Recensione. THE AVENGERS: la reunion dei super-eroi salvamondo funziona

Ci sono (quasi) tutti i super eroi Marvel, da The Iron Man a Thor e Captain America. Tutti chiamati a combattere l’attacco mosso alla Terra del perfido Loki con il suo esercito di mostri. Il pericolo era che si pestassero i piedi, che ci fosse un pigia-pigia insopportabile di superpoteri, supermuscoli e quant’altro. Invece il regista e anche sceneggiatore Jess Whedon dirige con sagacia il traffico dei ragazzoni (più la signora Vedova Nera) e porta brillantemente a termine la complicata missione. Sì, la prima parte, con tutti quegli eroi da presentare e spiegare allo spettatore, è macchinosa. Poi però il film parte e decolla, fino alla gran battaglia finale tra i grattacieli di Manhattan (ogni allusione all’11 settembre è voluta).
The Avengers, regia di Joss Whedon. Sceneggiatura di Joss Whedon, Zak Penn. Attori: Robert Downey Jr., Mark Ruffalo, Chris Evans, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, Jeremy Renner, Samuel L. Jackson, Clark Gregg, Tom Hiddleston, Stellan Skarsgård, Gwyneth Paltrow, Paul Bettany, Lou Ferrigno, Jenny Agutter, Walter Perez, Rashmi Rustagi.
Si potevano nutrire parecchie perplessità sull’idea di riunire un bel pugno di super eroi Marvel e di farli interagire e combattere insieme. Una di quelle idee furbe, troppo furbe, che poi mostrano la corda e si rivelano incapaci di generare e garantire davvero una narrazione di un qualche interesse. Con l’ulteriore rischio che gli sceneggiatori si adagino sull’idea e non vadano oltre la gestione pigra. Invece no. Pur non facendo urlare al capodopera, The Avengers funziona, svolge onestamente e efficientemente il suo lavoro, che è quello di montare uno spettacolone a uso delle masse globali, lasciando balenare qua e là qualche lampo di ironia e di intelligenza, perfino qualche allusione alle demoniache tentazioni totalitarie che sempre allignano sulla e oltre la Terra. Ha il merito, anche, di utilizzare al meglio tutte le nuove tecnologie, compreso quella nuova-ma-vecchia del 3D. C’è energia in ogni scena, tutto è smagliante, lucidato, accuratamente confezionato, senza sciatteria, senza tirare mai via. I set sono notevoli (soprattutto quello della centrale energetica che ricorda certi sinistri antri di Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl e i sotterranei di Metropolis di Fritz Lang, che più passa il tempo e più si rivela opera seminale senza cui molto cinema non sarebbe esistito, esisterebbe, esisterà), gli effetti speciali stanno alla pari di quelli – strabilianti – di Avatar,  sono usati con intelligenza, messi al servizio dell’azione e della narrazione, e non viceversa, e non stritolano mai i personaggi, come spesso invece capita. Il 3D finalmente utilizzato bene (come in Hugo di Scorsese) e con un certo acume, non ti capita di scorgere, se muovi la testa, quei tre-quattro piani separati e malamente sovrapposti. Se i segni positivi in questo film sono parecchi, non mancano i segni meno. I super eroi tirati in ballo sono francamente troppi: trattasi (e spero di ricordarmeli tutti) di Iron Man, Captain America, Thor, Hulk, la Vedova Nera, più l’arciere Clint Barton/Occhio di falco (ma è arruolabile tra i super eroi? Ai filologi della tavole Marvel la risposta, io non lo sono). Il villain della situazione è Loki, il fratello degenere, che poi si scoprirà non essere neanche dello stesso sangue, del semidivino e bonaccione Thor. Loki è un tipaccio sul ghignante mefistofelico e pure un po’ serpentesco e sessualmente ambiguo, che vuole diventare il padrone della Terra e instaurarvi un regime totalitario basato sul culto della (sua) personalità, perché a suo dire gli uomini non vedono l’ora di farsi branco e obbedire agli ordini di qualcuno, e per riuscire nell’impresa prepara un esercito di spietati mostri e, soprattutto, si impossessa di una fonte di energia potentissima messa a punto dagli umani e collocata in una centrale superprotetta. A questo punto vengono richiamati in servizio tutti i super eroi perché insieme possano fronteggiare quella minaccia venuta da un’altra galassia. Non va mica così liscia, soprattutto all’inizio. Ogni super eroe è una primadonna, ha le sue fisime e abitudini, i suoi narcisisimi. Mica facile mettersi sullo stesso piano degli altri quando si è sempre stati l’incontrastato numero uno. Sicchè son sciabolate, soprattutto tra il linguacciuto Iron Man, il miliardario dandy inventore di corazze-armi, e il candido e un po’ giuggiolone Captain America che, essendo rimasto ibernato per 70 anni, è ancorato a un’America sana e di buoni valori che profuma di sapone da bucato, America che non esiste più, e