DARK SHADOWS (recensione). Corrivo e confuso, conferma il declino di Tim Burton

No che non bastavano i vampiri di Twilight. Adesso ci si mette pure la collaudata coppia Tim Burton-Johnny Depp con questo film ispirato a una serie tv anni Sessanta-Settanta. Ma il film non si decide mai tra l’horror e la commediaccia camp, sballa il tono generale, si perde tra mille subplots, non ama i suoi personaggi e non ce li fa mai amare. Il risultato è imbarazzante per sguaiataggine, sgangheratezza, pigrizia inventiva. Voto 4.

Johnny Depp/Barnabas

Dark Shadows, regia di Tim Burton. Con Johnny  Depp, Eva Green, Jackie Earle Haley, Bella Heathcote, Michelle Pfeiffer, Helena Bonham Carter, Chloë Grace Moretz, Thomas McDonell, Gulliver McGrath, Jonny Lee Miller, Christopher Lee, Alice Cooper.

La famiglia Collins (al centro Michelle Pfeiffer)

Eva Green è Angie la strega

Confesso di non essere ormai da molto temo un estimatore di Tim Burton, e questo Dark Shadows non mi ha fatto cambiare idea, anzi. Mi pare che l’involuzione del suo autore, ormai intrappolato nei propri manierismi e narcisismi e pigrizie, quasi nell’autoparodia, abbia raggiunto un punto di non ritorno. Non bendispone che si tratti di una vampire story, come se ce ne fosse bisogno dopo la saga di Twilight e vari epigoni e declinazioni. Qui siamo al devoto omaggio di Burton, ma soprattutto del suo interprete feticcio Johnny Depp – la coppia è arrivata alla collaborazione numero otto, e i due sembrano simili a vecchi coniugi  ciabattanti  avviluppati nelle proprie buone e soprattutto cattive abitudini –, alla serie omonima che andò in onda sulla Abc tra il 1967 e il 1972, pressoché sconosciuta in Italia ma lì assai cultistica. Tutto ruota attorno al signore del castello Barnabas Collins che, sul finire del Settecento sulla costa Est del Nuovo Mondo, viene punito dalla strega Angélique di lui follemente innamorata ma non corrisposta, e la punizione sta nella sua trasformazione in povero vampiro (però nella mutazione il nostro ci guadagna l’eternità, e se vi sembra poco). Dopo un sonno tombale di una paio di secoli Barnabas viene ridestato dall’irrispettosa ruspa di un cantiere, e oplà rieccolo tornare alla vita (e subito fa fuori undici-operai-undici del suddetto cantiere scolandosi il loro sangue fino all’ultima stilla con l’ingordigia e la voluttà di chi ha dovuto subire una lunga astinenza). Solo che il signor Barnabas si ritrova nell’America del 1972 e dunque un po’ spaesato, comunque non ci mette molto a riguadagnare la strada del castello di famiglia rendendosi conto che i discendenti Collins sono degli spiantati un po’ patetici e anche antipatici, la proprietà è una rovina, la decadenza del blasone inarrestabile. Quel che segue è una storia confusa con plot e soprattutto subplots che si diramano sregolati in più parti, trascinando con sè una miriade di personaggi maggiori e collaterali, alcuni presi e presto abbandonati dagli autori. La matriarca dei nuovi Collins (Michelle Pfeiffer, sempre bellissima e anche se il prodigio sembra dovuto ad abili interventi, almeno non appare sconciata come molte sue coetanee). Sua figlia teeenager pessimamente già avviata sulla strada dello strafattismo (la deliziosa Chloë Grace Moretz di Hugo, qui rovinata da un ruolo insopportabile, e il cattivo utilizzo che di lei fa Tim Burton non è il minore degli orrori e delle colpe di questo film). Un bambino che vede il fantasma della mamma morta, e via così, in una galleria di figure e figurette che non si relazionano mai tra di loro, e mai definite veramente. Ad esempio: la bambinaia che sarebbe la reincarnazione di Josette non la si vede mai, nemmeno per un secondo, fare il suo mestiere con il ragazzetto David. Il ramo principale della vicenda sembrerebbe quello del ritrovato amore-odio tra Barnabas e Angélique, ora Angie, spietata donna-boss del settore ittico che ha ridotto sul lastrico con la sua aggressiva strategia aziendale quel che resta dei Collins. Ora, qua e là il ben noto gusto sepolcrale-gothic-neobarocco di Burton produce anche qualche visione di un certo interesse, ma il guaio del film è che sbaglia e sballa completamente il tono generale, buttandola sul grottesco con abbondanti incursioni nel camp anni Settanta. Dark Shadows è una sgangherata parodia dei personaggi originari della serie tv, non li prende mai sul serio, non riesce ad amarli e a rispettarli, ghigna alle loro spalle (e, temo, anche alle nostre, perché l’operazione gronda cinismo da ogni sequenza). Ma è quasi impossibile girare un film che sia totalmente contro i suoi personaggi, mai dalla loro parte. Si rischia l’assenza di ogni scintilla vitale, o se volete di anima, e questo di DS è un caso clamorosamente evidente. Si ride del povero Barnabas alle prese con le diavolerie della modernità (la televisioni, le automobili, McDonald’s, la musica dei Carpenters!, il pacifismo hippie), e però le battute sono corrive, grossolane, di oscena trivialità. C’è una volgarità anche gelida in questo film che imbarazza e allontana lo spettatore. Le scene di sesso tra Barnabas e Angie sono di una bruttezza, di una grevità come poche volte si è visto negli ultimi tempi, e ci si imbarazza per la povera Eva Green cui tocca un ruolo così. Ma poi, era proprio necessario tirare in ballo una complicata storia di vampiri ritornanti dal Settecento per farci sghignazzare sugli anni Settanta, che è la cosa più sdata che ci sia? Tanto valeva che il duo Tim Burton-Johnny Depp li affrontasse direttamente, senza mediazioni e tortuosi espedienti narrativi. Ci sono pochi momenti in cui il film ci fa intendere quello che sarebbe potuto diventare, e non è diventato: la confessione di Barnabas sulla propria insostenibile diversità vampiresca, le sinistre scene di quasi-linciaggio della famiglia Collins da parte degli abitanti del villaggio fanatizzati dalla perfida Angie. Si sente odore di pogrom, ed è orrore vero, altro che i litri di sangue succhiati. Ma subito Tim Burton scappa timoroso da questi possibili momenti di verità e si rifugia pigramente negli effettacci. Finale tremendo, anzi almeno quattro finali che vagolano da tutte le parti senza trovare una strada. Temo però che al pubblico Dark Shadows piacerà, indulgente com’è verso se stesso e verso lo spettatore, cui richiede solo passiva, inerte complicità.

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