Recensione. MATERNITY BLUES, una tragedia raccontata nei modi piatti e banali di una fiction tv

Andrea Osvart è Clara

Uno dei film più brutti e imbarazzanti degli ultimi tempi. Un tema potente, come quello della madri che uccidono i propri figli, ridotto a bla-bla psicologistico, raccontato e messo in scena senza una visione che sia in grado di restituire il buio, l’abisso di quelle vite. A peggiorare il tutto, dialoghi e recitazione da anonima serialità televisiva.

Quattro donne che hanno ucciso i loro figli, rinchiuse in un ospedale-carcere psichiatrico. Da sinistra: Monica Birladeanu è Eloisa; Chiara Martegiani è Rina; Andrea Osvart è Clara; Marina Pennafina è Vincenza.

Maternity Blues, regia di Fabrizio Cattani. Con Andrea Osvart, Marina Pennafina, Monica Birladeanu, Chiara Martegiani, Daniele Pecci, Lia Tanzi.

Monica Birladeanu/Eloisa

Poi uno diventa cinico. Poi uno scappa dai film italiani. Perché, cos’altro si può fare dopo questo Maternity Blues? Un film che si misura con qualcosa di terribile, abissale, quasi irrappresentabile e quasi impossibile da raccontare, qualcosa che è carne, sangue, lacerazione, follia, delirio, buio assoluto, e lo fa nei modi anonimi e anodini di una qualsiasi fiction del lunedì sera di Rai Uno? Signori, qui si parla di madri che hanno ucciso i propri figli, e di fronte a questo qualsiasi autore di buon senso dovrebbe respirare forte, pensarci bene prima di buttarsi nell’impresa, e chiedersi come faccio, cosa faccio. Non conosco Fabrizio Cattani, che di sicuro è stato animato dalle migliori intenzioni nel realizzare Maternity Blues, di sicuro avrà pensato che penetrare in un tabù come il figlicidio e cercare di restituirlo in forma di narrazione cinematografica fosse di per sè opera meritoria. Invece no, purtroppo. Ci vogliono una visione, uno stile, ci vuole la consapevolezza di quello a cui si va incontro, ci vuole la capacità di trovare un modo di raccontare che sia adeguato al cosa, a quella cosa indicibile. Qui invece si mettono in scena quattro donne di diversa età, che si ritrovano in un posto che è un po’ prigione, un po’ quello che una volta si diceva manicomio criminale, un po’ struttura di recupero, con la piattezza con cui si raccontano le vite famose e non famose nella serialità breve televisiva italiana. Le quattro, pur accomunate dalla stessa colpa, sono diverse per carattere e per come affrontano o non affrontano quel buco nero nella loro vita. C’è quella che cerca di dimenticare, quella che neanche per un momento dimentica, quella che fa la dura e tosta, quella che si affida a Dio per quanto può. Sullo sfondo altre detenute per altre reati, e lo staff, che vuol dire abbondante presenza di psicologi. La terapia di gruppo è parte centrale nel suddetto progetto di recupero (da che cosa poi?), riflettendo quella che è oggi la cultura o subcultura dominante rispetto a ogni tipo di devianza e infrazione, la medicalizzazione-psicologizzazione. Il capo dell’ospedale-carcere è pure lui psicologo, di modo che siamo oppressi nel corso dl film da una quantità insostenibile di parole e spieghe inconcludenti sulle madri che uccidono, alla maniera di un qualsiasi talk show, di un qualsiasi mediocre pezzo di un qualsiasi settimanale. Ma la miseria della psicologia oggi è sotto gli occhi di tutti, non riesce a dirci nulla né tantomeno a sondare gli abissi dell’anima. Un tempo c’erano i grandi tragici che raccontavano queste storie, un tempo c’erano i confessori che le raccoglievano, e c’erano gli esorcisti che si misuravano con il Male dentro i corpi e le menti. Oggi, nella nostra era nichilista che ha perso non solo il senso del sacro ma anche quello del tragico, ci sono gli psicologi che tutto appiattiscono e riducono a poltiglia. Maternity Blues riflette esemplarmente questa pochezza culturale, questa inadeguatezza, questa banalizzazione. Non bastasse, la confezione è scolastica e senza un guizzo, il livello della recitazione è paurosamente basso (tranno un paio di attrici con alle spalle un buon curriculum che se la cavano). I dialoghi sono innaturali e spesso ridicolmente sentenziosi. Non c’è un’invenzione visiva, in compenso veniamo aduggiati con simbolismi grevi e ripetuti (quello dell’acqua ad esempio). Neanche si ha il coraggio di raccontarci chiaramente i delitti, solo di un paio di casi ci viene fatto capire cosa e come è successo, altrimenti si glissa, si sta sul vago, si omette, preferendo concentrarsi ahinoi sulle devastazioni psicologiche successive e sul processo di recupero. Lo so che questo è molto politicamente corretto perché anche i peggio assassini hanno il diritto di parlare ed essere ascoltati, e hanno diritto a una chance e anche più di una di recupero, ma a noi spettatori importano i fatti, i drammi, le passioni, mica le prediche e le conversioni a mani giunte. Questo è uno dei film più brutti degli ultimi mesi, e riesce a battere in bruttezza un altro film su un tema analogo, Quando la notte di Cristina Comencini, che pure era un disastro. Tra le tante scene inguardabili, la peggio è quando Eloisa, una delle quattro figlicide, canta la canzone che aveva composto per il bambino. Una vetta di trash involontario e difficilmente uguagliabile, da sghignazzarci senza ritegno se non fosse per la tragedia del tema toccato. Come dice la mia amica E., ogni tanto, nei conflitti e nelle liti tra donne, sembra di rivedere in Maternity Blues il vecchissimo Nella città l’inferno di Renato Castellani, vite devastate di donne rinchiuse a Roma alle Mantellate. Solo che là c’erano Anna Magnani e Giulietta Masina, qui no. C’è un momento in cui il film sembra, se non svoltare, almeno lasciarci intuire quello che sarebbe potuto essere, ed è l’aggressione feroce a Eloisa di due altre detenute. Davvero si sente, in quel momento, l’eco non solo di Dentro la città l’inferno ma di altri, anche pià turbolenti, women-in-prison movies. Maternity Blues sarebbe potuto essere un melodramma, coraggiosamente scatenato nell’affrontare il suo impossibile tema, avrebbe potuto (e dovuto) restituirci l’urlo, il dolore, il buio. Non è così.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, film, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.