Locarno Festival 2012. Recensione: LOS MEJORES TEMAS è un altro film messicano al limite estremo (come Reygadas)

Los Mejores Temas (Greatest Hits), regia di Nicolás Pereda: Con Teresa Sanchez, Gabino Rodriguez, Luisa Pardo, José Rodriguez, Luis Rodriguez. Messico 2012. Presentato nella Sezione Concorso internazionale.
Il primo quarto d’ora è occupato da un tizio che riete ossessivamente una lista di titoli di canzoni. Poi quando una storia sembra delinearsi ecco che i personaggi si sdoppiano, la narrazione si frattura. Contorsionismi avanguardistici, neoprirandellismi. Un film messicano che ripete qui a Locarno l’effetto su Cannes di un altro pazzo film messicano, Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas. Però stavolta c’è un tasso minore di arroganza e il film potrebbe andare lontano. Voto 7

Se Cannes aveva il suo film messicano dello scandalo, quello che o lo ami o lo odi, insomma il già famoso e pure famigerato Post Tenebras Lux di Carlos Reygadas, qui a Locarno il cinema messicano replica con un altro flm da perderci la testa, personaggi che compaiono e scompaiono, fratture narrative, scene duplicate secondo il principio della ripetizione differente, incongruenze. Insomma, di quelle opere che non si sa se siano la prefigurazione di un cinema futuro o una bufala colossale. Stamattina alla conferenza stampa son riuscito appena a intravedere il regista Nicolás Pereda, giovane, apparentemente un ragazzetto, considerato comunque in patria e nel circuito dei festival uno dei nomi da tenere d’occhio del cinema messicano insieme a Gerardo Naranjo, e già semiconsacrato con una restrospettiva organizzata dall’Harvard Film Archive. Ieri il suo Los mejores temas (Greatest Hits) è stato il primo film del Concorso internazionale a essere proiettato alla stampa e siccome in contemporanea c’era la festa di inizio festival eravamo in pochi lì a vederlo, ed è pure serpeggiato il sospetto che la non favorevole collocazione fosse dovuta alla voglia di non farlo troppo vedere in giro. Non è vero, ovvio, però la voce potrebbe contribuire insieme al resto a creare una piccola leggenda di eccezionalità intorno a questo film e trasformarlo in culto e oggetto di devozione cinefila. Così anomalo che potrebbe molto piacere al presidente di giuria, pure lui autore di un cinema eccentrico con slittamenti surreali, il thailandese Apichatpong Weeresethakul, Palma d’oro a Cannes 2010 con Zio Boonmee. Dunque, per il primo quarto d’ora assistiamo, abbastanza esasperati, al ventottenne Gabino che in una miseranda casa messicana ripete ossessivamente i titoli di famose (in Messico) canzoni d’amore. Mamma Teresa controlla che siano esatti, quando Gabino si imbroglia gli suggerisce il titolo corretto. Curiosità: tra i titoli ripetuti compulsivamente ci sono, in spagnolo, pure due pezzi nostri, Non voglio mica la luna e Vivo per lei. Così Fiordaliso finisce nel cinema avanguardista messicano, e a questo punto non meravigliamoci più di niente. Scopriremo solo più tardi che Gabino smercia nel metrò cd taroccati con le più famose canzoni d’amore e dunque deve sapere a memoria i titoli. In effetti per un bel po’ brancoliamo nel buio. Arriva un uomo, Emilio, che dice essere il padre di Gabino, e si scusa con lui e con Teresa per non essersi fatto vivo per anni e anni. Si scusa anche con un altro ragazzo, Paco, e una ragazza, Luisa. Ma sono i fatelli di Gabino? O i fratellastri? Oppure Luisa è la fidanzata di Gabino? Emilio è davvero il padre? E visto che racconta al ragazzo di quando la madre morì, chi è allora Teresa? Mica finisce qui il casino. A un certo punto il primo Emlio scompare e entra in scena un altro Emilio, che pure lui racconta la storia del sono stato via per quindici anni, adesso son tornato e perdonatemi. Però quanto racconta è abbastanza diverso. Nelle note allegate al film si legge che Nicolás Pereda a un certo punto ha cambiato attore per lo stesso personaggio, senza però fornirci ulteriori lumi. C’è perfino una scena in cui una voce esterna (il regista?) interroga i suoi personaggi. Insomma, ci siamo capiti, no? Si prende una storia e la si scompone e ricompone, la si rivolta, la si decostruisce, si definiscono e ridefiniscono i caratteri, le identità sono cangianti e danno vita a plurime e contraddittorie scene. Rispecchiamenti, ebbene sì pirandelliani, tra vita e finzione: i tre personaggi principali hanno lo stesso nome degli attori che li interpretano (o viceversa), forse quello che vediamo ha anche qualcosa a che fare con le loro esistenze, chissà, non ci è dato sapere. L’effetto di spaesamento e di irritazione è lo stesso che ci colse a Cannes di fronte a Reygadas. Vecchi avanguardismi, certo, che però conservano un certo potere seduttivo, non c’è che dire. Qui l’operazione è meno irritante che in Post Tenebras Lux, l’impressione è che Pereda cambi i punti di vista e perfino i personaggi in corsa non per voluttà sperimentalista fine a se stessa o per narcisisimo autoriale, ma cerchi tenacemente di arrivare a una possibile verità umana, a un qualcosa che sappia restituirci il senso perduto di certe vite. L’impressione è che la cerebralità anche arrogante di Reygadas qui lasci il posto a una sincera ricerca di un qualche senso. O forse è l’autoconsolazione, anche l’autoinganno che può cogliere lo spettatore dei festival spossato da film così.

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