Recensione. UNA SPIA NON BASTA, un micidiale miscuglio di spy-story e romantic comedy

I due amici-rivali Tom Hardy (a sin.) e Chris Pine.

Avranno pensato che incrociando l’action spionistico, genere maschile per eccellenza, con la commedia di sentimenti adorata dal pubblico femminile, avrebbero cuccato spettatrici e spettatori. Invece no, nonostante il marketing non funziona niente in questo film dove due agenti della Cia si innamorano della stessa ragazza (e lei di entrambi, forse). Anche pesante, perché il regista ha la mano per l’action ma non quella per la commedia. Al disastro danno un bel contributo Reese Witherspoon e Chris Pine, tra gli attori più antipatici in circolazione. Peccato per il restante lato del triangolo, Tom Hardy, il formidabile attore di Bronson, che però da solo non ce la fa a salvare il film.

Reese Witherspoon e Chris Pine

Una spia non basta (This Means War), regia di McG. Con Reese Witherspoon, Chris Pine, Tom Hardy, Chelsea Handler, Angela Bassett.

Qualche genio di un qualche ufficio marketing di una qualche compagnia di produzione deve aver pensato bene che per per massimizzare l’affluenza al cinema e mettere d’accordo spettatori maschi e femmine bastasse miscelare i due generi di film rispettivamente più graditi oggi a lui e a lei, lo spy-action e la romantic comedy. E oplà, ecco questa commedia (commedia?) giallo-rosa, come si diceva ai tempi di Cary Grant-Audrey Hepburn-Stanley Donen e oggi non si dice più. Naturalmente, non funziona. Difficile che funzionino operazioni pensate a freddo come queste, che sanno di laboratorio non appena scorre il primo fotogramma e dove dietro a ogni scena, dialogo, comparsa dei personaggi, intravedi il bilancino usato dagli sceneggiatori: qui non esageriamo in spari e pugni sennò le signore sbuffano, qui stoppiamo le smancerie sennò lui scappa dal cinema, e avanti così. Ha uno sgradevole odore chimico, Una spia non basta (meglio il titolo originale: Questo vuol dire guerra), ti si attacca subito addosso e non ti molla più. Dunque, si diceva, l’ideona è quella di inzuppare il genere spionistico ultima-penultima maniera, Bourne e Mission: Impossible 4 soprattutto, nelle svenevolezze del ti-amo-forse-no-però-chissà. Un disastro. Si incomincia alla maniera di MI4, con due ragazzotti agenti della Cia un filo troppo testosteronici che esagerano in un’azione a Hong Kong (la spy-story di nuova generazione ci porta molto in giro per il mondo, fate il conto delle location dei vari Bourne e 007 e Mission ecc. e vi verranno le vertigini) e lasciano sul campo qualche morto più del previsto e consentito, d’altra parte so’ ragazzi signora mia e se si ritrovano un bel mitragliatore tra le mani si divertono un sacco e vanno fuori controllo. Così la capa all’Agency, che è un’Angela Bassett donna in carriera di quelle toste tostissime con tailleur regolamentare e non un frillo, li toglie dal giro grosso e li punisce consegnandoli in ufficio, scrivania contro scrivania. Figuratevi i due bulletti tutto il giorno a passar carte, nun ce la fanno, nun ce la possono fa’. Uno dei due, mollato dalla moglie e non si capisce perché (trattandosi di Tom Hardy, uno dei migliori attori giovani in circolazione, anche se qui sprecatissimo, e uno dei più cool e fighi), e con figlioletto da portare a spasso il giorno in cui gli tocca secondo decisione del giudice, si mette a cercare su un sito di incontri una ragazza, senza crederci troppo, però vuoi vedere? Intanto facciamo la conoscenza di una bionda  – che è Reese Witherspoon, l’attrice che detiene il record assoluto delle smorfie e faccette degli ultimi anni, cosa che al confronto Doris Day sembrava uscire da un austero Dreyer – che fa uno strano mestiere tipo testare i prodotti, e comunque molto, molto workaholic e senza uno straccio di boyfriend (lui l’ha mollata per un’altra, pensare che si era trasferita a Los Angeles per lui). Solo che non appena la vedi agitarsi sullo schermo, e non appena parte il lato rom-com di questo sciagurato Una spia non basta, ti sembra di entrare in un altro film, come se in un multiplex ti alzassi dalla poltrona e entrassi nella sala accanto, ecco, quello è l’effetto. Il resto del film non cambia questa impressione, e ti pare sempre di trovarti di fronte a due storie diverse che non riescono mai a incastrarsi, con il regista McG (pare lo chiamasse così mamma da piccolo, contrazione del cognome McGinty) che nelle scene d’azione se la cava un po’ ma frana inesorabilmente sul resto. Naturalmente avrete già capito che la ragazza intercettata da Tusk (Tom Hardy) in rete è proprio la tester di prodotti