Recensione: CONTRABAND poteva essere un noir bello e insolito, e invece

Contraband, regia di Baltasar Kormákur. Con Mark Wahlberg, Kate Beckinsale, Ben Foster, Giovanni Ribisi, Diego Luna. Al cinema da mercoledì 25 luglio 2012.
Chris ha messo la testa a posto e messo su famiglia, ma deve tornare al contrabbando per togliere dagli impicci il giovane cognato. Film della serie ‘il passato (soprattutto se fosco e colpevole) non ti molla mai’, che parte non male, in uno scenario insolito come New Orleans, il suo porto, i suoi loschi traffici. Poi il motore narrativo si ingrippa e il film rovina nell’inverosimiglianza. Peccato, occasione buttata. Mark Wahlberg bravo e laconico e sempre più simil-Eastwood. Voto 5 e mezzo

Chris Farraday nel mondo del contrabbando è una leggenda, riusciva a far passare perfino le Ferrari (“semplice”, spiega a chi gli chiede come facesse, “le svuotavi dei componenti prima che le sequestrassero, poi quando le vendevano all’asta il ciente le comprava per pochi dollari e ci aggiungeva le parti mancanti”). Il suo teatro d’azione era il porto di New Orleans, container rugginosi in arrivo e in partenza per i Tropici e il Centro America, porta aperta degli Stati Uniti sul perigliosamente esotico universo caraibico, traffici di ogni tipo su cargo con ciurme d’ogni paese pronte a tutto, armi, droga, qualunque cosa su cui si possa guadagnare. Poi ha deciso di ritirarsi, mettere la testa a posto. Adesso poi che ha famiglia, bella moglie di modi, pretese ed eleganza borghesi e due figli, Chris è un altro, niente più faccende illegali, non se ne parla proprio. Invece. Invece, secondo l’inesorabile legge del noir, quando decidi di ritirarti c’è qualcosa che tira all’indietro, ti trascina al passato, al peccato, al crimine e all’illegalità. Così è anche in questo Contraband, ovvio. Chris (Mark Wahlberg, sempre più clint-eastwoodesco, sempre più laconico e pure iconico) deve tornare al contrabbando perché ha bisogno di soldi, tanti e subito, per togliere dai guai il cognato giovane e cretino che, non avendoci le palle, ha messo su un traffico di coca finito male, e il boss gliel’ha giurata. Un boss psicopatico che ha le isterie di Giovanni Ribisi, che in fatto di demenza e alterazioni sembra ripetere qui il proprio personaggio di The Rhum Diary. Così Chris affida la famigliola al miglior amico Sebastian e se ne parte per Panama con un gruppo di fidati complici, l’obiettivo è di prendere lì un bel carico di dollari falsi e importarli a New Orleans. Chiaro che non sarà così facile. Le cose a Panama incominceranno ad andare storte, e da quel momento disastri, colpi e colpacci di scena si susseguiranno. Perfino un Pollock avrà la sua parte nell’intrigo. Ora, Contraband nella sua prima parte non è niente male, se quella del fuorilegge pentito costretto di nuovo al malaffare è storia vecchia e stravista, così vecchia da essere archetipica, lo scenario in cui i protagonisti si muovono è abbastanza insolito. I porti, con quel senso di extraterritorialità e di extralegalità che comunicano, terra di nessuno sospesa tra bene e male dove ogni norma e regola sembra revocata, sono uno splendido sfondo cinematografico, ma poi non così sfruttato dal cinema, almeno dal cinema recente, come meriterebbe. Qui siamo a New Orleans, ma potremmo essere in un qualunque snodo e hub marittimo in ogni parte del mondo. Difatti Contraband è il remake di un film islandese, Reykjavík-Rotterdam, che si muoveva tra Olanda e sempre remota Islanda, remake diretto (bene, bisogna dire, con asciuttezza e ottimo seno del ritmo) stranamente non dal regista dell’originale, ma dal suo protagonista, che di nome fa Baltasar Kormákur. Il trapianto dai freddi mari del Nord Europa alla Louisiana non sembra risentire del cambio di latitudine, e i paesaggi portuali, le navi dei contrabbandieri e gli scafi dei guardiamarina che danno loro la caccia restano assai simili e di simile suggestione. Produce Mark Wahlberg, cui il copione è piaciuto parecchio e ha subito messo i soldi e il suo potere di star nell’impresa. Si incomincia, pur nella convenzione del genere, molto bene, poi il motore narrativo si ingrippa a Panama, alle prese con la latinità e i narcos sballati e folli, il racconto di colpo si complica, impazzisce, perde ogni logica. Nell’ansia di lisciare il pelo e attirare l’attenzione del pubblico drogato di popcorn e di effettacci speciali si cade nell’equivoco di accumulare fatti, azioni, giravolte, capovolgimenti, il tutto a una velocità eccessiva anche per un cinema supercinetico e sovreccitato e alterato come l’attuale. Il peggio è che l’inverosimiglianza sale ai livelli di guardia e li oltrepassa abbondantemente, e il nostro Chris da eroe malinconico e ombroso del milieu semilegale di New Orleans si trasforma in una sorta di super eroe incontenibile e inattendibile. Il film, all’inizio così attento al suo protagonista e al suo senso dell’onore, alla sua virile, bogartiana visione del mondo, lo costringe a de-umanizzarsi, a meccanizzarsi in piccolo terminator invincibile. Così il film affonda. Non sfrutta nemmeno adeguatamente il tema, sempre bello e alto, dell’amicizia ingannata. Peccato, peccato davvero. Poteva essere un noir con un qualcosa di anticamente melvilliano, qualcosa dei vecchi polar francesi-marsigliesi, invece finisce coll’autodistruggersi trasformandosi in qualsiasi popcorn-movie. Kate Beckinsale, come moglie di Chris cui ne capitano di ogni, è al solito bravina e caruccia, ma anche stavolta hai l’impressione che non ce la faccia a fare il salto nella massima serie.
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