Locarno Film Festival 2012: offerta smisurata, ma poca Italia

Milano, Centro svizzero, 12 luglio: presentazione del programma del Festival di Locarno 2012. A sinistra il direttore artistico del festival Olivier Père, al centro il presidente.

Ieri 12 luglio a Milano, al Centro Svizzero di via Palestro, conferenza stampa di presentazione dell’imminente Locarno Film Festival: si apre il 1° agosto, si chiude l’11 con l’assegnazione del Pardo d’oro e degli altri premi. Il direttore artistico Olivier Père e il presidente del festival Marco Solari si sono addentrati nello (smisurato) programma spiegando scelte, intenzioni, strategie, obiettivi e contenuti di questa edizione numero 65 (appena due meno di Cannes, quattro meno di Venezia, il primo festival del cinema, il padre di tutti i successivi). Père, benché francese (“ma la mia nonna era italiana”), si è esibito in una disinvolta e assai apprezzata performance nella nostra lingua. Special guest l’assessore alla cultura del comune di Milano Stefano Boeri, intervenuto a rimarcare i sempre più stretti legami con il Locarno Festival, annunciando la due giorni che in settembre porterà qui una selezione dei film.
Offerta gigantesca: i film saranno 260, 20 più dell’anno scorso, contando ovviamente anche i molti corti cui è dedicata una sezione speciale. Però, corti o no, il numero resta imponente e pure impressionante. D’altra parte questa è la massa critica dei festival di oggi, vedi Berlino o Cannes. Nessuno, nemmeno il più smodato e assatanato dei cinefili è in grado di assorbire e metabolizzare un programma mastodontico che a Locarno si articolerà su plurimi livelli e sezioni. La competizione innanzitutto, le sezioni nelle quali si concorre per i vari Pardi (il Concorso Internazionale è la più importante, e quest’anno comprende 19 titoli, segue poi nel ranking Cineasti del presente, dedicata alle opere prime e seconde), quindi le retrospettive (c’è tutto Otto Preminger, tranne un film bloccato per problemi di diritti, e sarà l’occasione per fare i conti con il rango di uno dei più celebri viaggiatori sull’asse Vienna-Berlino-Hollywood). Ancora, gli infiniti omaggi e riconoscimenti: a Ornella Muti, Johnnie To, Alain Delon, perfino Renato Pozzetto, di cui sarà proiettato anche Oh, Serafina! di Alberto Lattuada che Père assicura essere “un film bellissimo”. Pardo d’onore a Leos Carax, il grande irregolare del cinema francese tornato di prepotenza all’ultimo Cannes con Holy Motors, di cui si proietterà l’opera omnia. Open Doors, la sezione che dà spazio a cinematografie altre, quest’anno è dedicata all’Africa subsahariana, con alcuni nuovi film e una selezione di storici titoli del continente. Più lo si guarda, il programma (lo trovate al sito del Festival: andate sull’homepage e scaricate il pdf cliccando sulla sinistra ‘cartella stampa’), e più si resta sgomenti per la mole. Come scegliere? Cosa scegliere? Locarno persegue l’oversize, il gigantismo, l’offerta articolata e mirata su più pubblici e addetti ai lavori, secondo il modello che è anche di altri festival. Invece Alberto Barbera, neo direttore della Mostra di Venezia, proprio ieri in un’intervista al Corriere della sera ha annunciato che lui andrà in controtendenza. Stop al festival-moloch, quest’anno al Lido ci saranno solo 50 film in tutto, qualcosa di assimilabile, dalle dimensioni non più disumane, con taglio netto e senza pietà di alcuni rami come il famigerato Controcampo Italiano (era ora). Locarno e Venezia, separati da poche settimane e con strategie divaricate (e con budget molto simili: 10,5 milioni di euro Locarno, 12 Venezia). Chi ha ragione? Lo diranno i risultati. La mia impressione è che Barbera abbia coraggiosamente intercettato lo Zeitgeist, che oggi è quello, in ogni campo, di ridurre, asciugare, essenzializzare.

