Locarno Festival 2012. Recensione. THE SWEENEY è il più bel noir dai tempi di ‘Drive’

Locarno Film Festival, giovedì 2 agosto 2012.

The Sweeney, regia di Nick Love. Con Ray Winstone, Ben Drew, Hayley Atwell. GB 2012. Presentato nella sezione Piazza Grande.
Gran bella sorpresa questo noir teso, lurido e cattivo. Con poliziotti che non esitano a praticare il Male per combattere il Male. Discesa in un inferno metropolitano a ritmi concitati e con altissimo stile. Il crime migliore degli anni recenti dopo Drive di Refn. Voto 7+

Il regista Nick Love (a sinistra) e il protagonista Ray Winstone in PIazza Grande

Tra le cose viste nei primi due giorni di proiezioni stampa, il film migliore, insieme al discutibile, irritante, urticante però meritoriamente provocatorio e non-mainstream Los Mejores Temas del messicano Nicolás Pereda. Un crime-noir di produzione inglese, questo The Sweeney, che ha il segno sporco, luridissimo dei più cattivi e sconvenienti poliziotteschi, quelli con gli agenti carogna incarnazione di tutti i mali però bravi come nessuno contro i delinquenti e pure capaci di bagliori ultimi di umanità e lealtà. Una Londra notturna di mille luci e con un serpentesco, inquietante Tamigi ad attraversarla, una città ripresa dal cielo simile a un’astronave in cerca di allunaggio, fantasmagoria luminiescente che somiglia a tutte le peggiori metropoli-trappole viste al cinema, la Los Angeles di Collateral, la Tokyo di Enter the Void,la città futura di Blade Runner. Il giorno ha sempre la luce livida dell’alba, sparatorie e inseguimenti e amazzamenti si svolgono in location-landmark come Trafalgar Square, eppure vuote, spettrali, fantasmatiche. Come se un metafisico alla De Chirico avesse ridisegnato la città a uso del film. Il regista Nick Love, di cui poco sappiamo, mostra di avere stile al massimo grado, racconta bene una bella storia e la mette in pagina ancora meglio. The Sweeney – è il nome della squadra volante di poliziotti londinesi sempre pronta a intervenire là dove il crimine peggiore e più selvaggio colpisce – è una gran bella sorpresa di questo Locarno e il noir più bello degli anni recenti dopo Drive di Refn. Jack Regan è il capo della squadra, imponente e minaccioso come il Quinlan di Orson Welles, prototipo evidente di riferimento. Uno dell’idea che per prendere i criminali devi essere come loro, dunque non si risparmia nulla. Mena con mazze da baseball, se necesario uccide, ricorre a interrogatori diciamo pesantucci, è pure disonesto e se gli capita di sventare una rapina e mettere le mani sul malloppo di lingotti e placche d’oro, se ne tiene un po’ per sè tanto per arrotondare e concedersi qualche sfizio. I suoi ragazzi li comanda e li domina con una peruasione che somiglia al plagio e se necessario con la forza e la minaccia, anche se ha un occhio di riguardo per il più giovane Carter, bravo come lui ma un po’ meno cattivo di lui, che si coccola come possibile erede. La poliziotta bella e tosta è la sua amante, anche se è sposata al capo degli affari interni che a Regan l’ha giurata e non vede l’ora di incastrarlo e sbatterlo fuori dai ranghi. Chiaro che la suqadra diventa una variabile fuori controllo, sicchè decidono di normalizzare Regan, di togliergli divisa e pistola e sbatterlo poi perfino in galera. Però. Però c’è un serbo sadico in giro che semina il terrore, rapine cruente una dopo l’altra, e la suddetta tigre balcanica ha pure la brutta abitudine di ammazzare a freddo i testimoni. Succede anche con una ragazza, durante un colpo, e Regan non si dà pace, deve bloccare quel sadico. Dovrà combattere contro tutti, contro la banda e contro chi all’interno della polizia lo vuole far fuori. Scorreranno ettolitri di sangue, buono e cattivo, ma immaginate come andrà a finire. Ritmo altissimo, montaggio che non dà scampo, insomma confezione all’altezza del miglior noir metropolitano contemporaneo. Adattando una serie tv, Nick Love prende a prestito da molti (Micahel Mann, il noir hongkonghese, lo Scorsese di The Departed, il polar di Olivier Marchal tipo 36 Quai des Orfèvres, naturalmente anche il Refn di Drive). Quello che viene fuori è non solo un magnifico action che si segue sussultando e senza un attimo di requie, ma una discesa in uno di quegli inferni in cui ogni legge è sospesa, dove il male si oppone al bene ma qualche volta lo incontra e gli si sovrappone. Uno di quei film, che con il pretesto del cinema di genere, affonda nel sottosuolo pernennemente barbaro del nostro Occidente e ti mette di fronte all’incoercibile esistenza e virulenza del selvaggio. Ray Winstone gigantesco, orsonwellesiano. Qualche incongruenza (la facilità con cui Regan esce di galera), ma sono difetti minimi in un gran film.

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