Recensione: una BIANCANEVE revisionista, molto camp e queer. Anche divertente, però non così centrata

Non è male, questa rilettura piuttosto decisa della favolona dei Grimm. La strega è una tiranna sadica e omicida, Biancaneve usa le armi e fa la ribelle, il principe è un po’ ciula e oggetto del desiderio di due donne padrone. I nani sono dei banditi e lo specchio un antro fantasy della Sibilla. Il regista Tarsem Singh inventa soluzioni visive mirabolanti. Eppure qualcosa non funziona in questo film sgargiante e riempiocchi. Troppo camp e queer, troppo stridulo e sregolato per diventare davvero la nuova favola di Biancaneve per famiglie.
Biancaneve (Mirror Mirror), regia di Tarsem Singh. Con Julia Roberts, Lily Collins, Armie Hammer.

Siamo al Biancaneve-revisionismo. Chissà perché nella presente stagione sono due i film, questo Mirror Mirror (il titolo originale rende meglio la novità) e l’imminente Biancaneve e il cacciatore, che si sono messi in testa di rivisitare la gran fiaba dei Grimm Brothers, e premono l’acceleratore sul non-è-la-solita-storia-che-vi-hanno-raccontato: in un furore iconoclasta che ricorda certe rivisitazioni balorde di certe messinscene operistiche. Non è che questo film sia balordo, si lascia guardare, qua e là ci si diverte anche parecchio, ma insomma che bisogno c’era di rivedere la favola così come ce l’avevano sempre detta? Non è che poi ci si guadagni molto a fare di Biancaneve una ragazza meno bambina e bambola della tradizione e molto più determinata a fare i conti con la strega che è poi la matrigna, e a tirare di armi per prendere nel regno il posto che le spetta di diritto. In fondo, c’era già tutto prima, ma in sottotesto, mentre qui molto è esplicitato e urlato, anche sguaiatamente delle volte. La regina, indiscussa protagonista, altro che Snow White, è ossessionata dal tempo che fugge e dalle rughe, fa fuori con crudeltà sadica chiunque le si frapponga sulla strada, più che strega è una serial killer, si fa strane e schifose maschere di bellezza a base di cacca di pappagallo, continua a aumentare le tasse costringendo il popolo alla fame mentre lei dissipa in feste, gioielli, stravaganze e capricci. Una stronza come poche. Julia Roberts, in una parte che le si adatta e che aspettavamo da tempo per lei, finalmente può scatenarsi e smettere di fare la brava figliola e la matura e invecchiata fidanzata d’America, giacchè non è da oggi e nemmeno da ieri che il suo viso si è come rinsecchito e indurito, quel sorriso che un tempo era detto radioso da tutti e adesso è un ghigno. Dunque, che strega sia. Roberts è la vera, grande invenzione revisionista del film, revisione del suo passato e della sua icona d’attrice ma, stando agli incassi non esaltanti del primo weekend di programmazione, il pubblico americano non pare aver gradito troppo. I sette nani sono qui, più che operosi lavoratori, dei banditi da strada e da foresta sul genere Robin Hood però più egoisti, sempre pronti a intrappolare e rapire riccastri di passaggio a scopo di lucro. Capita anche al Principe, un tipo dal sorriso un po’ troppo smagliante (è Armie Hammer, il doppio gemello di The Social Network, l’amante di Hoover in J. Edgar) e anche un po’ ciula, il quale verrà rapito, liberato, mentre Biancaneve vagante sola nella foresta troverà ovvamente rifugio e protezione dai nani guerriglieri-banditi e diventerà pur essa una provetta eroina un po’ wonder woman capace di combattere e duellare armi in pugno. Il tono generale è quello del grottesco e del comico di una certà grevità, e in omaggio alle mode e al box office e ai gusti dominanti la fiaba si contamina parecchio con il fantasy e l’effettismo speciale, sicchè ci sono draghi e altre mostruose creature, e lo specchio è un universo parallelo in cui la regina entra e dialoga con un suo doppio magico dai superpoteri. Le idee ci sono, a momenti ci si diverte molto, ma a che giova tanto sforzo? Sfugge il senso dell’operazione. L’indiano-americano Tarsem Singh, gran talento nel creare immagini e visioni (vedi The Cell e il recente Immortals), forse uno dei registi più fantastici in circolazione, attraversa la storia e il film senza curarsi troppo della narrazione, usando tutto come pretesto per una messinscena iperbolica, mirabolante, sfrenata fino al delirio vero, per dare corpo ai suoi fantasmi sogni incubi, però senza quella grazia e quella levità di cui aveva dato prova nel suo film a oggi migliore, quell’incanto che era, è The Fall. La scena del ballo con i personaggi trasformati in animali dai loro costumi è assai godibile (e l’abito-cigno di Biancaneve ricorda quello famoso indossato da Björk agli Oscar), le scene di corte sempre colorate e strabilianti, insomma Tarsem Singh non si risparmia, e molti bersagli riesce a colpirli. L’errore vero di questo film, quello che lo sbilancia, sta nel non avere le idee chiare e nel non decidersi a chi rivolgersi. Non è più per bambini, non è però per adulti. Lanciato come film per famiglie, in realtà non lo è per niente. È una fantasia barocca rutilante, una gigantesca ma inservibile macchina celibe, dall’estetica inconfondibilmente camp. Questo è un oggetto filmico assai queer e gay-oriented. Le torri del castello non sono falliche, sono falli veri e propri, così espliciti da essere un filo imbarazzanti. Il principe sembra scappare e ritrarsi inorridito non appena una donna lo avvicina e sfiora, sia ella la regina cattiva o Biancaneve, con cui alla fine si sposa però con l’aria di non averne voglia. Il suo valletto è chiaramente innamorato di lui e la scena dei due appesi a testa in giù vis-à-vis è ultraqueer. Va bene, è una follia, un’extravaganza, che male c’è? C’è che le famiglie un film così non lo digeriscono, non lo possono digerire. Pupi e mamme avranno tutti qualcosa da ridire, e allora perché farlo? Però non scappate dal cinema subito. La scena migliore è sui titoli di coda, un gran ballo di corte in stile Bollywood. Dettaglio: Lily Collins, che interpreta non senza grinta Biancaneve, è la figlia del pop singer e musicista Phil Collins.

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