Recensione. C’ERA UNA VOLTA IN ANATOLIA è un film indispensabile (e il gran turco Nuri Bilge Ceylan realizza il suo capolavoro)

C’era una volta in Anatolia (Bir Zamanlar Anadolu da, 2010, Turchia). Regia di Nuri Bilge Ceylan. Con: Muhammet Uzuner, Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mümtaz Taylan, Firat Tanis, Ercan Kesal.

Non si può perderlo. Film tra i più belli, importanti, degli ultimi due anni. Il migliore di Nuri Bilge Geylan dai tempi del mai dimenticato Uzak. Ipnotico, lento fino alla ieraticità, eppure mai noioso (e dura 155 minuti). Il regista non rinuncia al suo senso del paesaggio e alla sua passione per le anime ferite (l’alienazione antoniana?), ma ha l’accortezza di incartare il tutto nei modi narrativi di una detection story, con un assassino, un morto da trovare, una verità, anzi più verità da scoprire. Se durante la prima mezz’ora siete sconcertati e vi sembra che niente succeda, resistete. Verrete ripagati. Voto 8 e mezzo.

Che gran film, uno dei migliori – e indispensabili – dell’ultimo paio d’anni insieme a Enter the void, The Tree of Life, Melancholia, Una separazione e qualcuno/qualcos’altro (Refn e McQueen per esempio). Il migliore del suo autore, il turco Nuri Bilge Ceylan, dai tempi di quell’Uzak meraviglioso che lo rivelò a Cannes e dopo di lì a tutto il mondo o quasi. Sì, anche i suoi due film di mezzo, Climates (da noi importato con l’ignobile titolo Il piacere e l’amore) e Le tre scimmie, erano notevolisssimi, ma qui, signori, siamo dalle parti del capo d’opera, e se C’era una volta in Anatolia proprio non lo è completamente, se non centra il bersaglio, è solo perché qua e là inopinatamente il gran turco ha qualche sbandamento e caduta sentimental-calligrafica, e mi riferisco soprattutto alla parte centrale con la bella figlia del sindaco con fazzoletto in testa e occhi sempre pudicamente abbassati che, al lume della lampada a petrolio, strega tutti i maschi del film. C’era una volta in Anatolia (sarà un omaggio a Leone? forse sì, vista la simile dilatazione ipnotica dei tempi) conferma definitivamente che il suo regista è ormai un maestro. Conferma che del suo cinema non possiamo fare a meno. Che Nuri Bilge Ceylan è grande, grandissimo, talvolta enorme per come sa usare i linguaggi della contemporaneità più sofisticata e le lezioni dei classici, anche i più ostici e rarefatti e sperimentali, del cinema d’Occidente – in primis il solito, immancabile Antonioni – impregnandoli però degli umori, delle visioni, dei riverberi inconfondibili della sua appartenenza identitaria alla Turchia. (Vedendo i suoi film mi chiedo perché a lui, e ad altri del cinema turco attuale, sia riuscita l’impresa di issarsi ai livelli autoriali più alti nel panorama internazionale e a diventare autori universali mentre la stessa cosa non è accaduta ancora a nessuno, dico nessuno dei registi del mondo arabo, dal Marocco all’Egitto passando per l’Algeria, la Tunisia, che non ce la fanno a emanciparsi da codici comunicativi e di messinscena troppo introflessi, etnici, segregati all’interno del proprio mondo e autosegreganti). Non granché considerato in Italia, NBC è amato, molto amato dal festival di Cannes. L’anno scorso C’era una volta in Anatolia lì si è preso (giustamente) il Gran premio speciale della giuria ex aequo con Il ragazzo con la bicicletta dei sempre vincenti Dardenne. Uzak ebbe a suo tempo al festival francese un importante riconoscimento, lo stesso qualche anno fa Le tre scimmie, quest’anno alla Quinzaine des Réalisateurs gli han dato il premio alla carriera e lui, che è un bell’uomo di modi distinti e assai intellò, è salito sul palco, ha ringraziato (in inglese), ha ritirato, si è preso la sua vagonata di applausi. A Berlino lo scorso febbraio l’hanno chiamato per un masterclass, e invece da noi si fatica a considerarlo grande, lo si tratta sempre un po’ da autore minore e da parvenu, bollandolo tra le righe e spesso anche esplicitamente come autore di un cinema inguardabile, noioso, arty, antinarrativo, pregiudizialmente ostile allo spettatore. Scherziamo? Guardare e riguardare per ricredersi C’era una volta in Anatolia, che dura la bellezza di 155 minuti ma non ti annoia mai, riesce a raccontare una storia come Dio comanda e a coinvolgerti e non ti dà tregua, e ti tiene avvinto per sapere come andrà a finire. Questo è il film che spazza via definitivamente tutti gli stupidi pregiudizi su Nuri Bilge Ceylan, anche il suo più friendly, il più vicino allo spettatore, il più guardabile e anche il più estroverso, al di là delle apparenze così alto-autoriali. Dice: ma insomma, per la prima ora