dunque fatica un attimo ad adattarsi ai cinismi e ai veleni e alle malizie della nuova. Thor con il suo martellone attirafulmini e i muscoloni è una pasta d’uomo, cerca prima di convincere il fratellastro a finirla con i suoi propositi di conquista poi, resosi conto che non ce n’è, lo combatte. Il problema è che nella prima parte del film ogni super eroe va presentato, ha bisogno della sua bella passerella per essere mostrato al pubblico, in più bisogna fare il riassunto delle sue puntate precedenti (imprese, missioni fallite ecc.) a uso di quelli che – come me – non sono dei devoti ossessivi dei fumetti Marvel e mica conoscono la rava e la fava. Vuol dire che interminabili minuti vanno persi dietro a ogni personaggio, e le spieghe non finiscono mai, e a un certo punto vien voglia di urlare smettetela, e cominciate  a menare le mani per favore. Perché, incredibie, questo filmone tutto effetti speciali e action, è anche parlatissimo, il che è anche un bene, perché lo sottrae alla meccanicità del giocattolone e basta, però delle volte esagera e non si contiene. Quando poi c’è di mezzo Iron Man, che poi è Robert Downey Jr., le battute si scaricano a raffica sullo spettatore, e sui malcapitati altri personaggi intorno a lui. Robert Downey è di un tale istrionismo che fa il vuoto, ruba la scena e non ce n’è più per nessuno. Una volta bypassate le estenuanti schede identificative dei nostri, finalmente si arriva al mena-mena, che è quello che ci si aspetta. Dopo varie vicissitudine ecco la gran battaglia finale di New York che dura almeno una mezz’ora ed è girata con una sapienza tecnica e narrativa davvero notevoli. È la parte migliore, ogni super eroe tira fuori la sua specialità e dà il meglio per frenare l’invasione dei mostri agli ordine del perfido fratellastro di Thor. Mentre infuriano gli scontri sopra, sotto e sui grattacieli (con l’Empire State Buiding che avrà il suo momento di gloria), non si può non pensare alla Manhattan dell’11 settembre, e certe sequenze sembrano ricalcate sulle immagini celebri di quel giorno, come la gente che scappa urlando inseguita dalla nuvola nera. Sì, questo The Avengers si inserisce nella lunghissima lista di film e opere varie che, esplicitamente o sotterraneamente, hanno elaborato e continuano a elaborare il lutto legato a quel giorno. Citato massiccamente e consapevolemente anche Cloverfield (un bellissimo catastrofico realizzato qualche anno fa secondo lo stile del found footage, insomma del finto documentario alla The Blair Witch Project) e l’immancabili King Kong. In qualche passaggio The Avengers lascia intravedere quel film superiore che sarebbe potuto essere ma non è riuscito a diventare, un colossale spettacolo però con una visione registica forte, un’idea precisa di stile, con la capacità di andare oltre il già visto e esplorare nuove visioni e percezioni, quello che insomma sono stati pur se in modi diversi Inception, Avatar, a suo tempo Alien di Ridley Scott, i Batman di Tim Burton e Christopher Nolan. Invece, questo pur degnissimo The Avengers resta nel recinto delle certezze consolidate, evita il banale ma nemmeno si mette in gioco. C’è qualche scompenso nella gestione drammaturgica dei vari co-protagonisti. Anche se lo sceneggiatore (che coincide con il regista: Joss Whedon) è stato attentissimo nel calibrare le loro presenze, finisce che The Iron Man, Captain America e Thor balzano in primo piano, mentre la Vedova Nera (unica eroica presenza femminile), Occhio di falco e Hulk vengono relegati più indietro. Con tanti personaggi forti il rischio era che si elidessero, non è andata così, però c’è chi ci ha più guadagnato e chi meno. Cast impressionante: i nomi li trovate ad apertura di questo pezzo. Robert Downey Jr. se li divora tutti, però anche Mark Ruffalo come mite dottor Banner che poi si trasforma nell’incazzato Hulk si ritaglia le sue belle scene, e stiamo a vedere se con lui Hulk, che finora non ha mai funzionato al cinema (i due film, il primo con Eric Bana e il secondo con Edward Norton, hanno floppato), finalmente decollerà. Scarlett Johansson tiene bravamente testa a tutti quei testosteronici ragazzoni, ma non ha un gran spazio, ed è forse la più sacrificata. Jeremy Renner, tra gli attori più bravi in circolazione, si fa notare parecchio anche se il suo arciere resta collaterale. Cameo di gran culto di Jerzy Skolimowski, il regista polacco-inglese di La ragazza del bagno pubblico, L’urlo, Essential Killing, quale agente russo che tortura la povera Scarlett. Alla fine compare, sornione, Stan Lee, il novantenne papà degli eroi Marvel, ed è un sigillo non convenzionale al film.

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