Recensione: I PIÙ GRANDI DI TUTTI è un piccolo buon film, una bella sorpresa

Reunion di una scalcinata rockband de’ noantri quindici anni dopo. Loris, Mao, Renzo e Sabrina si ritrovano, e sono liti, malumori, malintesi, riappacificazioni, ritorni di fiamma. Da Carlo Virzì (sì, il fratello del più famoso Paolo) una commedia vispa e abbastanza anomala per il nostro cinema, qualcosa che non ci si aspettava. Qualche difetto di sceneggiatura da film italiano, ma I più grandi di tutti ha dalla sua verve, idee, ottima conoscenza del sottomondo rock nostrano, caratteri ben delineati, interpreti adeguati (alcuni presi dalla musica), in primis Pandolfi e il serpentesco Cocci.
I più grandi di tutti, regia di Carlo Virzì. Con Claudia Pandolfi, Marco Cocci, Alessandro Roja, Corrado Fortuna, Dario Kappa Cappanera, Frank Hi Nrg Mc, Catherine Spaak.

Sì, è l’altro Virzì, il fratello minore, qui al suo secondo film da regista dopo L’estate del mio primo bacio. Però Carlo V. si è più dedicato finora alla musica che al cinema, avendo fatto parte di un gruppo rockeggiante nella seconda metà degli anni Novanta chiamato Snaporaz (nome felliniano, se non sbaglio è il protagonista della Città delle donne) e poi componendo, anche colonne sonore per i film del fratello Paolo. Ora, questo I più grandi di tutti non è niente male, si vede e si sente che Virzì (Carlo) racconta qualcosa che conosce bene, il mondo delle piccole band di medio successo, però non di quel successo folgorante che ti fa uscire fuori dalla provincia e ti proietta in alto. È una reunion, più subita che voluta, quella messa in scena da questo piccolo ma vispo film, una delle non molte liete sorprese del cinema italiano del 2012. Siamo a Rosignano Solvay, area Livorno, insomma nella marca che è da sempre il territorio di riferimento del Virzì fratello maggiore. Loris, Sabrina, Maurilio detto Mao e Rino sono quattro ex amici, adesso più verso i quaranta che i trenta, che dopo aver dato vita negli anni Novanta a una rockband di nome Pluto (“era il cane della mi’ nonna’”, spiega Sabrina la bassista) hanno sciolto il gruppo e si sono dispersi. A ciascuno la sua vita, un po’ irrisolta, e con quei fantasmi rock lontani non del tutto metabolizzati. Sabrina la bassista già biondo-punk adesso fa la fidanzata ammodo di un bravo signore, Loris ha messo la testa a posto (però anche prima era quello più tranquillo) e ha messo su famiglia. Combina poco, ha una moglie che è una santa per la pazienza di cui dà prova, e un figlioletto simpatico e saggio che a quel padre un po’ orso un po’ bamboccione vuole un gran bene. Rino fa l’operaio (uno dei pochi operai che si siano visti in un cinema italiano che ha eliminato dai suoi panorami le fabbriche, che neanche le più sfrenate delocalizzazioni in Romania e Cina, riempiendoli di architetti, creativi, web designer e altre improbabili professioni e vari fanigottismi) con vecchio padre vedovo a carico, anche puttaniere, che si lamenta di quel suo ragazzo che pensa solo al lavoro e niente donne, mentre lui ha ancora voglia di palpare qualche brasiliana (“ma vai a puttane stasera, goditela questa vita” gli urla il papà gaudente non domo). Il quarto è Maurilio-Mao, il bellone del gruppo, fisico e istrionismi da rockstar, difatti dei Pluto era il frontman, il cantante, uno che col microfono e il pubblico ci scopava quasi, ci aveva un rapporto erotico alla maniera dei grandissimi Jim Morrison-Mick Jagger, o se vogliamo restare in casa, in area toscana più vicina a quella del film e della sua storia, alla maniera del primo Piero Pelù dei Litfiba. Magro, capello lungo e sciolto, serpentesco sul palco e ancora adesso, nella vita. Un cialtrone, sempre indebitato, sempre pronto a manipolare e truffare qualcuno per tirare a casa qualche euro. Un personaggio che fa rivivere, spolverandole e adeguandole ai tempi nostri, certe lontane ma immortali maschere della commedia italiana alla Sordi e soprattutto alla Gassman. Quando facevano parte dei Pluto lui e Sabrina stavano insieme, poi lei l’ha mollato stufa delle troppe corna e dello sfrenato narcisismo del ragazzo.

