Recensione: MARLEY è il documentario definitivo sul re del reggae, ma non evita l’agiografia

Bob Marley (tratta dal film)

Marley, regia di Kevin Macdonald. Con Bob Marley, Ziggy Marley, Cedella Marley, Rita Marley, Neville Bunny Wailer, Chris Blackwell.
Minuzioso, smisurato e un po’ pedante documento-biografia dell’uomo che a suon di reggae divenne un’icona planetaria. Il regista Kevin Macdonald (L’ultimo re di Scozia) confeziona due ore e mezzo affollate di testimonianze, documenti inediti su Bob Marley, e molta musica, anche troppa. Vita straordinaria, non ce n’è, che questo Marley rievoca con precisione e ricchezza informativa. Però. Però il film non riesce a riscattarsi dal suo essere biografia autorizzata, quindi abbastanza cautelosa, quindi inesorabilmente agiografica. Anche se qualche voce fuori dal coro non manca. Voto 6 meno

Ziggy Marley, figlio di Bob.

Per essere esaustivo è esaustivo, fin troppo. Questo documentario su infanzia, adolescenza, inizi di carriera, primi successi locali, grandi successi internazionale, malattia e morte di Bob Marley, star-santone-icona del regge made in Jamaica, dura la bellezza di due ore e mezzo, e vi garantisco che negli ultimi quaranta minuti vien voglia di urlare basta. Tutto è meticolosamente documentato, riportato, ricordato, raccontato da parenti e amici e anche da qualche non-amico, interpolato da registrazioni, interviste, dichiarazioni dello stesso Marley più, naturalmente, video di concerti. Si indaga il lato pubblico e, come si diceva una volta, pure il privato (una moglie ufficiale, Rita, ma anche un’infinità di altre donne, spesso un vero e proprio harem, 11 figli da sette relazioni diverse). Un documentario che probabilmente è la biografia ultimativa di Marley, quella con cui tutti dovranno fare i conti da ora in poi. Però Macdonald, che i suoi meriti ce li ha pure, poteva tagliare, asciugare, essiccare, ridurre, togliere il superfluo e il ridondante. I peana più smaccati, gli interventi adoranti ce li poteva risparmiare, e ci poteva risparmare anche un bel po’ di musica. Perché, come ha perfidamente ma acutamente osservato il critico del San Francisco Chronicle Mick LaSalle, “Bob Marley ha scritto la stessa canzone per ottomila volte e Marley si dà da fare per includerle tutte”. Parole sante che sottoscrivo, la musica di Marley è inesorabilmente ripetitiva e dopo un po’ di una noia micidiale. Lo so che gli enciclopedisti del rock e relativi dintorni si indigneranno (sempre che a qualcuno di loro capiti di leggere quanto sto scrivendo), ma a rischio di beccarmi i peggiori insulti resto della mia idea. Con tutto il rispetto per il carisma di Marley, la sua belluina abilità nel muoversi sul palco e far saltare e cantare con lui decine di migliaia di persone, e ipnotizzarle e farle entrare in trance, ecco, con tutto il rispetto, a me pare che le canzoni si assomigliano proprio tutte. Al decimo pezzo, spesso ripetuto in più versioni e riportato sempre integralmente, non ce la fai più. Va detto però che l’ottimo LaSalle è tra i pochissimi in America ad aver parlato male di questo docu. Su Metacritic Marley ha raggiunto il voto 82, eccellente, su Rotten Tomatoes ha toccato addirittura 92 su 100, quasi un record. Esagerati. Certo, il film ha molti motivi di interesse, ma non riesce a evitare quello che è il rischio di questo genere di operazioni, l’agiografia. Non è uno smaccato santino, Macdonald è troppo abile per cadere nella trappola, così ogni tanto si accenna a qualche lato oscuro di San Bob, qualche ombra, e sono proprio i figli Ziggy e Cedella paradossalmente a essere i più lucidi su di lui e a dirci le cose più interessanti:”Era un padre assente, lontano. E poi duro duro duro (rough rough rough). Quando correva con noi sulla spiaggia voleva sempre vincere, essere il primo, non è che rallentasse per far vincere noi bambini. Non gradiva che avessimo amici, lui diceva che noi fratelli ci bastavamo l’un l’altro”. Però alla fin fine il pur bravo e meticoloso regista (non gli è sfuggito niente della