Lauren (Reese Witherspoon). Fissano un appuntamento, e l’amico-collega di lui (Chris Pine, insopportabile) decide di non lasciarlo da solo in una simile complicata missione, altro che quella di Hong Kong, e lo tiene d’occhio a distanza che non si sa mai. Avete già capito, no?, come si metterà la faccenda. Che lei finisce col conoscerli tutti e due, prima Tusk poi Franklin, e con il perdere la testa equanimemente e democraticamente per l’uno e per l’altro. Quanto ai due maschi, ovvio che sono entrambi pazzi della bionda. Bel casino. Tusk contro Franklin per la conquista della femmina, solo che, essendo amici, fissano un gentlemen agreement che vieta il ricorso a colpi bassi a danno dell’altro e stabilisce che sia lei a decidere (omaggio dei due maschi alfa però politicamente corretti alla donna e al principio dell’autodeterminazione femminile). Si va avanti per un po’, con dispettucci dell’uno verso l’altro, altro che patto tra gentiluomini, e il peggio è quando si tiene d’occhio le mosse del rivale, anche le più private e intime, con i più sofisticati congegni messi a disposizione dalla notevole tecnologia spionistica Cia. È il lato più sgradevole di questo già brutto film, evocando e materializzando quell’ossessione e paranoia che tutti oscuramente proviamo di essere scrutati, seguiti, controllati da un qualche minaccioso potere, che poi, anche se sappiamo che nessuno ci spia e ci ha voglia di farlo, ci sgomenta comunque lo stesso sapere che qualcuno, con la tecnologia oggi disponibile, lo possa fare davvero. Ecco, quelle scene in cui Franklin, che dei due è il più stronzo, si guarda in video l’amico Tusk che si infila tra le lenzuola di Lauren fanno venire i brividi, davvero, e non solo per il voyeurismo, e non si capisce come mai gli sceneggiatori che, essendo hollywoodiani si suppone abbastanza scafati, siano potuti incorrere in un simile infortunio. Non ci vuol molto a capire, anche da scene come quelle, che Una spia non basta, più che un romance, è un bromance, dove a fare da asse narrativo è il legame lui-lui, mica omosessuale, per carità, solo di reciproca stima e solidarietà virile, ecco. Tusk e Franklin continuerebbero ad andare d’accordissimo se non si fosse intrufolata lei, l’impicciona, che rischia di rovinare quel perfetto cameratismo così maschio. Il film cerca qua e là di andare oltre la più piatta convenzione e per un po’ ci lascia credere che possa essere possibile un triangolo alla Jules e Jim, dove tutto allegramente si tiene senza conflitti, e lui e lui amano lei, e lei li ama tutti e due e tutti vissero felici e d’accordo. Si sfiora, per i codici che a Hollywood governano e regolano ancora le produzioni mainstream (oggi un film deve fare i conti anche con le possibili reazioni in Pakistan o in Indonesia, mica solo negli Stati Uniti o in Europa), la perversione e il sovvertimento: quando si adombra il triangolo, e quando la ragazza, incerta tra i due, decide di testarli entrambi, come fa con i suoi beni di consumo, portandoseli a letto (mica insieme, tranquilli: in momenti diversi). Solo che per arrivare a questa decisione da parte di Reese Witherspoon gli sceneggiatori mettono le mani avanti in mille modi, ci aduggiano con spieghe inspportabili, tutto per giustificarla e non farla sembrare troppo zoccola agli occhi delle platee più puritane (mi riferisco alle scene lunghissime e tremende con l’amica). Estenuante, ed è un’ulteriore zeppa a intralciare un film che non riesce a marciare spedito non appena il regista abbandona le scene d’azione per inoltrarsi in quelle romantiche, molto più insidiose e a lui molto meno congeniali. Comunque ogni pur vaga perversione alla fine rientra, non si preoccupino gli spettatori di Pakistan e Indonesia. A rendere ancora più indigesto questo intruglio contribuiscono purtroppo anche Reese Witherspoon e Chris Pine, due dei più antipatici attori in circolazione, che si sforzano di sembrare amabili ma proprio non ce la fanno, non possono farcela, si vede che è contro il loro dna. Peccato che nel disastro resti coinvolto Tom Hardy, cioè l’attore immenso di quell’immenso film che è Bronson di Refn, non so se mi spiego, e che il suo segno d’attore in forte ascesa l’ha lasciato anche in altri due film di questo ultimo anno, La talpa e Warrior. Qui viene buttato allo sbaraglio, con una parte impossibile, forse già di suo non è molto adatto alla commedia, chissà, però di sicuro gli autori non gli facilitano le cose. Resta però l’unico da salvare in questo Una spia non basta, e speriamo riprenda al più presto la sua corsa.

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