Per DIAZ incassi deludenti, nonostante la grancassa mediatica. Era già successo con Giordana. E allora?

Dunque, anche per Diaz si è ripetuto quanto successo per Romanzo di una strage. Enorme clamore mediatico intorno al film prima che uscisse, poi risultati tra il decoroso e il mediocre (con tendenza verso il secondo) al box office. Ne avevo già scritto dopo che il film di Giordana alla fine del primo weekend di programmazione si era ritrovata in cassa poco più di 500mila euro, davvero pochi rispetto alle attese, e anche alle 25o copie distribuite. Osservavo che in tutta evidenza il pubblico per un certo cinema chiamiamolo di neoimpegno civile e politicamente molto connotato non è sterminato, può essere una solida nicchia di mercato però decisamente minoritaria, molto minoritaria. Il copione si è ripetuto quasi inalterato anche per Diaz – Don’t clean up this blood di Daniele Vicari, il film (occorre ricordarlo?) che ricostruisce l’irruzione della polizia alla scuola Diaz durante i fatti di Genova del G8 e i successivi interrogatori e pestaggi alla caserma di Bolzaneto. Le cifre arrivate stamattina dal box office anche in questo caso sono una delusione per chi aveva attese trionfalistiche, fose ancora più deludenti che per il film di Giordana perché la grancassa mediatica è stata maggiore. Gli euro incassati nel primo weekend di programmazione (il film è uscito lo scorso venerdì 13) sono 666.020, per 240 copie distribuite, la media in sala è un po’ più alta rispetto a quella ottenuta da Romanzo di una strage, ma non si può che ripetere le stesse considerazioni fatte allora. Il boato mediatico che ha preceduto e accompagnato l’uscita delle sale non è servito quasi a niente. Parlo di boato, perché – oltre alle solite paginate sui quotidiani nazionali, specie su Repubblica, oltre alle ospitate e citazioni di vario genere nei salotti buoni della tv – si è assistito a una martellante, davvero impressionante catena di interventi a favore del film su Twitter e Facebook (soprattutto su Twitter) come non mi era mai capitato di vedere. Un tam tam incominciato settimane fa, anzi già da quando in febbraio il film di Daniele Vicari al Festival di Berlino aveva vinto il secondo premio del pubblico nella sezione Panorama (e io, che ero lì, di fronte al trionfalismo dilagante sulla nostra stampa avevo cercato di ricordare che non si trattava di un premio ufficiale, ma collaterale: inutile). Più ci si avvicinava alla data di uscita, più Twitter si gonfiava di interventi tipo “è un dovere e un diritto civile andare a vedere Diaz”, “Chi ricorda non dimentichi. Chi non sa impari. Chiunque, secondo me, deve vedere #Diaz”, e dopo: “Ieri ho visto #Diaz. Un film di forte impatto emotivo, crudo e violento come la realtà di 11 anni fa. Un film che doveva essere fatto.”. Gli altri li potete controllare direttamente all’ashtag #Diaz. I toni sono quelli indignati, accorati, incazzati di una campagna politica. Diaz non è più un film più o meno interessante, più o meno riuscito, ma un manifesto, una bandiera ideologica, anche la cartina di tornasole in grado di rivelare e distinguere i buoni (chi applaude) dai cattivi reazionari se non peggio (chi osa esprimere riserve sul film). Toni da crociata che però non hanno pagato al botteghino. Considerazioni finali. 1) il pubblico per un certo cinema engagé si assottiglia sempre più e tende a concentrarsi in una fascia urbana di età sopra i 50 anni, cui si aggiunge qualche frangia giovane politicamente molto connotata. 2) I dibattiti su stampa e tv, le pagine e le ore di discussione, sono ininfluenti sull’esito di un film e non spingono il pubblico nelle sale. 3) Nemmeno i tanto strombazzati e sovrastimati social media sono in grado, almeno in Italia, di inflenzare le scelte degli spettatori. Così fosse, con tutta quella campagna martellante su Twitter Diaz avrebbe dovuto ottenere cifre astronomiche che neanche Titanic, invece così non è stato.

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