‘Leviathan’ (Concorso Internazionale)

Molta Italia di ieri, poca di oggi. Se Olivier Père ha ricordato la nonna italiana, il presidente Marco Solari ha ribadito ieri in conferenza stampa e sottolineato con forza l’italianità del festival, che è espressione e massimo evento culturale della Svizzera italiana, che ha per lingua ufficiale l’italiano. Ci ha ricordato che un italiano, Vinicio Beretta, è stato il primo direttore, e come al nascente festival abbia dato subito una connotazione peculiare (“Venezia è venuta prima, ma era anche una vetrina politica. Locarno invece fin dall’inizio ha voluto privilegiare i contenuti, un cinema libero da ogni condizionamento politico ed economico”). Ci ha detto anche, e non lo sapevamo, ed è stato bello scoprirlo, che il vero ispiratore fu Filippo Sacchi, il ciritico cinematografico del Corriere della sera, antifascista rifugiatosi dopo il ’43 proprio a Locarno, e fu nel cenacolo di intellettuali svizzeri raccolti intorno a lui che nacque l’idea del festival. Père ha sottolineato come ci sia in questa edizione molta Italia nei vari omaggi: a Pozzetto, a Ornella Muti, ad Alain Delon (“anche se è francese, ha lavorato molto con registi italiani, Visconti, Zurlini, Antonioni”, e difatti verrà proiettato Rocco i suoi fratelli). Ottimo, siamo contenti e pure orgogliosi. Però è l’Italia di ieri, di quella di oggi non c’è quasi traccia. Nessun film in Cineasti del presente (l’anno scorso c’era L’estate di Giacomo, che poi avrebbe vinto), solo uno nel Concorso internazionale, quel Padroni di casa dell’attore-regista Edoardo Gabbriellini di cui molto si sta parlando per la presenza nel cast di Gianni Morandi accanto al duo Elio Germano-Valerio Mastandrea e Valeria Bruni Tedeschi. Basta, non c’è altro. Che non fosse aria lo si era capito fin da quando si annunciarono i nomi dei giurati: nessun italiano nella giuria del Concorso, nessuno in quella di Cineasti del presente, mentre l’anno scorso c’era gente di peso come Luca Guadagnino e Michelangelo Frammartino. Non credo proprio si tratti di malanimo verso il nostro paese, è che le mancate convocazioni riflettono lo stato attuale del nostro cinema, che è quello che è, senza contare poi che i nostri autori preferiscono tenersi i film per Venezia piuttosto che andare a Locarno (e magari sbagliano). L’impressione comunque è che il baricentro di Locarno, inteso come festival, si stia spostando progressivamente verso Parigi.

Il giapponese ‘Playback’ (Concorso Internazionale)

Vocazione cinefila, film di frontiera. Mai come quest’anno Locarno esibisce la sua identità di festival aperto al nuovo, al poco visto e conosciuto, conferma la sua vocazione a esplorare linguaggi e contenuti, a inoltrarsi in marche di frontiera: ci saranno molti esempi di un cinema che mescola finzione, documentario, ricerca artistica, ha assicurato Olivier Père in un’intervista. Le due sezioni competitive lasciano abbastanza basiti per la lista di nomi ignoti o comunque poco noti che ci mettono sotto gli occhi. Inutile cercare indizi, si dovrà andare a vedere e verificare sul campo il buono, l’ottimo e il meno buono. Un festival che somiglia a una serie di appuntamenti al buio, non sai cosa ti tocca, ma questo è sempre stato il bello di Locarno, poche certezze e molte scommesse. Qui da sempre si fa dello scouting, si vanno a cercare autori da lanciare, non ci si adagia nel consolidato. Il che richiede a chi ci va come spettatore o addetto ai lavori grande disponibilità e l’abbandono di ogni pigrizia. Nel concorso internazionale dominano i film americani: 6 su 19, in prima internazionale ma non mondiale, perché già presentati al Sundance e ad Austin, l’altro basilare festival di cinema indie. Gli altri film sono invece quasi tutti in prima mondiale, vengono da Francia, Spagna, UK, Latinoamerica, c’è una forte presenza dell’Asia, però quasi niente dall’Est Europa e proprio niente dal Sud Mediterraneo e dal Levante (zero titoli balcanici, turchi, arabi).

