Locarno Festival 2012. Recensione: JACK AND DIANE, un lesbo-movie giovane, indipendente, non così interessante

Locarno, venerdì 3 agosto 2012.
Jack and Diane, regia di Bradley Rust Gray, con Juno Temple, Riley Keough, Kylie Minogue. Proiettato nella sezione Concorso internazionale (in corsa per il Pardo d’oro).
Girl meets girl in New York. Piccolo film di un piccolo amore lesbo tra colpo di fulmine, piccole fughe, esitazioni, ritorni, ti-lascio-ma-ti-penso ecc. ecc. Tutto molto fresco, tutto girato con la solita macchina prensile stile indie (più incongrui inserti gory). Film che ribadisce quanto l’amore gay sia come gli altri. Vero. Però se ci togliete la diversità e l’eccezionalità rischiate di non raccontarci niente di interessante e di annoiarci. Difatti. Voto 5+
Girl meets girl in New York. Piccoli amori tra colpo di fulmine, bronci, minime incomprensioni, ti-lascio-e-ti-rivedo, arrivederci e forse addio. Tutto già visto un’enormità di volta nell’enorme repertorio delle rom-com che il cinema ci ha consegnato dagli albori. Non è neanche tanto nuovo che qui l’amore sia tra due ragazzine adolescenti, visto che in fatto di gaysmo tutte le porte al cinema sono state sfondate da parecchio tempo. La regola della nuova lovestory tendenza gay (maschile o femminile) è: trattiamola come se fosse una storia qualunque perché è una storia qualunque. Certo che si potrebbe anche rispondere: ma se è una storia qualunque e come le altre perché mai ce la raccontate e perché mai dovrebbe interessarci? In questa corsa al siamo-come-gli-altri i gay hanno perso parecchio delle proprie peculiarità sullo schermo e fuori da quello, sicchè si rimpiangono i torbidi melodrammi di Fassbinder, per non andare ancora più indietro, dove almeno aleggiava il senso del peccato, si lottava, ci si struggeva, magari gli amanti venivano sconfitti, ma vivaddio qualcosa di appassionante succedeva. Ma qui, in questo film assai caruccio e perbenino, assai fresco ed educato e bengirato con tutti i crismi e i vezzi del cinema indie (dialoghi mimini, borbottii, chiacchiericci, borborigmi mumble-mumble, macchina mobile ecc.), con due attrici che recitano con la naturalezza con cui respirano, si resta mediamente coinvolti, senza troppi entusiasmi però. L’accettazione di massa dei gay ha significato paradossalmente un precipitare della qualità delle loro rappresentazioni al cinema: that’s my opinion, almeno. Questo film, uno dei sei indie-americani del concorso pescati dal direttore artistico di Locarno Olivier Père dai festival di Sundance e Austin con l’intenzione di farli conoscere al mercato europeo, è sì caruccio, ma così evanescente che se cerchi di raccontarlo ti si sbriciola tra le dita. Jack è una ragazza che ama le ragazze, “trovo tutte le fighe che voglio” dice con sicumera molto machista, si veste, come molte lesbo non-chic di nuova generazione, da ragazzaccio, da butch, però un filo ingentilita, felpona con cappuccio, calzoni larghi al ginocchio e lo skateboard perennemene sottobraccio. Diane è invece una bambolina un filo leziosa, femminilissima, ragazzina un po’ interrotta e sbandata, con problemi di famiglia, scontentezze varie, inquietudini, già affetta da bovarismi precoci. Si conoscono, e per Jack è colpo al cuore: “sei quella che aspettavo” ecc. ecc. Diane non sa, non capisce bene cosa sia quella cosa lì che forse sente forse no per Jack, però quella ragazza non le dispiace, si vedono, bisticciano, si rivedono, finiscono a letto ma non si capisce poi cosa succeda davvero. Diane parte per uno stage di moda a Parigi (come Audrey Hepburn in Sabrina, più o meno), è la fine, o forse no. Il regista Bradley Rust Gray suggerisce nelle sue note al film che l’amore è un mostro, qualcosa che divora ecc., forse è per farcelo capire che alterna la narrazione con immagini splatter-gory sanguinolente e schifose, e incubi popolati da repellenti creature che azzannano e squartano. Sarà, ma è un’ideuzza che non basta a complessificare e dare spessore a un film che resta carino sì, ma minimo. Avrebbe dovuto avere più coraggio, il regista, e dirci quali fossero davvero i mostri tra Jack e Diana. Io penso che il vero tema drammatico-drammaturgico del film, mai esplicitato però, è che Jack ama Diane, ma Diane non ama con altrettanta forza Jack, e che insomma si tratta di amore assai asimmetrico, perché Jack è omosesssuale e Diane no. Questo è il mostro, questo è il non-detto, questo il nucleo emotivo su cui si sarebbe dovuta costruire la narrazione, e su cui un tempo si sarebbe realizzato un melodramma sontuoso, ma il politically correct ha castrato tutto, mica si può dire oggi che una ragazzina non corrisponde all’amore gay di una coetanea, non sta bene, suona reazionario, al massimo lo si può alludere appena appena, come si fa qui. Il risultato è quel che è. Il meglio del film è la bellezza androgina di Riley Keough, che è Jack, e potrebbe fare parecchia strada se azzeccasse i film giusti e potrebbe diventarci con i vestiti e un makeup come dio comanda una presenza assai sofisticata e interessante del cinema prossimo venturo. Diane è la Juno Temple già vista nel formidabile Killer Joe di William Friedkin quale ragazzina-oggetto venduta e messa in palio dalla sua sciagurata famiglia. PS: Compare a un certo punto anche Kylie Minogue tenutaria di un beauty parlor che in un attimo si tira giù i jeans e fa l’amore con Jack. C’est tout.

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