Locarno Festival 2012. Recensione: ‘LEVIATHAN’, un documentario che si fa racconto di un’apocalisse marina

Leviathan, un documentario di Lucien Castaing Taylor e Véréna Paravel. Presentato nella sezione Concorso Internazionale. Gb/Usa/Francia 2012.

Era molto atteso, e non ha deluso. Un documentario anomalo che ci mostra una pesca nelle acque del Nord, con la cinepresa che affonda negli abissi, si insinua tra pesci e molluschi, percorre ogni anfratto della barca, surfeggia sulle onde. Uno spettacolo darwiniano di prede e predatori, pesci squartati e massacrati, umani ridotti alla loro primitiva bestialità. Potente. Voto 7 e mezzo
Alla fine, quando scorrono i titoli di coda, tra gli interpreti appaiono anche i nomi dei pesci, i nomi scientifici, quelli da testo di zoologia in latino un po’ buffo e pomposo. Ecco, pensavo di aver visto di tutto, ma un film con i pesci promossi ad attori principali no, non mi era mai capitato (però nel meraviglioso Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, il più bel film italiano degli ultimi quattro-cinque anni, c’è una capretta che avrebbe meritato se non l’Oscar almeno un Nastro d’argento, un David di Donatello, e non sto mica scherzando). I pesci-attori dan subito l’idea si quanto sia fuori-schema e fuori-rango questo Leviathan, titolo dalle bibliche pretese e promesse (mantenute) che allude a un che di mostruoso e apocalittico. Difatti. Prendendo a prestito linguaggi, tecniche e stili, e anche codici, del documentario, i due registi compongono una lunga scia di visioni e incubi, tracciano la registrazione e la memoria visiva di un viaggio all’inferno, che qui sono il sopra e il dentro la profondità degli abissi marini. Un pescherecchio in un mare che si suppone nordico (le note del film la buttano letterariamente sull’abbiamo girato nei mari del Pequod di Melville, mah), con cineprese che si calano insieme alle reti, accompagnano i movimenti dei pesci, cineprese che catturano il proprio oggetto e vi si confondono  – seguendo il movimento della barca e di chi ci lavora, degli attrezzi e degli animali pescati – nel completo abbattimento di ogni confine tra l’occhio che riprende e ciò che viene ripreso. Operazione non nuova, ma qui radicalizzata. Quello che poteva essere un qualunque doc sulla pesca d’altura in acque gelide diventa esperienza di, e immersione in, un mondo preumano e post-umano dove solo il biologico conta, mondo dominato da una battaglia darwiniana di prede e predatori, uccisioni, sopravvivenze, squartamenti, dilaniamenti. La prima sequenza non la si può più dimenticare. Funi, catene, clangori, luci inermittenti, boati, lampi, qualcosa che si cala nel mare notturno, qualcosa che viene issato a bordo, onde, spruzzi, anche pioggia, un senso di lurido, di massacro, di fine della vita e del mondo, o forse convulsioni di un ricominciamento, chissà. Ogni visione di insieme ci viene preclusa, ci vengono concessi solo brandelli di realtà, frammenti scomposti, come in un delirio, come in un labirinto di immagini. Poi arrivano i pesci, imprigionati in grandi reti a maglie ferree e rovesciati su piani metallici che sono il luogo della tortura, del massacro, dell’agonia, del sadismo. Macchina da presa che si inoltra, si insinua, pesce tra i pesci, mollusco tra i molluschi, a registrare gli spasmi di chi sta per morire, di chi nonostante tutto si ostina a vivere, e le forme aberranti, mostruose, le ammucchiate gelatinose, le scie sanguinolente. Vediamo degli umani, ne vediamo solo le braccia tatuate (con sirene!), le nuche, le mani che afferrano uncini e con quelli sollevano pesci e li squartano, li sistemano in ceste, buttano via quel che non serve. Umani ridotti pure loro al biologico, cioè animali tra gli animali, predatori di prede (e a lora volta possibile prede di altri predatori). Non ci sono parole, dialoghi, solo voci distorte dal vento, dalla tempesta, nessuna voce fuori campo a spiegarci. Davvero l’Apocalisse sembra aver inizio in un questa dannato braccio di mare. Le creature del mare eviscerate, decapitate, scorticate, torturate finiscono nella stiva, altre verranno ributtate in acqua. Fiotti di sangue sgorgano dagli scoli, nugoli di uccelli (gabbiani?) volano sinistri in attesa di buttarsi sugli scarti galleggianti. Uno dei marinai viene ripreso in tempo reale mentre si abbiocca e cade addormentato. È il massimo concesso agli umani in questo film, e l’umano non ci fa una gran figura. Leviathan forse è troppo dilatato, forse è ridondante, forse un editing deciso avrebbe aiutato. Ma resta una grandissima riuscita, e rispetta in pieno quello che è il mandato di questo festival, quello di esplorare il cinema e con il cinema. Certo, Leviathan molto deve a un corto presentato proprio qui a Locarno l’anno scorso, e poi arrivato anche al Milano Film Festival, Almorado Vermelha, girato dai due registi portoghesi João Rui Guerra da Mata e João Pedro Rodrigues che quest’anno hanno portato il miglior film a oggi del concorso, L’ultima volta che vidi Macao. Del mercato del pesce di Macao raccontava Almorado Vermelha, trasformando il semplice documentario in galleria di orrori, narrazione fantastica e mostruosa, con il suo insistere ipnotico sulle creature del mare anche lì tagliate, smembrate, decapitate. Forme surreali, spasmi di vita e di fine vita. Pesci tagliati a metà e anche meno che si ostinano a vivere, a muoversi, a cercare una impossibile sopravvivenza. Immagino che Leviathan sia stato concepito e in parte realizzato prima dell’uscita di Almorado Vermelha, però le analogie sono forti e abbastanza impressionanti.

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