Locarno Festival 2012. Recensione: COMPLIANCE e i suoi volonterosi carnefici (un film che tratta un tema importante, ma lo butta via per inverosimiglianza)

Compliance, regia di Caig Zobel. Con Ann Dowd, Dreama Walker, Pat Healy, Bill Camp. Usa 2012. Presentato nel Concorso internazionale (in corsa per il Pardo d’oro). Voto 5
Come persone perbene si possono trasformare in ottusi e acritici esecutori degli ordini peggiori. Compliance dice di ispirarsi a un caso di cronaca e si pone ad allarmante apologo sull’uomo-massa e su come lo si possa manipolare.
Spunto molto interessante e anche importante, peccato che il film si perda in una sceneggiatura piena di buchi cui non riusciamo proprio a credere.

Film ambizioso, che mette in campo un tema strepitosamente interessante, quello dell’adesione degli uomini e delle donne comuni a un sistema di pressione autoritario. Così le vittime nei lager diventatavano kapò e complici. Così negli anni più bui dello stalinismo ogni fino a quel momento onesto cittadino se costretto (o blandito) diventava un informatore e scovava vittime e capri espiatori. Così in certi laboratori universitari oggi si conducono test sul grado di carogneria, di sadismo, di sopraffazione cui una persona cosiddetta normale può arrivare in circostanze che normali non sono. Ognuno di noi cova in sè qualcun altro, un piccolo ignobile essere pronto a dire di sì agli ordini peggiori, a non ribellarsi nemmeno di fronte alle richieste più infami, a trasformarsi in aguzzino. Aleggiano ancora i vecchi studi dei francofortesi Horkheimer e Adorno sulla personalità autoritaria, studi che cercavano di capire come nazioni di alta e secolare civiltà quali Italia e soprattutto Germania avessero partorito nel Novecento i mostri del totalitarismo e asservito le menti dei loro popoli, riplasmandole come cera. La sto facendo lunga, per parlare di un film tuttosommato inferiore alle sue ambizione, che azzecca l’intuizione di partenza ma poi la spreca con una sceneggiatura dai troppi buchi, con snodi narrativi assolutamente inattendibili. Dunque: siamo in un fastfood suburbano dell’Ohio, America qualunque di hamburger, bacon e patatine fritte a tonnellate. Una di quelle fabbriche dell’obesità di massa dislocate in ogni sprofondo Usa. Arriva alla capa, la solerte Sandra sempre un po’ troppo ansiosa che qualcosa non funzioni sul lavoro, una telefonata da parte di un tale Daniels, agente di polizia: la vostra cassiera, quella biondina di nome Becky, ha rubato dei soldi a una cliente, la cliente è qui, infuriata, ho già parlato con il responsabile della vostra catena di fastfood e l’ho informato della faccenda, mi ha detto di procedere pure. E scandisce a Sandra una serie di ordine: Becky va tolta dal suo posto, messa e sorvegliata in un luogo sicuro, perquisita molto, molto accuratamente alla ricerca del denaro che di sicuro ha rubato e dunque nascosto. Si controllino nell’armadietto le sue cose, non la si molli un momento in attesa che lui arrivi con la sua squadra, intanto è a casa del fratello della ragazza, inguaiato per cose di marijuana. Sandra, che è una brava donna, pur perplessa, esegue scrupolosamente. Daniels dall’altro capo del filo non le dà tregua, alza man mano le sue richieste, minaccia sempre più pesantemente Becky e la stessa Sandra nel caso non collaborasse, la richiama al suo dovere di buona cittadina. Ordina di spogliare la ragazza, di controllare tutti i suoi indumenti, sì, bisogna toglierle anche l’intimo, anche lì si potrebbe nascondere qualcosa. Sandra continua a dire sì e ad eseguire, coinvolgendo anche due colleghi e il fidanzato. Naturalmente lo spettatore dove un po’ ha già mangiato la foglia, invece Sandra per niente. Insomma – attenzione, spoiler – a un certo punto quel che sospettavamo si fa chiarissimo. L’agente Daniels non è un agente, è un pervertito che si diverte e fare di questi scherzi telefonici, difatti circuisce e condiziona e manipola i suoi burattini-carnefici inducendoli a spogliare prima la ragazza di turno precedentemente adocchiata, poi a ispezionarle vagina e ano, poi a stuprarla. In un crescendo di tupritudine e di sadismo e voyeurismo per così dire auricolare. Ora, il film ci assicura che la storia è basata su un fatto realmente accaduto, e che negli Stati Uniti si sono registrati 70 casi del genere. Però non ce la fa lo stesso a renderci credibile del tutto quello che racconta, ed è questo il suo limite invalicabile. Possibile che si arrivi, come si arriva, allo stupro di Becky senza che nessuno, dico nessuno, a partire da Becky stessa e da Sandra abbia il pur minimo dubbio? Possibile che in un paese ipergarantista come gli Stati Unuti ci siano ancora sprovveduti disposti a fare ispezioni corporali su ordine a distanza di presunti poliziotti? Possibile che a nessuno venga in mente di interrompere il sadico Daniels dicendogli: cocco mio, adesso arrivi tu e te ne occupi tu, quanto a noi chiamiamo subito un avvocato. Insomma, lodevole l’intenzione degli autori di studiare e metterci sotto il naso il caso esemplare di come la personalità istintivamente autoritaria e prona ai peggiori ordini alligni anche nei cittadini migliori, anzi proprio in loro (difatti a rifiutarsi è solo un dropout, un ubriacone senz’arte nè parte che però capisce subito quale maledetto gioco si stia giocando). Certo, finchè il film regge, diciamo per un quaranta minuti, si assiste ipnotizzati a quel crescendo claustrofobico, puro cinema della minaccia che rimanda ai più foschi stalinismi e ovviamente al mister K. di Kafka (e un po’ anche a Una pura formalità di Tornatore). Ma poi l’inverosimiglianza prende il sopravvento e il film si autodistrugge. Peccato. Occasione buttata via.

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