Cannes e dintorni/ LA SIRGA (recensione). Dalla Colombia un sorprendente film di alto stile

La Sirga, regia di William Vega. Con Joghis Seudin Arias, Julio César Roble, Floralba Achicanoy, David Fernando Guacas, Heraldo Romero. Profuzione Colombia-Messico-Francia. Presentato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs e poi a Milano a Cannes e dintorni.
Dici: un film colombiano, chissà che noia. Invece La Sirga ti sorprende per il formidabile senso dello stile, per la maturità e consapevolezza del suo autore che da una storia di apparente neo-neorealismo su un altopiano andino ricava un mirabile oggetto filmico che sa di Antonioni e Tarkovsky, e anche di Malick. Anche se poi eccede in furori rigoristici antinarrativi e lascia aperte troppe domande e troppi misteri. Gli americani l’hanno già comprato per il loro circuito arthouse, in Italia invece ancora non si sa se arriverà o no in sala.
Ecco, quando vedi un film così, che viene dalla Colombia mica da una grande potenza cinematografica, ti chiedi come sia possibile che in Italia pochi o nessuno sappiano realizzare qualcosa di altrettanto notevole. Intendo: giovani autori (il regista di La Sirga, William Vega, è un esordiente) che sappiano girare un film di tale maturità e sicurezza di stile, magari claudicante nella narrazione, magari un po’ troppo ellittico e ponderoso, però vivaddio con una propria idea già forte di cinema. Presentato a Cannes alla Quinzaine des Réalisateurs – rassegna indipendente dal Grande Festival, comunque di ottima reputazione – non ha vinto premi, però ha lasciato un bel segno, tanto da aver trovato anche un distributore sul quasi impossibile mercato americano. Perso là, l’ho recuperato qui a Milano nella meritoria rassegna Cannes e dintorni che ha proposto l’altra settimana frammenti più o meno consistenti del Cannes maggiore e minore e qualcos’altro (alcuni titoli pesanti del Concorso più parecchi titoli della Quinzaine più altre cose da altri festival in ordine sparso e pure un po’ casuale). A prima vista La Sirga sembra appartenere al rigoglioso filone neo-neorealista di vite derelitte (Dardenne, Mungiu ecc.), al limite della sopravvivenza, sprofondate in un qualche buco del mondo, che soprattutto nei festival trova il suo ideale brodo di coltura. Gente sconquassata dalla miseria, che si arrabatta in scenari o metropolitani o rurali estremi tra pene fisiche e mentali, di corpo e anima, al limite del martirio. Ma a distinguere e riscattare il film di Vega da questo manierismo e pure conformismo di genere è la messinscena, lo sguardo registico, l’uso della macchina da presa, lo stile insomma. Già la sequenza iniziale lascia abbastanza sbalorditi, con quel deambulare di una ragazza in una terra a noi incognita, ma che Vega sa suggerirci con pochi tocchi densa di pericoli e minaccia (un sinistro spaventapasseri, acque limacciose, una vegetazione dalle forme aberranti, quasi mostruose), sequenza che ricorda l’Antonioni della Notte (o lo Tsai Ming-Liang di Vive l’Amour!) in versione altopiano andino. Scopriremo che quella ragazza india si chiama Alicia, che è diretta verso l’alberguccio-stamberga di zio Oscar, uno chalettino cadente dov’entra l’acqua, i legni si sfondano al primo tremito e che dovrebbe ospitare qualche turista. Turisti? Lì, in quella porzione d’altopiano in riva a un lago plumbeo, grigio metallo, con abbondanti aree paludose e malsane? Chi mai volete che vada lì alla Sirga?, perché così si chiama la locanda. Naturalmente si aspetta e aspetta, e nessuno arriva. Da un dialogo tra la ragazza e lo zio, un brav’uomo rimsto solo dopo che l’unico figliolo se n’è andato giù in città a cercare una vita più decente, scopriremo anche che lei è scappata