il regista Carlo Virzì

Ora, questi quattro si sono dispersi e rifatti un’altra vita. Ci pensa un ragazzo che li ha adorati quando suonavano e che fa il critico musicale, e sta su una sedia a rotelle dopo un maledetto incidente stradale, a spingerli alla reunion. Lui, Leonardo Reviglio, i soldi ce li ha, e si mette in testa di rimettere insieme i cocci dei Pluto, quella banda dei quattro che, anche se non aveva mai varcato i confini del Centro Italia, resta per lui, nel suo ricordo, nella sua vita, la più grande di tutte. Il primo a essere contattato da lui è il buon Loris. Pur recalcitranti, man mano seguiranno gli altri. Gli ex Pluto si ritrovano, invecchiati, a misurarsi con il proprio presente e il proprio passato, si riaccendono livori e rancori e dissapori, conflitti mai risolti e rivalità, ma si riaccendono anche le amicizie e la storia tra Sabrina e Mao. Ci sarà un nuovo concerto, la piccola leggenda dei Pluto per un attimo riprenderà corpo e vita. C’è qualche difetto di costruzione in questo film. Il motore narrativo – il paraplegico che dà lo start alla reunion – è assai debole e pretestuoso, la raffigurazione della vita di lui, Leonardo (Corrado Fortuna, attore di Virzì senior) con il segretario-assistente-badante (un sorprendente Frank Hi Nrg Mc, sorprendente per il tono sommesso e la misura), con la madre ricca sempre pronta a staccare assegni (ritorno di Catherine Spaak), sa di artificioso (quella villa improbabile, quella servitù, cose che si vedono solo nei film). Si fa fatica a capire come quei quattro scalcinatissimi ex ragazzi di provincia, con così scarsa consapevolezza di sè, abbiano potuto dare vita a una rockband che per qualcuno è diventata di culto. Orbene, ci si diverte parecchio a seguire le vicissitudini dei nostri, passate e presenti, certi passaggi sono assai godibili (il povero Loris e la povera moglie sua costretti a ospitare il resto della band, le cialtronaggini continue di Mao, il concerto nella fabrica occupata davanti agli operai inferociti che non apprezzano), ma facciamo fatica a pensare che gente così sia stata in grado di salire su un palco e accendere degli entusiasmi. Forse il solo Mao è abbastanza attendibile, forse. Lo scarto tra i loro personaggi pubblici e il loro piccolissimo privato è troppo ampio e rischia di destabilizzare tutto il film. Classici difetti di sceneggiatura e costruzione narrativa di molti film italiani, che riescono magari bene nella descrizione di caratteri e singole, circoscritte situazioni, ma che mancano nella messa a punto del racconto generale, dell’architettura. Però il film è vispo, si fa seguire senza un momento di noia. Anche se assomiglia un po’ al cinema di Virzì senior, è abbastanza originale, racconta una storia non solita per il nostro cinema. Non mi viene in mente nessun film su una rockband italiana, mi pare sia la prima volta. Questo I più grandi di tutti non sarà Almost famous o The Commitments, ma si lascia vedere, eccome. Carlo Virzì si scrolla di dosso il marchio di fratello minore e si ritaglia un suo posto nel nostro cinema. Non è mica poco. Ottimi tutti gli attori, davvero, che non sembrano nemmeno attori. Claudia Pandolfi è Sabrina, Alessandro Roja (visto anche in Magnifica presenza) è Loris, Dario Kappa Capanera – musicista di Vasco – è Rino l’operaio. Trionfo di Marco Cocci, fantastico come rockstar de’ noantri, e non si capisce perché il nostro cinema finora l’abbia abbastanza trascurato. Anche qui (come in Biancaneve di Tarsem Singh) non alzatevi dalle poltrone prima dei titoli di coda. Ci sono Vasco, Baustelle e altri in partecipazione speciale.

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