vita di Marley, nessun tornante, nessun dettaglio, dalla maestra che ricanta la filastrocca sull’asinello che Bob tanto adorava all’infermiera tedesca che lo assistette in una clinica bavarese) confeziona inevitabilmente una storia edificante, un monumento all’eroe del reggae, e forse non poteva che essere così, trattandosi di una biografia autorizzata (il figlio Ziggy è tra i produttori esecutivi). Macdonald con buon mestiere racconta in ordine cronologico – e meno male uno che finalmente non frantuma la cronologia e non ci costringe a salti e elucubrazioni – la Bob Marley Story dall’infanzia alla fine, avvenuta per cancro a soli 36 anni nel 1981. Si parte da un villaggio rugginoso e cencioso della Giamaica dove Bob visse i primi anni, poi ci si sposta nella bidonville della capitale Kingston dove si trasferì con la madre e via via tutte le tappe del suo viaggio verso il successo planetario, prima in Giamaica, poi in Europa, poi in America. Cose che magari avevamo dimenticato: Marley era un meticcio metà bianco metà nero, il padre ere un inglese che non si capisce bene cosa facesse (“era sempre a cavallo”, rievoca qualcuno) e naturalmente mica si occupò del bambino, allevato dalla madre. “Lui aveva la pelle rossa, non nera come noi, non era un bel nero come noi. Era un oucast. A scuola lo emarginavano, nella fattoria di famiglia gli zii gli facevano fare i lavori più duri”, così un testimone ricorda il piccolo Bob (che si chiamava Robert Nesta). Rita Marley, la moglie sempre rimasta tale anche quando lui era circondato da un harem (compresa una Miss Mondo bianca), anzi era a lei che il marito delegava il compito di sloggiare le ragazze dopo le scopate, ecco, Rita quando si fidanza con lui a sedici anni non è così convinta: “Pensai che non era bello, con quella pelle chiara, rossa, io sognavo un bel nero giamaicano alto e forte, come lo sognano tutte le ragazze giamaicane, non un meticcio” (ma poi se ne innamorò). Insomma, signori, il razzismo c’è anche da parte dei neri verso chi è un po’ meno nero, e questa è una delle cose interessanti che il film riesce a dirci. Che Bob Marley salta fuori da queste anche pesanti due ore e mezzo? Abbastanza misterioso. Il film non indaga più di tanto, non si addentra nelle zone d’ombra che pure qua e là si intravedono e che sarebbero potute diventare, narrativamente ma anche documentalmente, le cose più rimarchevoli. Marley era divorato dall’ambizione di lasciare un segno, di emergere. Abbraccia la strana religione Rasta per uscire dall’ambiguità del suo non essere né bianco né nero. Con il suo afrocentrismo, con il suo orgoglio nero rivendicato e gridato, con il suo senso della supremazia africana, fece sentire Bob finalmente accettato. Accettato come un nero come gli altri. Bob grazie alla religione Rasta divenne e si sentì un vero africano. Pensavano, i rasta, che l’imperatore d’Etiopia Hailé Selassié fosse il discendente di Cristo, il re dei re, il loro dio in terra, e quando Selassiè arriva in visita ufficiale in Giamaica lo accolgono a decine di migliaia, e lui, vedendo il suo aereo circondato da quegli scalmanati osannanti, si rifiuta di scendere fino a ordine pubblico ripristinato. Marley, equivocato e scambiato dai milioni di suoi acritici ammiratori di pelle bianca europei e americani come uno dei simboli della trasgressione e ribellione giovanile e dei nuovi liberi costumi (la sua corporalità, il richiamo dionisiaco della sua musica, l’uso della marijuana, la ganja) in reatà era un uomo tradizionalista. Aveva molte donne, ma esigeva che non si truccassero, non esibissero il loro corpo e si comportassero austeramente. Fumava la marijuana solo perché la sua religione la prescriveva come mezzo di avvicinamento a Dio. Era un maschio dei più conservatori, come plurime testimonianze del film provano inequivocabilmente. Altro che profeta dello sballo, quella fu solo una gigantesca proiezione e allucinazione dei pallidi ragazzi bianchi che su di lui riversarono i propri sogni e fantasmi, senza preocccuparsi né rendersi