dal suo villaggio messo a fuoco e raso al suolo da misteriose forze paramilitari: “Ma chi erano?” chiede lui. “Non lo so”. “Ma cosa portavano al braccio? Avevano un segno di riconoscimento”. “Non lo so, non ho visto”. Le vittime sono sempre all’oscuro dei giochi di guerra messi in atto da eserciti pubblici o privati, non capiscono, sono vittime e basta, carne da macellare, maciullare, squartare, bruciare. Si allude in La Sirga alle famigerate Farc, come no, quelle che tennero in cattività la Betancourt per i famosi otto anni, ma ci sta anche il richiamo a qualche milizia privata di qualche narcotraficante, o a qualche esercito nazionale che si è lasciato prendere un po’ troppo la mano nell’opera di repressione. Il film non ce lo dice, anche perché quella del silenzio, dell’ellissi, del non detto è una scelta narrativa, o antinarrativa, che permea ogni sequenza e ogni anfratto del racconto. Fenomenicamente La Sirga guarda, osserva, mostra, lasciando che siamo a noi a connettere fatti, azioni, persone, brandelli narrativi. Alicia, sotto la guida di una brava quanto brusca domestica locale, a poco a poco aggiusta quella baracca, la ripulisce, la ridipinge, la rende perfino gradevole e civettuola con tendine e qualche oggettucolo e fiori sulle balconate. La Sirga rifiorisce, letteralmente, ma i turisti restano sempre irrimediabilmente assenti (e però, quanto piacerebbe un posticino così, intendo così selvaggio-chic, così incantevolmente primitivo, a certi magazine glossy che consigliano ai loro lettori-viaggiatori vacanze coolissime in case sugli alberi nel Sarawak o in tucul di foglie di palma di meravigliosa architettura spontanea su qualche litorale est-africano). Oscar si lega a quella ragazza, fors’anche un po’, e un po’ incestuosamente, la desidera. Lei si lascia corteggiare da un coetaneo che sul lago con la sua barca trasporta cose e persone e che la vorrebbe portare via da lì: “Per andare dove?”, “Non so, via, lontano”. Rispunta il figlio di zio Oscar, tornato dalla città per stare vicino al padre in quel luogo pericoloso, proteggerlo, convincerlo ad andarsene. Lui forse sa chi sono quelle misteriose bande assassine che potrebbero arrivare anche fin lì a distruggere La Sirga e trucidare chi la abita, forse ne è complice, forse addirittura ne fa parte, o forse no, forse ne è un avversario. Forse a essere colluso con quelle forze oscure è invece il ragazzo del lago, l’aspirante boyfriend di Alicia, che sulla sua barca vediamo trasportare un carico di armi. Il regista ci comunica benissimo l’ambiguità sospesa sopra quell’umanità abbandonata, il senso di claustrofobia, di intrappolamento di Alicia e Oscar, esposti a un pericolo che non si palesa mai, ma che resta ossessivamente incombente. La lentezza del narrare traduce, rende assai bene, la minaccia che progressivamente ma inesorabilmente sembra asfissiare i personaggi e la stessa messinscena, togliendo l’ossigeno, aumentando la forze negativa dell’entropia, come paralizzando il film. Vega pecca di giovanile rigorismo autoriale forse, anche di narcisismo, esagera con le ellissi rischiando l’implosione narrativa, però costruisce un’opera molto interessante, molto promettente e anche di rara consapevolezza. I modelli, chiari, sono quelli del grande cinema alto-europeo anni Sessanta-Settanta, con Antonioni in testa, ma anche il primo e meraviglioso Polanski (Il coltello nell’acqua, Cul-de-sac) e Tarkovsky, da cui Vega prende il senso della natura e della circolarità cosmica. Tra i parenti più recenti e vicini, direi The Tree of Life e Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, probabilmente il miglior film italiano degli ultimi anni.

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