pubblica e non siano più in grado, ammesso che lo siano mai stati, di orientarla.

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