Recensione. I COLORI DELLA PASSIONE: entrare in una tela di Brueghel (sì, ma questo è cinema?)

La salita al Calvario, di Peter Brueghel il Vecchio, 1564 (conservato a Vienna).

il film 'I colori della Passione'

Ieri sera, venerdì santo, mi sono visto questo strano oggetto cinematografico (anche penitenziale) che si chiama I colori della Passione. Un regista polacco entra in un quadro di Brueghel, La salita al Calvario, gli dà vita, racconta la storia del Cristo con la croce che sta al centro della tela, e dei cento personaggi fiamminghi che gli ruotano intorno. Cinema-Arte. Un esperimento stravagante, una sfida abbastanza folle e dunque interessante. Anche pretenziosa e fastidiosa. In certi momenti l’effetto è quello di una pedante lezione liceale, in certi altri (l’inizio, ad esempio) si resta folgorati dalla potenza delle immagini. Comunque lo si guardi, un altro cinema.

Charlotte Rampling è Maria

I colori della Passione (The Mill and the Cross), di Lech Majewski. Con Rutger Hauer, Michael York, Charlotte Rampling, Joanna Litwin, Oskar Huliczka. Nei cinema dal 30 marzo.

Rutger Hauer è Brueghel

Vedersi il venerdì santo un film sulla salita al Calvario, la crocifissione, la morte di Cristo tra il dolore della Madre Maria e dei suoi pochi devoti. Mi è capitato quest’anno, questo venerdì santo – il giorno 6 aprile dell’anno del signore 2012 – con I colori della Passione, strano film, inclassificabile oggetto cinematografico le cui anomalie sono tali da farne qualcosa di unico (il che non vuol dire immediatamente importante, interessante, prezioso). In questa coproduzione tra Polonia e Svezia di un paio di anni fa, il regista polacco Lech Majewski – uno con alle spalle una lunga carriera anche come artista e performer – (ri)mette in scena una tela famosa di Peter Brueghel il Vecchio, La salita al Calvario del 1564, conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna. La rimette in scena perché la ricrea esattamente, con lo sfondo di prati e monti, il brulicare dei personaggi, il mulino issato sulla roccia, la città sulle colline, i soldati, i contadini, i mendicanti, e il Cristo, che sta al centro della tela, trascinando la croce, anche se pare personaggio tra i tanti e nemmeno il più importante, come ad allontanare da sè lo sguardo degli altri, e invece in primo piano, dolente, sulla destra, a catturare gli sguardi degli osservatori (di chi sta dentro il quadro e di chi da fuori il quadro lo guarda) la Madonna afflitta. Ora, questo impressionante quadro di vita fiamminga, perché tutto è nello stile del tempo in cui Brueghel visse e dipinse – i costumi, il paesaggio, gli attrezzi, le armi, le divise, le macchinerie – rappresenta (anche) qualcosa accaduto quasi milleseicento anni prima, come se il pittore fosse ricorso a una macchina del tempo. Majewski il quadro ce lo ricostruisce fedelmente, con gli sfondi riprodotti in digitale suppongo (o sono fondali dipinti alla maniera di una volta?), e i personaggi che si animano in carne ed ossa sotto i nostri occhi. Questo, che è l’inizio del film, ha sullo spettatore un impatto fortissimo, animare un quadro ha un che di magico, di un tabù infranto, di una soglia oltrepassata, di passaggio in un mondo altro e parallelo, l’effetto è su di noi assolutamente potente, come di un avvenuto sortilegio. Ci cattura, quella scena, e non possiamo staccare gli occhi. Ma il film lì non può finire, anzì lì soltanto comincia, e bisognerà pure, oltre quella mirabile trovata, costruire un racconto, trasformare questa operazione di cinema-che-imita-l’arte, in una narrazione. Incomincia la scommessa del film, che, sempre attenendosi ai personaggi e agli ambienti dipinti o lasciati intuire da Brueghel nella sua tela, ci mostra man mano Brueghel stesso intento a preparare e concepire l’opera, ci mostra soprattutto la popolazione delle sue Fiandre sotto il tallone di ferro degli occupanti spagnoli e dei loro sgherri che frustano, tormentano, torturano, uccidono nei modi più crudeli i ribelli, o semplicemente i seguaci del riformatore Erasmo da Rotterdam, considerati eretici dai cattolicissimi spagnoli e dunque da eliminare con ogni mezzo. Quella del pover’uomo legato alla ruota e issato in cima in palo e lasciato in balia dei corvi (che incominciano a pasteggiare dagli occhi) è qualcosa che non si dimentica, forse il punto espressivo più alto raggiunto dal film. Assistiamo a tranche di vita familiare di Brueghel, ad altre di vita del villaggio e dei signori locali, finché il focus del film si sposta definitivamente sulla storia dell’uomo che sale il calvario, con la corona di spine conficcata tra i capelli, scortato dai soldati occupanti in minacciosa divisa rossa, fustigato e infine issato sulla croce. Vita e Morte di Cristo o Imitazione di Cristo? Le due dimensioni si sovrappongono e confondono. Brueghel racconta una nuova