Film di culto stasera sulle tv gratuite: LA CITTÀ PERDUTA (venerdì 6 aprile 2012)

La città perduta, Rai 4, ore 21,10.
Il titolo originale fa La città dei bambini perduti, e rende meglio l’idea di quel che sta dentro a questo fantascientifico-esistenziale, girato dal duo Jean-Pierre Jeunet e Marc Caro nel 1995 dopo quel Delicatessen che li aveva imposti come i nuovi talenti del cinema visionario-postmoderno alla francese. La città perduta viene presentato addiritura in gran pompa al Festival di Cannes, a voler consacrare la coppia registica. Ma l’accoglienza è mista, contrastata. Sarà la partenza di un film dallo strano destino, poco amato in Europa (in Italia è uscito direttamente in video) ma di gran considerazione e culto in America. Non è un tipo di cinema che mi faccia impazzire, lo dico subito. Non amo certe visionarietà che vengono dritte dalla graphic novel, i deliri barocchi à la Métal Hurlant, le scorribande nel favolistico-neomitologico, le incontinenze immaginifiche con vistosa pretesa e pretenziosità artistica (è anche il motivo per cui gente come Tim Burton e Terry Gilliam non fa parte della lista dei miei autori preferiti). Caro e Jeunet poi si divideranno, e sarà il secondo a cogliere i successi maggiori, e basta un titolo solo, Il favoloso mondo di Amélie, per spiegare chi sia e rendere conto di cosa sia diventato. La città perduta si svolge in un futuro assai steampunk (e anche questo), dove un signore creato in vitro soffre di invecchiamento precoce a causa di una patologia che gli impedisce di sognare. Così, con l’aiuto di altri suoi simili, rapisce i bambini e li rinchiude onde rubare loro i sogni e arrestare il decadimento fisico. Ma, trovandosi in cattività, i loro saranno incubi, terribili e intossicanti. Fors’anche una matafora della pedofilia, chissà. Ora, io di fronte a una storia così tendo a perdere la calma e la ragione, non sopporto proprio, che ci volete fare. La pretenziosità, il poeticismo evidenti in una simile operazione mi sopraffanno. No grazie. Trovo irreggibile la girandola visionaria del film, e pure il suo sotterraneo (ma neanche troppo) intento predicatorio, in generale non reggo il cinema di Jeunet, né il terribile, intollerante e sadico dietro l’apparente bontà  Amélie e nemmeno l’ultimo L’eplosivo piano di Bazil. Riconosco però il suo talento e il suo (inconfondibile peraltro) marchio di autore vero. Chi lo apprezza e lo ama, non si perda questo film. Gli altri come me lascino stare.

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