Locarno Festival 2012. Recensione: LORE è la banalizzazione di Germania anno zero, un film cui manca il senso del tragico

Locarno Film Festival, venerdì 3 agosto 2012.
Lore, regia di Cate Shortland. Con Saskia Rosendahl, Kai Malina, Nele Trebs, Ursina Lardi, Hans-Jochen Wagner, Mika Seidel. Germania/Australia 2012. Presentato nella sezione Piazza Grande.
Rimasti senza i genitori, Lore e i suoi fratelli devono attraversare la Germania sconfitta e distrutta dalla guerra per mettersi in salvo dalla nonna. Sarà un viaggio tra mille pericoli, la fame, il sangue. Una storia rosselliniana, che però viene piallata e depotenziata da una messinscena da fiction tv. Nonostante la regista Cate Shortland (australiana) si dia un gran da fare con macchina a mano e inquadrature cosmico-naturali simil-Malick, non riesce a riscattarsi dall’estetica del carino. Voto 4

Germania anno zero. Il Reich è caduto. Hitler, sconfitto, si è suicidato insieme agli ultimi fedelissimi nel bunker di Berlino. La patria tedesca è invasa dagli alleati, smembrata: Götterdämmerung. Nella Foresta Nera una famiglia viene divisa. I genitori, lui SS lei nazista militante, vengono internati dagli Americani, i figli restano soli. La più grande, Lore, quindici anni o giù di lì, arianissimamente bionda, dovrà occuparsi della sorella minore, dei due fratelli gemelli e dell’ancora lattante Peter. L’incarico che mamma le ha conferito prima di andarsene è: attraversa tutto il paese con i tuoi fratelli, portali su ad Amburgo dalla nonna, solo così sarete in salvo. Incomincia il viaggio da sud a nord, novecento chilometri a piedi in una Germania affamata, spossata, distrutta, divisa da frontiere che prima non c’erano, e basta attraversare un torrente, una strada ferrata per passare nel settore russo (il più temuto) o in quello inglese. Lore e i suoi fratelli troveranno sulla loro strada Thomas, un ragazzo ebreo sopravvissuto a Buchenwald ed Auschwitz. Sarà solidarietà, solidarietà difficile e irta di diffidenze. Lore, imbevuta di propaganda, è ardentemente patriottica oltre ogni ragionevolezza e ferocemente antisemita. Le stazioni di questa odissea, che è anche un calvario, che è anche un viaggio di formazione-iniziazione al mondo, sono casolari svuotati e saccheggiati con cadaveri di donne violentate, scuole rifugio per sbandati e sfollati di ogni genere, checkpoint dove ti può capitare di tutto. Una storia che non è male, che non sarebbe male se non fosse per la sciagurata regia dell’australiana Cate Shortland (il film è, abbastanza incongruamente, una coproduzione tedesco-australiana), la quale non pare rendersi pienamente conto di quale materiale stia maneggiando, di cos’abbia significato per la Germania, per l’Europa quel passaggio epocale. Si fosse riguardata Germania anno zero di Rossellini forse avrebbe colto qualcosa di quella temperie, invece niente. Impagina come una fiction di lusso piallando ogni complessità, ogni ombra e penombra, banalizzando. Soprattutto, le manca il senso del tragico. La butta sulla Storia-vista-attraverso-gli-occhi-dei-bambini, dunque tenta la strada della fiaba crudele, del racconto gotico, dell’incubo alla Grimm con tanto di streghe, mostri, insidie, antri pericolosi, non riuscendoci per mancanza di autentica immaginazione e visionarietà. Non bastasse, per farci vedere che lei è molto moderna e in linea con i più arditi linguaggi cinematografici, fa un uso smodato e molesto dell’ormai onnipresente macchina a mano (o a spalla, che è la stessa cosa), che bisognerebbe proibirla per legge e consentirne l’uso solo in casi di comprovata necessità. Sicchè per tutto il film le inquadrature ballano e il nostro occhio non ha pace. Ancora, si esagera con i dettagli (vezzo mutuato dalla videoart e pure quello ormai dilagante) enfatizzati, ingigantiti a tutto schermo e spesso decontestualizzati, cosa che in mano a chi già fatica a tener il filo del racconto diventa un’arma letale. Poi, natura, natura e ancora natura. Da quando Malick con The Tree of Life ha fondato il cinema neocosmico-neonaturale è tutto un proliferare di primi piani su bruchi, larve, uccelli, nidi, granchi, tartarughe, cortecce, pozze, stagni, paludi, rane, girini, anguille. Lore si adegua a quest’onda, ed ecco foglie che gocciolano inquadrate e sparate a tutto schermo in interminabili sequenze, vallate fumiganti di vapori, creature del bosco e soprattutto del sottobosco. Il guaio è che, pur con tutti i tentativi di civettare con le nuove tendenze cinematografiche, Lore non si riscatta mai dall’estetica del carino, del grazioso, del lezioso, del vestituccio e delle faccine tanto a posto ed eleganti e mai scomposte anche nella lunga marcia attraverso la Germania distrutta. Il peggior film visto a oggi a Locarno.

Questa voce è stata pubblicata in festival, film, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Locarno Festival 2012. Recensione: LORE è la banalizzazione di Germania anno zero, un film cui manca il senso del tragico

  1. Pingback: Film da (non) vedere stasera in tv: il mediocre STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI (merc. 2 marzo 2016, tv in chiaro) | Nuovo Cinema Locatelli

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.