Passione ambientata ai tempi suoi e nella sua Fiandra sofferente e schiava, in cui la vittima sacrificale che finisce sulla Croce è (così ci viene spiegato in voice-over) un Riformatore, un uomo condanato a morte per eresia. Interpretazione suggerita, immagino, dal libro cui questo film è ispirato, Il mulino e la Croce di Michael Francis Gibson (e Il mulino e la Croce è anche il titolo originale del film, come tale distribuito in tutto il mondo, con scarsi esiti al box office bisogna dire, dopo la presentazione al Sundance Festival nel gennaio del 2011). Sicchè ci troviamo di fronto al paradosso di un regista polacco della cattolicissima Polonia che ci ri-racconta la Passione con un Cristo incarnato da un Riformatore. Io, vedendolo ieri sera al cinema Palestrina di Milano, che è un cinema parrocchiale che conserva ancora il clima e il profumo dei vecchi cineforum di una volta, mi chiedevo che impatto avrà sulle platee di tanti altri e futuri cineforum parrocchiali cui sicuramente il film è destinato. Perché I colori della Passione, anzi Il mulino e la Croce, sembra fatto apposta per far rivivere quegli antichi e anche bellissimi dibattiti anni Sessanta-Settanta in cui ci si chiedeva e torturava a proposito di simbologie e metafore, e di solito erano Bergman, Fellini, Dreyer e Bresson gli oggetti del discorso, e comunque sempre si trattava di cinema tendente all’Arte e al Sublime, chè quello di genere era considerata basso, sconveniente, plebeo e indegno. Questo I colori della Passione, o se preferite Il mulino e la Croce, ha tutte le stimmate per far rivivere quell’epopea dei cineforum antichi. C’è la sacralità del tema, c’è l’Arte da cui il film discende e a cui dichiara il proprio debito, c’è il filosofeggiare e il sermoneggiare negli scarsissimi dialoghi o nei più frequenti voice-over su Vita, Morte e Dio: l’Uomo del Mulino, il gran manovratore di tutti quei marchingegni, ci è raccontato come simbolo di Dio stesso, colui che con un cenno può fermare o far ripartire il tempo (simboleggiato dalle pale del mulino, non so se mi spiego, ecco). Ora, se tutto questo rende il film qualcosa di inafferrabile, sicuramente inattuale, come un Ufo atterrato nei nostri cinema al popcorn dai lontani anni Sessanta che di certo cinema impegnato e irto di simbolismi fu l’età dell’oro, lo rende anche stranamente affascinante. Attenendosi rigorosamente alla sua sfida di partenza, Il mulino e la Croce ci mostra soprattuto e letteralmente tableaux vivants à la Brueghel, la parola è pressochè abolita tranne che nei rari casi di cui si diceva sopra, i silenzi sono molti e lunghi e servono a non distoglierci dalla contemplazioni delle immagini-arte, che, causa anche la lentezza con cui si susseguono, hanno su di noi un effetto ipnotico. Alla fine, non mi è granchè piaciuto questo film, che ha il limite di non riuscire davvero a raccontarci una storia, ad appassionarci, ma che resta intrappolato senza andare molto oltre nella sua pur geniale idea di partenza, quella di penetrare in un quadro e dargli vita. Idea, se vogliamo, neppure tanto nuova, già tentata da Pasolini (la crocifissione di Il Vangelo secondo Matteo o la scena finale del Decameron con la Mangano-Madonna che rifà Giotto) o da Kurosawa nell’episodio Van Gogh di Sogni, anche se qui radicalizzata. Bisogna riconoscere a Majewski il coraggio della sfida e la coerenza assoluta, fino al martirio, fino all’autolesionismo e all’autoflagellazione, quasi un Calvario filmico volutamente scelto e cercato. Questo film non è il capolavoro cui anche troppo esplicitamente e dunque fastidiosamente ambisce, spesso sprofonda nel ridicolo involontario (ahi, quei goffi girotondi finali fellineggianti, nel senso di Otto e mezzo) o rischia di ridursi a pedante lezioncina liceale sull’arte, o al compitino di un regista che vuol mostrarci di aver ben studiato, visto, appreso e frequentato, eppure azzecca qualche sequenza assoluta, di inaudita potenza, che potrebbero diventare con il tempo il seme di un altro cinema, di altri spericolati sperimentalismi (immaginate un film hollywoodiano che con la potenza di tutte le nuove e future tecnologie fa rivivere un quadro di Brueghel, immaginate un remake in 3D di questo film nelle mani dello Scorsese di Hugo Cabret o del James Cameron di Avatar). Il mulino e la Croce potrebbe anche diventare domani un film epocale, un film-passaggio, un film di riferimento, qualcosa che adesso, con il nostro sguardo ravvicinato, ancora non possiamo afferrare. In un film così gli attori con contano molto, se non per la loro capacità di inserirsi con il proprio corpo, con la faccia, nella complessa costruzione figurativa dell’insieme. Rutger Hauer (Brueghel), Charlotte Rampling (la Madonna) e un invecchiatissimo Michael York (un mercante fiammingo) ci riescono.

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