(recensione) RELAZIONI PERICOLOSE: la nuova versione ambientata nella Shanghai anni ’30 resta esteriore e calligrafica

Relazioni pericolose (Dangerous Liaisons), regia di Jin-ho Hur. Con Ziyi Zhang, Dong-kun Jang, Cecilia Cheung, Lisa Lu, Shawn Dou. Cina (Rep. popolare), 2012. Presentato alla Quinzaine des Réalisateurs a Cannes 2012, poi a Milano nella rassegna Cannes e dintorni.
Stavolta l’immarcescibile storia ‘700 di Choderlos de Laclos emigra nella viziosa Shanghai anni Trenta, e funziona sempre bene. Il patto scellerato tra una perversa dama e un libertino senza cuore per corrompere una virtuosa signora si rinnova nei lussi di una Cina non ancora maoista. Produzione che non lesina su scenografie e costumi, ma che non riesce ad andare oltre le esteriorità e i manierismi del period-drama. Voto 5 e mezzo

L’attore Dong-kun Jang, protagonista maschile.

Però, che vitalità il gran romanzo epistolare settecentesco di Choderlos de Laclos. Il patto scellerato tra la perversa Marchesa di Mertueil e il libertino Valmont al fine di corrompere la virtuosa Madame de Tourvel continua a produrre riletture e versioni, e a conquistare noi lettori e/o spettatori. Il cinema, che già se ne era impossessato per il film celeberrimo diretto da Stephen Frears e per quello meno celebre di Milos Forman (Valmont), lo riutilizza adesso in questa produzione cinese però con abbondanti iniezioni sud-coreane: da Seul arrivano in parte i capitali, ma anche il regista Jin-ho Hur e il protagonista maschile, il divo est-asiatico Dong-kun Jang. Il bello, e lo strano, è che la storia con tutti i suoi personaggi viene fatta trasmigrare nella Shanghai anni ’30, ancora nazionalista, ancora pre maoista e in procinto di essere invasa dalle truppe giapponesi (e cosa significò il loro arrivo nella più occidentalizzata città della Cina lo si vede molto bene in L’impero del sole, il miglior film di Steven Spielberg, e nel libro autobiografico di Ballard da cui è tratto). Quella Shanghai è ormai un luogo letterario e cinematografico consegnato al nostro immaginario, città di ogni vizio e delizia sospesa sull’abisso che di lì a poco la inghiottirà e ne annullerà il raffinato cosmopolitismo, la ricerca inesausta di ogni peccato e piacere, soprattutto del sesso. La metropoli caotica ma fascinosa della cortigiana Marlene Dietrich in Shanghai Express di Von Sternberg, anche quella della coppia Edda e Galeazzo Ciano, il massimo del glamour espresso dal fascismo, che lì visse per anni – lui era il console italiano – , e anche la città dove Wallis Simpson visse i suoi anni più oscuri, pare praticando la prostituzione nei bordelli locali d’alto bordo, prima di far innamorare di sè un re d’Inghilterra e spingerlo all’abdicazione. La città delle legazioni occidentali alle prese con il rampante nazionalismo cinese, l’aggressività degli invasori giapponesi, il comunismo clandestino dei maoisti. Insomma, un gran bello scenario, magari convenzionale ma di effetto garantito, per ambientarvi una storia di corrotti e corruttori come quella, immarcescibile, delle Relazioni pericolose. Quel che vediamo segue fedelmente (tranne che nel finale, un po’ cambiato) l’originale canovaccio settecentesco. Merteuil diventa la senza-scrupoli Mo Jieyu, che è passata in molte ricche alcove e ha maturato un assoluto cinismo. Di lei è forse innamorato o forse no il bello e anche un po’ bellimbusto giovin signore e gran donnaiolo Xie Yifan, palazzo da urlo, una legione di adoranti servitori, richezze esibite e scialacquate, un dandy cui il coreano Dong-kun Jang conferisce fascino e bellezza levigata. Scommessa tra i due: la perversa Mo Jieyu si concederà a Xie (è l’unica donna a resistergli) se lui farà cadere le mura di probità dietro a cui la giovane, irreprensibile vedova Du Fenyu si protegge e riuscirà a portarsela a letto. Incomincia la partita, ma Xie imprevedibilmente si innamora di Du, e questo porterà a un esito non scontato. La storia regge sempre assai bene e la trasposizione nella Cina anni Trenta funziona senza troppe forzature, ennesima dimostrazione che i classici veri hanno le spalle larghe e tutto possono sopportare. Confezione lussuosa, e la rievocazione di quella Shanghai raffinata e con i segni della decadenza ha un suo fascino, niente da dire. I riti sociali, le serate all’Opera, vestiti, costumi, addobbi, décor, tutto scintilla come ha da essere. Non mancano accenni al contesto socio-politico, i rumori lontani ma sempre più forti e allarmanti della Manciuria già massacrata e colonizzata dai giapponesi e dalla quale arrivano orde di profughi, e intanto per le strade gli studenti ultranazionalisti accusano il governo di debolezza e pavidità di fronte al nemico, di abbandonara la Madre Cina a se stessa. Spettacolo che riesce a catturare la nostra attenzione. Gli occhi sono appagati, e però questo film manca di energia, di vera convinzione, di anima. Un period-drama abilmente messo su per conquistare il pubblico globale e espugnare soprattutto i mercati stranieri (come hanno esplicitamente dichiarato i produttori), un’abile operazione di marketing di cui avverti in ogni sequenza la programmaticità, il calcolo, la strategia. Un romanzone che ti abbaglia con la sua sontuosità e però prevedibile, esteriore, che mai diventa sincero. La diva cinese Zhang Ziyi, anzi più correttamente Ziyi Zhang, è sempre bellissima, e stavolta si sceglie la parte della virtuosa Du Fenyu. Peccato, l’avremmo vista meglio come depravata e perfida Mo Jieyu al posto della pur brava e convincente Cecilia Cheung. Il vizio, almeno in quella vita parallela e rappresentata che è il cinema (ma anche la letteratura), è sempre molto più interessante della virtù.

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