Recensione: QUALCHE NUVOLA, una commedia proletaria come non capitava di vedere da anni

Qualche nuvola, regia di Savero Di Biagio. Con Michele Alhaique, Greta Scarano, Ayin Prandi, Pietro Sermonti, Primo Reggiani, Michele Riondino, Giorgio Colangeli, Elio Germano.Un film che ci prova con la strada anomala della commedia proletaria e del neorealismo rosa. In una Roma assai popolare, schermaglie e baruffe tra il muratore Diego e la fidanzata Cinzia. Film di una certa grazia, anche se poi nella seconda parte sbanda e perde in leggerezza. Qualche interprete così così, dialoghi che vorrebbero mimare il vero e invece rischiano di suonare finti. Ma, a conti fatti, i segni più sopravanzano i meno. Voto: 6
Dunque, la sceneggiatura di questo film venne presentato al Premio Solinas 2004 dove entrò tra i finalisti. Qualche nuvola è andato in produzione nel 2010 ed è arrivato un paio di settimane fa nei cinema, estate 2012, e fate un po’ voi i conti del tempo che ci è voluto per passare dalla pagina scritta alla realizzazione e poi alla distribuzione. Complimenti alla costanza e alla resilienza di Saverio Di Biagio, regista e anche sceneggiatore, però meste considerazione sullo stato delle cose del nostro cinema e sulla difficoltà a reperire quei quattro soldi per mettere in piedi un progetto minimamente dignitoso. Non sarà da annali del cinema, questo film, questo piccolo film che non punta al cielo ma sta schiscio sul racconto di piccole vite e cose minime e assai quotidiane, però ha una sua grazia, un suo decoro, è una insolita commedia proletaria-popolare (forse un filino ideologica) che riesce a tenersi (equi)distante dalla becero-commediaccia come dal cinemucolo piccolissimo borghese ombelicale, autoreferenziale, di minimalismi di nessun interesse. Si lascia guardare, soprattutto nella prima parte, e peccato che poi si perda e segua direzioni di racconto troppo ovvie rischiando l’inconsistenza e l’insussistenza. Però non è malvagio questo tentativo, non so quanto consapevole, di riesumare e adattare ai giorni nostri quello che sprezzantemente dai critici militanti e ferrigni alla Aristarco fu chiamato negli anni Cinquanta neorealismo rosa, ai loro occhi l’imbastardimento del rigore – linguistico, contenutistico – del neorealismo con la commedia e i le sue inevitabili leggerezze. Renato Castellani (Sotto il sole di Roma, Due soldi di speranza), ma anche Luciano Emmer (Domenica d’agosto), ma anche Dino Risi e il suo epocale Poveri ma belli, di cui Qualche nuvola sembra a tratti perfino un calco. Là due ragazzi iper proletari e quasi lumpen perdevano la testa per la piccolo borghese Marisa Allasio, ma poi inevitabilmente si accasavano con le ragazze vicine di casa con cui erano cresciuti, Lorella De Luca e Alessandra Panaro. L’amore popolare è meglio non faccia il salto di classe, meglio non imbocchi la strada pericolosa della mésaillance, chè poi ci si ritrova a maneggiare differenze e conflitti interni e esplosivi, no, meglio che ognuno stia al sicuro all’interno del proprio mondo, della propria tribù. Questa era la lezione di Poveri ma belli, e sembrava di sentire il monito della mamma alla figlia Nina in El nost Milàn di Carlo Bertolazzi: “Nina, va’ no coi sciuri, va’ no coi sciuri”. Qualcosa di molto simile succede in Qualche nuvola. Per una sciura, anzi per una sciuretta (però siamo a Roma stavolta), si prende una sbandata quel pezzo di pane di Diego, il protagonista. Lo scenario di partenza è un quartiere assai popolare della nostra amatissima capitale: Diego è il figlio muratore di un padre muratore, un bravo ragazzo che di più non si può. Fidanzato praticamente da sempre con la