vediamo un branco di uomini che vagano per l’Anatolia più persa e sperduta e remota, senza che succeda un qualcosa di interessante. Per di più di notte, in un buio tale che non distinguiamo e capiamo niente. Rispondo: mica vero, questa prima parte è di una potenza inaudita, è il cinema della rarefazione e del paesaggio (che è anche paesaggio umano e degli umani, dei loro volti, gesti, corpi) di Bilge Ceylan allo stato puro, quintessenziale. C’è tutto lui, la sua visione filmica. Scenari enormi, maestosi (ecco, Sergio Leone), arcani, che sembrano avvolgere e quasi annientare le persone, e che invece sono (anche) una proiezione-estensione dei loro stati mentali, poi, in alternanza, primi piani di volti e corpi che vengono percorsi e scavati e indagati – come fossero canyon da esplorare – dalla macchina da presa. Umani che diventano cose e paesaggi, paesaggi che si fanno protagonisti in uno scambio delle parti, e ci parlano, sì, esattamente come in Antonioni, come nella parte finale di L’eclisse, in cui non sai più se a recitare o non-recitare sia il lampione che si accende nella strada vuota o il viso catatonico di Monica Vitti. Bilge Ceylan viene dall’arte e dalla fotografia (sul suo sito personale si possono vedere le opere sue, bellissime) e resta un artista visuale anche nel fare cinema. Strada fecendo ha però imparato pure a raccontare molto bene, e C’era una volta in Anatolia ce lo mostra. A modo suo è una detection, un’indagine, anche un classico noir, un poliziesco. C’è di mezzo un omicidio, c’è un reo confesso, ma ci sono anche altri misteri collaterali che a poco a poco emergeranno. Nella notte anatolica alcune macchine (fari a sciabolare il buio, scena che al nostro riesce sempre benissimo, vedi la memorabile sequenza d’apertura di Uzak) vagano, si fermano, ripartono. Trasportano uno strano gruppo: un assassino con il fratello complice, il commissario che lo ha interrogato e gli ha estorto la confessione, il magistrato inquirente del caso, un medico, altri poliziotti. Tutti dietro all’omicida, che li sta portando nel luogo in cui ha sepolto la sua vittima. Solo che non ricorda, si confonde, o finge di non ricordare, si sbaglia, forse depista: “Vicino a una fontana, vicino a uno strano albero”. La carovana si ferma una volta, ma niente. Riprendono, vagano, si rifermano, cercano, ancora niente. Questo luogo della sepoltura non si trova, forse non c’è. Si va avanti così per almeno un’ora. Estenuante? Macchè. Nuri Bilge Ceylan sa creare suspense come si deve, costruisce dialoghi e interazioni tra i personaggi che sono una meraviglia, anche di perizia tecnico-narrativa. Si va dal cazzeggio quasi tarantiniano (tutto quel parlare sullo yogurt tra agenti e magistrato) alle minacce del poliziotto esasperato da quelli che ritiene depistaggi del colpevole. Attraverso una grande scrittura debitrice anche di certi classici del teatro e dell’arte della conversazione (Cecov), man mano scopriamo i vari caratteri, e la posta in gioco, e le poste in gioco che sono più di quanto si sospettasse. Dall’ombra, dal buio, letteralmente, i personaggi emergono, prendono forma e corpo, vivono e si dilatano e occupano gli spazi che loro spettano, o se li prendono a forza. Quell’uomo sfuggente e dagli occhi che sembrano segare tutto ciò che gli sta intorno ha davvero ucciso? E perché ha ucciso? Fino a dove mente, fin dove dice il vero? Ma altre domande si affollano anche intorno al commissario (perché è così violento?), al magistrato (perché racconta quella strana storia della donna che decise il momento della sua morte?), al medico (cosa si nasconde dietro la sua apparente imperturbabilità, il suo disincanto?). Si fermano a casa del sindaco di un villaggio, tutti si lasciano affascinare dalla bellissima, troppo bella figlia di lui, poi ripartono, e finalmente la vittima sepolta verrà trovata. Quando spunta il giorno le storie di tutti convergerano e si intrecceranno, e tutto troverà un senso e una spiegazione. Sapremo chi è l’ucciso, perché è stato ucciso, sapremo qual è l’amara, vera storia del magistrato e perché il medico è così infelice o rassegnato. Alba livida su una città anatolica che ti si stringe il cuore solo a guardarla, quei minareti nel cielo di piombo, quei tetti di lamiera ondulata, muri corrosi, polvere e ruggine. Fili della luce lanciati sul niente. Lo sprofondo. La Turchia più turca, più remota, mica quella della vitalistica e anche avveniristica Istanbul. Basterebbe questa parte a fare di C’era una volta in Anatolia un film che non puoi più dimenticare, che non puoi non amare.

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