Film classici stasera sulle tv gratuite: LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO**** di Elio Petri (lunedì 16 luglio 2012)

La classe operaia va in Paradiso ****, Iris, ore 22,55.
Datato? Altrochè. Quasi un fossile di quell’era operaista (che non vuol mica dire filo-operaia, anzi) in cui fu realizzato, messinscena in forma di esemplare parabola di una abbastanza truculenta visione ideologica. Tema: la fabbrica come alienazione e madre di ogni degenerazione socioesistenziale (mica come oggi che la si vede perlopiù come produttrice di ricchezza). Con una sceneggiatura così didascalica da sembrare un libello. Ludovico (Massa di cognome, ad alludere all’uomo-massa e all’operaio-massa, non so se mi spiego), detto Lulù, è in una qualsiasi fabbrica del Nord industriale uno stakanovista che sa lavorare a ritmi infernali, preda di una sorta di raptus che lo rende amato dai padroni e odiato dai compagni, costretti a conformarsi ai suoi ritmi folli. Intanto la contestazione serpeggia dentro e soprattutto fuori dai cancelli, grazie ai soliti sudenti post-sessantottini assai marxisti e pure marxisti-leninisti, vale a dire maoisti, se è per questo. Un giorno Lulù ci lascia un dito sulla catena di montaggio, si risveglia e, come si diceva allora, prende coscienza (di classe). Passerà dalla parte antipadronale. Ma non sarà lo stesso così semplice per lui. Finirà in delirio. Ora, che dire oggi di fronte a una storia così ossificata e incapsulata nel suo tempo, che era poi il rovente 1971? Che non la si può più reggere. Però. Però dietro la mdp ci stava il signor Elio Petri, uno dei registi più puri della storia del nostro cinema, uno che i testi li usava come pretesti per dare corpo alle sue ossessioni, in uno stile furibondo, cattivo, urlante, iper espressionista, grottesco, teso alla deformazione, ultra realista che ne faceva e fa un unicum tra gli autori italiani. Adesso La classe operaia va in paradiso è da vedere come virtuosistica esibizione autoriale, quasi muscolare, di Petri e in questo resta un film grande, grandissimo. Paolo Sorrentino gli deve, a mio parere, molto. Titanica interpretazione, anzi mostruosa in ogni senso, di Gian Maria Volontè quale Lulù, che riporta su scala operaista l’istintualità, la muscolarità mattatoriale, il furore, anche la ferinità dei suoi memorabili character negli spaghetti-western. Accanto a lui una Mariangela Melato che allora non sbagliava un colpo, assestandosi definitivamente a icona femminile del nostro cinema anni Settanta. Più Salvo Randone, talismano e attore-feticcio di Elio Petri fin dai tempi di I giorni contati (film che ho appena visto, restaurato, in Cineteca: film importante, ma non così grande come l’esordio di Petri, L’assassino). Palma d’oro a Cannes ex aequo con un altro nostro film, Il caso Mattei di Francesco Rosi. Che tempi, per noi italiani.
La valutazione in asterischi:
* pessimo, da evitare
** evitabile
*** vedibile
**** da vedere
***** indispensabile

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Una risposta a Film classici stasera sulle tv gratuite: LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO**** di Elio Petri (lunedì 16 luglio 2012)

  1. tillneuburg scrive:

    È vero: vedere oggi questo film è come sfogliare un Album Panini dei buoni e dei cattivi, dei venduti e dei coglioni. Dal Sessantotto erano passati solo 3 anni. I pugni chiusi, le occupazioni, il ciclostile, erano i paroloni d’ordine del giorno. I Beatles non erano ancora i Fab Four (che sarebbero piaciuti anche alle mamme), ma solo i “Capelloni”. Ugo Pirro era lo sceneggiatore più coerente dell’impegno e anche qui (dopo Achtung Banditi!, Jovanka e le altre, Il processo di Verona, Lutring, A ciascuno il suo, Il giorno della civetta, L’amante di Gramigna e soprattutto Indagine su un cittadino…), aveva scritto un pezzo di storia italiana di straordinaria lucidità, forza e onestà. Strano a dirsi, ma verificabile stasera, a parte la Melato, Randone e il protagonista del film, gli altri recitavano da cane. La fotografia di Kuveiller era da cinegiornale. Ma, a parte l’eccezionale soggetto, la sceneggiatura e la musica di Morricone, quel film è soprattutto un monumento cinematografico di livello mondiale, grazie alla recitazione incredibile di Volonté.

    Stiamo parlando di un attore che aveva letteralmente cambiato il modo di stare dentro un film – uno dei grandissimi da citare assieme a Erich von Stroheim, Louis Jouvet, James Dean, Humphrey Bogart, Marlon Brando, Orson Welles, Toshiro Mifune, Jack Nicholson, Dustin Hoffman, Robert DeNiro, Takeshi Kitano, Gene Hackman, Leonardo DiCaprio, Antony Hopkins, Javier Bardem, Philip Seymour Hoffman. Se pensiamo a Volonté, pensiamo a ben 66 persone completamente diverse l’una dall’altra: spacconi, giudici, operai, teppisti, predicatori, industriali, gangster, intellettuali, militanti, pistoleros, pervertiti, giornalisti, buffoni, soldati, artisti, politici, poliziotti, religiosi, rivoluzionari… tutti rappresentati e raccontati con una forza e un’intensità che dalle nostre parti non s’era mai visto prima.

    Era maniaco, modesto, rompiballe, timido. Studiava e approfondiva non solo la sua parte nei minimi dettagli (come usano alcuni dei suoi colleghi americani), ma voleva anche capire tutto sui luoghi, sull’epoca, sul contesto. Era un antropologo, un autentico studioso. Un uomo esigente, snervante, difficilissimo, ma anche profondamente umano, generoso. Per tutti i colleghi che l’avevano conosciuto in teatro o su un set, era – ed è rimasto, – il più grande.

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