vicina Cinzia, ed è ora che si pensi finalmente al matrimonio. Mentre lei, sostenuta da mamma e amiche, si scatena nello shopping pre nozze – abito ecc. – e rompe le palle al fidanzato su come si dovrà arredare il nido coniugale (e son battibecchi eterni, e non si può non pensare agli analoghi scontri tra Spencer Tracy e Joan Bennett in Il padre della sposa in vista del matrimonio della figliola Elizabeth Taylor), ecco che lui si ritrova a ristrutturare un miniappartamento nel centro storico abitato da una fotografa un po’ pazzerella, Viola. Tra muri ripittati e colpi di cazzuola inevitabile che il muratore figlio del popolo e la borghese coltivata anche se alternativa finiscano a letto, con reciproca soddisfazione. Nubi (ecco il titolo) sul matrimonio ormai dietro l’angolo. Niente paura, tutto rientrerà nei ranghi e tutto andrà al posto suo, esattamente come succedeva in Poveri ma belli. Morale se vogliamo abbastanza conservatrice, che fa di questo film qualcosa di molto rassicurante e anche convenzionale, al di là delle sue apparenze da commedia che-sta-dalla-parte-del-popolo-e-degli-ultimi. Perfetto film populista, accomodante e confortevole, secondo la tradizione di molta commedia all’italiana. Di Biagio ha però l’ambizione di lanciare qua e là anche qualche sguardo sulla realtà dell’Italia attuale massificata nei gusti e nei valori (valori?), di fare del suo film un racconto neo-neorealista. Lo si vede nell’attenzione con cui ci mostra il quotidiano lavoro di muratore attraverso la figura di Diego ma anche di suo padre e del padre di Cinzia. Non manca nemmeno una vaga vena antipadronale di sapore antico, di lotta di classe, nello strisciante conflitto che oppone i due anziani lavoratori all’ingegnere-padrone fighetto. Ma sono annotazioni che mal si amalgamano al tono predominante di commedia, e ancor peggio va quando il regista si avventura nella stigmatizzazione delle smanie consumistiche di Cinzia, e attraverso di lei dei neoproletari odierni, quasi riecheggiando certo pasolinismo antiedonistico. Qualche nuvola non si decide mai davvero tra il bozzetto srntimental-borgataro e la pretesa di fissare un ritratto della classe operaia-lavoratrice oggi, e in fondo non imbocca mai con decisione neppure la strada della romantic comedy romanesca. L’ultima parte, con la rabbia di Cinzia e l’abbandono da parte di Diego di ogni illusione e velleità di cambiamento vero, viene spacciata come happy end ma è malinconicissimo ripiegamento, una rinuncia, una resa che dà un sapore amaro a tutto il film e ne sabota irrimediabilmente ogni leggerezza. Altri limiti: la scrittura sempre vagamante artificiosa, dialoghi che non hanno quasi mai il sapore della verità, e più tentano di mimare il linguaggio presunto popolare e meno suonano attendibili. Gli interpreti: se la cava bene il protagonista Michele Alhaique in un ruolo alla Valerio Mastandrea giovane, buoni anche Michele Riondino e Primo Reggiani. Peggio e a tratti disastrosamente va invece con le due ragazze. La cosa migliore di Qualche nuvola resta la fierezza con cui Diego parla del suo lavoro di muratore, del suo amore per quel mestiere vecchio come il mondo e l’umanità, perché il bisogno di tirare su casa è qualcosa di basico, primario, invincibile, insopprimibile. In un’Italia che cerca di dimenticare i lavori delle mani callose come socialmente inferiorizzanti, è bello sentire un muratore contento di esserlo, e che non lo nasconde. Una boccata d’aria in un cinema come il nostro popolato ammorbato da insopportabili architetti, esperti di marketing, pubblicitari e vari odiosi creativi.
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