conto di chi fosse davvero. Altra cosa di cui tutti non si ricordano (io, per esempio) è l’attentato di cui fu bersaglio nella sua casa di Kingston poche settimane prima di una grande concerto gratuito. Ci sarebbero state le elezioni subito dopo e i sostenitori dei due partiti contendenti – uno di estrema sinistra filocastrista, l’altro di estrema destra criptofascista – lo accusavano con quel concerto di fare il gioco dell’uno o dell’altro candidato. La faida politica, ormai degenerata in guerra civile, insanguinava le strade con morti a decine da una parte e dall’altra. A Marley spararono mentre era in casa, e non si scoprirono mai i colpevoli. Lui si beccò une ferita-ustione che gli attraversava il petto, ma si salvò. Poi giustamente caricò la famiglia e se ne partì per Londra. Sarebbe tornato molto dopo per un concerto di pacificazione nazionale in cui riuscì a far salire sul palco i leader dei due partiti rivali e far stringere loro la mano. Devo dire che è il momento migliore del film, il più alto, quello in cui ti rendi conto chi sia davvero una star, quale sia il suo potere, come possa smuovere la gente e magari cambiare le cose. L’impegno politico di Bob è però confuso, e non lo aiuta la sua fede Rasta, che lo induce a pensare che tutto quanto sia africano sia di per sè buono e positivo. La figlia del prsidente del Gabon si innamora di lui e se lo porta in patria per un concerto, senza che Bob si renda conto che quel presidente è un dittatore. Marley non manca neppure con una sua esibizione alla festa di indipendenza della Rhodesia diventata Zimbabwe, a fianco del leader Robert Mugabe, e a pensarci adesso – adesso che Mugabe, che da quel 1980 non ha mai mollato il potere, continua a terrorizzare il suo paese con un regime di ferro con pochi eguali al mondo e ha ridotto lo Zimbabwe alla miseria – vengono i brividi, e anche rabbia. Ora, il film un commento su Mugabe lo poteva fare, invece no, sorvola diplomaticamente. Ma la parte più agghiacciante del film è l’ultima, quella sulla malattia che porterà alla morte di Bob, un melanona all’alluce (commenta una delle sue coriste: “I neri non hanno il melanoma, quel male gli veniva dalla sua parte bianca”e trovo il commento agghiacciante). Quello che più sgomenta è che, dopo la diagnosi, nessuno del suo entourage adorante abbia avuto la forza di dirgli: fermati, curati, fai quel che ti dicono i medici. Alcuni specialisti parlano di necessaria amputazione della gamba, altri solo dell’alluce, purtroppo qualche amico ha la pessima idea di ricordare a Marley: “senza alluce non potrai più saltare su palco” e lui allora decide di tirare avanti così, di continuare il tour senza badare alla diagnosi di cancro. Nessuno di chi gli sta vicino, della sua corte, fa qualcosa di utile, tutti assecondano quella sua rimozione, o quella sua illusione di poter continuare come prima, come sempre, e che in qualche modo il male se ne sarebbe andato via. Invece ricompare violentemente mesi dopo. Mentre è in un parco Bob si accascia, dalla sua bocca esce una schiuma vischiosa. In ospedale si rendono conto che le metastasi hanno raggiunto polmoni, cervello e altre parti vitali, non c’è più niente da fare. Commenta Chris Blackwell, il discografico inglese dell’etichetta Island che aveva messo sotto contratto Marley e i suoi Wailers: “Se qualcuno lo avesse avvertito, se lo avessero curato, oggi sarebbe ancora vivo”. Lo portano in una clinica olistica in una Baviera ghiacciata che sembra il contrappasso della Giamaica. Lo porteranno via da lì con un aereo privato quando si renderanno conto che ormai manca poco. Muore a Miami, l’11 maggio 2012. I funerali in Giamaica saranno degni di un capo di stato, di un re dei re. Ci si commuove, come no, a queste scene. Però se il film ci avesse anche detto di più sulle mancate cure, su quegli incomprensibili ritardi, se avesse osato andare oltre la prudente e agiografica historia official, sarebbe stato meglio.

Rita Marley

La figlia Cedella

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