‘Bachelorette’ con Kirsten Dunst (Piazza Grande)

Una Piazza Grande meno mainstrem, ma con gli stripper di Magic Mike. Il rito di Locarno par excellence è la proiezione serale sotto le stelle e su maxischermo, il più grande d’Europa, e non è un’esagerazione. Platea di ottomila e più posti, un pubblico così affezionato al suo festival da non mollare neanche quando piove (si ripara con gli ormai tradizionali impermeabili gialli), e vi assicuro che vedersi un film proiettato su quell’enorme telone bianco è un’esperienza, qualcosa che ti riporta al senso di meraviglia del cinema primigenio. Il rigore autorial-intellettuale delle sezioni del concorso di solito si attenua un po’ nel programma della Piazza, in passato si son visti molti blockbuster americani in anteprima europea, l’anno scorso, per dire, Super 8 e Cowboys vs. Aliens. Quest’anno il programma sembra meno mainstream. Il massimo del popolare è Magic Mike, il film sullo spogliarello maschile di Steven Soderbergh che sta incassando in America una montagna di dollari. Non interverranno però in Piazza Grande, né nudi né vestiti, i due interpreti Matthew McConaughey e Channing Tatum. Difficile anche che venga Antonio Banderas, di cui sarà proiettato Ruby Sparks, il ritorno al cinema del team d’autori di Little Miss Sunshine (nel cast c’è anche Annette Bening). Altri film di buon appeal sono Bachelorette con Kirsten Dunst, il francese Quelques heures de printemps di Stéphane Brizé con Vincent Lindon (lui ci sarà) e Emmanuelle Seigner e Camille redouble della giurata Noémie Lvovsky, già visto a Cannes alla Quinzaine. Spettacolo garantito con l’hongkonghese Motorway, e però il film forse più interessante della Piazza è No del cileno Pablo Larrain, accolto alla Quinzaine a Cannes dall’entusiasmo dei giornalisti di tutto il mondo, americani compresi.

Gael Garcia Bernal in ‘No’ di Pablo Larrain (Piazza Grande)

Signore e signori illustrissimi. Selva di omaggi e premi a nomi grandi del cinema. Di Johnnie To, Alain Delon, Leos Carax, Ornella Muti, Renato Pozzetto si è detto. Aggiungete Charlotte Rampling premiata alla carriera, di cui verranno riproposto Il portiere di notte e Sotto la sabbia di Ozon, ma che vedremo anche in I, Anna (già presentato a Berlino) diretta dal figlio Barnaby Southcombe. Mai riconoscimento fu più azzeccato. Il premio però più eccentrico e meno prevedibile resta quello a Harry Belafonte, che presenterà Sing Your Song e che rivedremo in Carmen Jones nella retrospettiva Preminger. (Sono dell’idea che la quantità dei riconoscimenti alla carriera – pur se chiamati in vario modo – sia eccessiva e svaluti i più importanti).
Dino Risi inedito e la primissima Lucia Bosè. Non se ne conosceva l’esistenza, finché non sono riemersi quasi per caso dagli archivi della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano: cinque corti inediti girati da un Dino Risi agli esordi tra il 1946 e il 1948, che verranno presentati a Locarno completamente rimessi a nuovo. Intanto ieri come assaggio in conferenza stampa ne è stato proiettato uno ancora pre-restauro, dunque tremolante e con sonoro fuori sincrono, ma di gran suggestione. 1848, girato da Risi con la collaborazione di Alberto Lattuada e Giorgio Strehler (però), rievoca le Cinque giornate antiaustriache di Milano, e l’emozione forte è vedere una Lucia Bosè alla sua prima apparizione cinematografica nella parte di un’intrepida barricadiera con la baionetta. Una Bosè scarmigliata, eppure già di una bellezza da lasciare senza fiato.

Harry Belafonte (Pardo alla carriera) con Dorothy Dandridge in ‘Carmen Jones’ di Otto Preminger.

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