Festival di Cannes 2012/ Recensione: ‘IO E TE’ di Bernardo Bertolucci è un bel film, però fermo agli anni ’70

Un ragazzetto solitario e la sorellastra tossica si nascondono per ragioni diverse in una cantina. Sarà una settimana che finirà per cambiarli, tutti e due. Bernardo Bertolucci torna al cinema a dieci anni dalla malattia che l’ha colpito e lo costringe sulla sedia a rotelle filmando (straordinariamente bene) una storia solo in apparenza minima. Scenografie impeccabili, ottima scrittura, una macchina da presa mossa virtuosisticamente. Solo che Io e te sembra fuori da ogni contemporaneità, come fissato, bloccato agli anni Settanta. Come se Bertolucci rifacesse continuamente quel mondo, quel tempo, quei climi, quei modi, quei personaggi.
Io e te
, regia di Bernardo Bertolucci. Con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco. Presentato fuori competizione.

Bernardo Bertolucci

Dieci anni giusti che il settantenne e qualcosa Bernardo Bertolucci sta malato e confinato su una sedia a rotelle. Dieci anni giusti che non faceva un film. “Girare questo Io e te è stato per me un ritorno al lavoro, e un tornare alla vita”, ha detto in conferenza stampa qui a Cannes, peraltro assai sobriamente e senza toni melodrammatici. Non eravamo in molti lì ad ascoltarlo, non eravamo in molti nemmeno alla seconda proiezione di Io e te, nella non vasta Sala Buñuel (alla proiezione successiva nella sala grande del Palais, quella ufficiale alla presenza di regista e attori, mi hanno detto che c’era molta più gente, però sempre con qualche buco in balconata). Insomma, a questo Cannes dove ci si accapiglia per vedere da lontano Robert Pattinson, poi si trascura Bertolucci (va’, diciamo che non gli si dedica l’attenzione che merita), che è un maestro, uno che ha girato Il conformista e Ultimo tango per dire. Uno così torna a fare un film dopo dieci anni, viene a presentarlo sulla sedia a rotelle, e lo vanno a sentire in quattro gatti e mezzo? Con sì e no un decimo dei fotografi che c’erano non dico per Brad Pitt ma per Kristen Stewart? Quando l’ho visto uscire dalla sala delle press conference con i suoi attori, con Niccolò Ammaniti (sceneggiatore, oltre che autore del libro da cui il film è tratto), con la sceneggiatrice Francesca Marciano, mi si è stretto il cuore. Non un fotografo, non un giornalista lì ad aspettarlo. È uscito, ha salito la rampa con un bruciante scatto della sedia a rotelle e si è infilato nell’ascensore. Il film però è piaciuto, anche abbastanza trasversalmente a giovani generazioni e meno giovani. Apparentemente un piccolo film, due personaggi (più qualche apparizione collaterale), quasi tutto girato in un piccolo ambiente, la cantina di un palazzo della Roma borghese. Apparentemente, perché poi indagando, leggendo, ascoltando si viene a sapere che la preparazione è stata meticolosa ed è durata mesi, che lo scenografo ha interamente ricostruito la cantina dopo averne girate decine senza trovarne una che soddisfacesse davvero lui e il regista. La storia, anche se ridotta a un confronto-scontro-dialogo, anche duello, tra il quattordicenne Lorenzo e la sorellastra Olivia (qualche anno in più, stesso padre e madre diversa) è costruita e raccontata come Dio comanda, altro che film minimalisti e in stile indie di oggi dove tutti parlano a caso mimando la pochezza del linguaggio quotidiano e si agitano come formiche impazzite pedinati dalla solita steadycam. No, Bertolucci è un vecchio signore e un maestro, e lui il cinema lo sa fare e lo fa alla maniera di una volta curando i dettagli, ragionando sulla sceneggiatura, predisponendo gli ambienti, soprattutto usando alla grande la macchina da presa. Imparino certi ragazzetti arroganti che credono che basti impugnare una