Quel che resta di JOHNNY DEPP: decadenza (fisica e artistica) di una star

Johnny Depp in The Rum Diary

Sempre da The Rum Diary

Ma cosa sta succedendo a Johnny Depp? Me lo ero già chiesto ai tempi di The Tourist, dove appariva sciatto, sciapo, imbolsito, inebetito, ingrassato, gonfio. Impresentabile. Inguardabile. La parodia e l’ombra dell’attore e della star che era stato. Mi si rispose: ma è il personaggio, no? Si è talmente calato nella parte dell’everyman da annullare ogni belluria fisica, ogni possibile appeal. Ribatto: c’è modo e modo di fare l’everyman, anche Cary Grant in Intrigo internazionale lo era, e non era conciato così, non era ridotto così. Già in Public Enemies di Michael Mann, Depp mi aveva impressionato per la totale sua assenza rispetto al film e al personaggio, per la sua catatonia, come se stesse percorrendo da sonnambulo il set. Penso che il fallimento di quell’ambizioso progetto di rilettura-revisione della già molto raccontata storia di Dillinger sia dovuto proprio a lui, incapace di dare il minimo fremito vitale al suo bandito. Ora, vedendolo in The Rum Diary – film di cui magari riparlerò più diffusamente, film scentrato, laido e anche imbarazzante, ma poi un po’ meno orrendo di come l’avevano dipinto le critiche americane – mi rifaccio la stessa domanda: cosa sta succedendo a Johnny Depp? La prima scena è spaventosa, lui in preda ad hangover ma di quelli duri, nudo e flaccido e gonfio, e gli occhi iniettati di sangue. Non è che l’inizio di molte, moltissime, troppe scene in cui il protagonista sballa, si strafà di rum, gin, whisky e varie droghe allora (1960) seminuove, di modo che Depp barcolla, stramazza, vomita, delira più e più volte. Dice: ma lui in The Rum Diary deve fare (rifare: già lo aveva impersonato in Paura e delirio a Las Vegas) quel giornalista alterato e dalla vita super accelerata e spericolata che è stato Hunter S. Thompson, mica può rappresentarlo come un sobrio puritano che fugge dal vizio. Dico io: però Johnny Depp fa impressione anche nelle scene in cui non dovrebbe essere ciucco tradito, pure lì si muove lento, a fatica, impacciato, e quando lo inquadrano da dietro è imbarazzante per come appare ingrossato. Non un bello spettacolo. Mi viene il sospetto a questo punto che da molti anni in qua scelga personaggi di sballatoni o gente sfasata e in imperfetta forma fisica per meglio mimetizzare la propria decadenza, lo sfascio, affinché ci possa depistare e farci credere che quel degrado non appartiene a lui ma al carattere che sta interpretando. In fondo, anche il suo Jack Sparrow dei Pirati (quante puntate sono ormai, quattro? cinque?) rientra nella galleria, avendolo lui genialmente, astutamente modellato su certe rockstar devastate da usi e abusi di ogni possibile sostanza. Lo stesso per l’imminente Dark Shadows (esce l’11 maggio) dove, sotto la regia dell’amico e complice Tim Burton, interpreta un altro outcast segnato nel fisico, un vampiro che si ridesta da due secoli di sonno tombale per ritrovarsi nell’America primi anni Settanta. Dai trailer vien fuori l’ennesimo Johnny Depp alterato: faccia biaccata (sì, certo, è un vampiro, però), movimenti da zombi, occhio non propriamente vispo e vigile. Ora, pensatela come volete, ma io mi sono fatto l’idea, magari sballata, che Depp non stia passando un gran momento, insomma che sia in preda a una decadenza fisica precoce e abbastanza impressionante, visto che non è mica decrepito, avendo 49 anni (il prossimo giugno), che oggi sono niente, non come un volta. Basta confrontarlo con il suo coetaneo Tom Cruise (50 anni tondi a luglio) per capire che non è un fatto di età. In Mission: Impossible 4 Cruise sbalordisce per quanto è tutto tirato a lucido e muscoloso e arrembante, anche troppo suvvia, un po’ più di relax e un po’ meno di ossessività non guasterebbero. Però ragazzi, confrontate ancora il torso nudo iniziale di Depp in The Rum Diary con quello di Cruise rockstar nel prossimo Rock of Ages, e sappiatemi dire. Sfascio, inequivocabile. Impietoso anche il confronto con un altro della sua generazione, Brad Pitt, che ha solo un anno e mezzo meno di lui ma sembrano venti. L’involuzione fisica si accompagna a quella di attore. Non è rimasto più niente del Johnny Depp tra anni Ottanta e Novanta che arrischiava progetti difficili e per niente mainstream, Edward mani di forbice o Ed Wood, adesso, nonostante l’apparente, solo apparente eccentricità, si è impigrito in ruoli che interpreta a occhi chiusi innestando il pilota automatico, senza il minimo sforzo o studio del personaggio. Ruoli che sembrano proiezioni della sua vita e che dunque non gli richiedono nessuna stasberghiana fatica di immedesimazione. I film ormai se li sceglie acconciandoseli addosso, come il golfone che prigramente ti metti quando ti alzi la mattina, rifuggendo da ogni sfida, scommessa, novità. In The Rum Diary interpreta per la seconda volta Hunter S. Thompson, lo scrittore con cui Depp sviluppò un’adorante amicizia che somiglia all’ossessione identificativa: gli stette accanto negli ultimi anni, addirittura si occupò del suo funerale e si incaricò della pubblicazione di The Rum Diary (il libro) rimasto fino ad allora inedito. Con Dark Shadows, da cui non c’è da aspettarsi granchè, siamo alla sua collaborazione numero otto con Tim Burton. Più che un sodalizio, un matrimonio tra due che si conoscono fin troppo bene e si gratificano e viziano a vicenda, e che continuano a ciabattare e a cucinare sempre la stessa minestra. Il che non fa bene né a Depp né a Burton. Allora, non sarebbe il caso per JD di uscire dal proprio universo privato, anche dalle proprie mitologie, dalle proprie amicizie, dalla stanza degli specchi, dal già conosciuto, non sarebbe il caso di essere finalmente un po’ meno autoindulgente e di aprire le finestre e far entrare un po’ d’aria? Non c’è traccia nei suoi anni recenti di carriera di un progetto non prevedibile. Anche in questo caso il confronto con Brad Pitt è impietoso, devastante. Brad, partito forse con meno talenti di attore di lui, è molto migliorato nel tempo lavorando parecchio e duramente su se stesso. Oggi è un ottimo interprete, soprattutto è uno che sceglie film anche complicati e per niente ovvii in cui mettersi in gioco. La lista delle produzioni di qualità vera cui ha partecipato negli ultimi anni è impressionante: Inglorious Basterds, il bellissimo Jesse James di Andrew Dominik, Moneyball, e quel capolavoro che è The Tree of Life. Adesso sta per andare a Cannes con il nuovo film di Dominik e lavorando con Steve McQueen, quello di Hunger e Shame, intorno a un nuovo progetto, Twelve Years as a Slave. Onore a Brad Pitt. Che Johnny Depp impari da lui.

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