camera per fare cinema, e se si vedono più nuche che facce, che importa? anzi meglio, che fa tanto realtà-realtà (ma allora fatevi i filmetti a casa vostra con la vostra zia e gli amichetti vostri, scusate). Io e te è innanzitutto una bella lezione di cinema, e un atto d’amore per il cinema, il che non guasta. Quanto alla storia, eccola. Lorenzo è un quattordicene mediamente infelice figlio di mamma separata, appassionato di strani animali esotici tipo armadillo, che ama più stare da solo che con gli altri, sicchè mammina è un po’ preoccupata di quel ragazzetto così introverso e sociopatico (cone dicono le psicologhe da salottino tv) ed è contenta quando lui accetta di partire con gli altri della scuola per la settimana bianca direzione Cadore. Però lui la frega. Finge di partire invece si infila nella cantina di casa con la sua adorata musica e un formicaio appena acquistato nel negozio di animali, meglio stare con gli insetti che con gli umani. Il giovane e debuttante attore, che di nome fa Jacopo Olmo Antinori (Olmo! come il personaggio di Depardieu in Novecento!) e ha una faccia che ricorda, anche se con meno crudeltà, quella del Malcolm MacDowell del kubrickiano Arancia meccanica, sa restituirci bene, con naturalezza, le asperità del suo Lorenzo (però Bertolucci ci poteva risparmiare tutta quell’acne sbattuta in primo piano davanti ai nostri occhi, ma forse anche questo fa parte di un suo rifiuto della glamourizzazione obbligatoria di certo cinema d’oggi, chissà). La solitudine già delibata dal nostro viene però rovinata dall’irruzione di Olivia, sorellastra persa di vista da un po’ e che vive in un’altra città, la quale si introfula in cantina non sapendo dove passare la notte. Non ci mettiamo molto a capire che Olivia è una tossica. Cocaina? le chiede Lorenzo, e lei: no, eroina. Ecco, è un segnale, un indizio di quel che vedremo poi, un film che sembra congelato a qualche decennio fa e incapace di sintonizzarsi sulla contemporaneità. Olivia ha i segni, le stigmate, i comportamenti, il linguaggio non degli eroinomani di oggi (che nascondono benissimo la faccenda e l’eroina la sniffano, mica se la iniettano), ma dei maledetti anni Settanta (“sto a rota”, dice a uno stupefatto Lorenzo, usando un fossile linguistico), gli anni dell’eroina più lurida e sporca, gli anni dei tossici mollati a morire sulle panchine dei parchi, sulle scala della metropolitana con le siringhe infilate nel braccio o nel collo. Anni terribili. Ma è tutto il film ad avere un sapore rétro, inattuale, senza un riferimento all’oggi che non sia di maniera. Come se Bertolucci continuasse a muoversi, vivere, filmare in un universo a parte, su un altro pianeta retrodatato. La stessa impressione che si è avuta peraltro vedendo Vous n’avez encore rien vu di Alain Resnais, solo che Resnais di anni ne ha 90. A Bertolucci sta accadendo qualcosa di simile a Fellini, che non girava più in esterni, tra ambienti reali, ma solo nei suoi mondi mentali e immaginari ricostruiti a Cinecittà. Qui la simulazione è meno grandiosa e colossale, ma il procedimento analogo. L’interagire tra Lorenzo e Olivia segue una drammaturgia impeccabile ma alquanto prevedibile (Lorenzo edipicamente quasi innamorato della madre, Olivia che promette che non si drogherà più ma poi chiama il pusher, Olivia che parla e sogna di fughe purificatrici nella natura) e inesorabilmente anni Settanta. In Io e te Bertolucci sembra quasi rifare e citare se stesso e uno dei suoi film più maudits, La luna, storia di un ragazzetto tossico e della madre che, in un eccesso di furore salvifico, fa incestuosamente l’amore con lui. Era il 1979, adesso siamo nel 2012, ma vedendo Io e te sembra ancora il 1979.

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